Ucraina: la fine di Poroshenko, l'alba di Zelenski

Ucraina: la fine di Poroshenko, l’alba di Zelenski

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Un nuovo presidente per l’Ucraina. E ora?

Petro Poroshenko non è stato certo una minaccia per gli oligarchi del paese, e non c’è motivo di pensare che la sua sostituzione possa cambiare qualcosa. L’esito delle urne è stato schiacciante: il paese sarà guidato da un comico. Volodymyr Zelenski ha guadagnato il 73% dei voti; l’uscente Petro Poroshenko solo il 24%.

Nonostante tutte le promesse della Rivoluzione arancione e le proteste di Maidan, che alla fine hanno portato all’ascesa del re del cioccolato Poroshenko, l’Ucraina non è mai effettivamente ripartita, come dice Poroshenko, “in modo nuovo”. Lo stesso Poroshenko appartiene a quella classe oligarchica che ha a lungo dominato l’Ucraina, e sebbene la sua amministrazione non fosse ben vista dalla stessa cerchia, non ha mai rappresentato una minaccia seria per il sistema stesso.

Il mandato di Poroshenko

Anche se le stime sull’entità esatta della ricchezza variano, Cyril Muller, capo della Banca Mondiale per l’Europa e l’Asia Centrale, ha affermato che il patrimonio dei tre ucraini più ricchi supera il 6% del prodotto interno lordo. Nel 2018, la rivista ucraina Novoye Vremya ha stimato il patrimonio dell’oligarca Rinat Akhmetov, proprietario di una delle più grandi holding in Ucraina, attorno ai 12,2 miliardi di dollari; quelli di Ihor Kolomoyskyi e Gennadiy Bogolyubov a circa 1,6 miliardi di dollari ciascuno.

Lo stesso Poroshenko controlla circa 100 imprese di proprietà statale e possiede la sesta azienda più ricca del paese, con un patrimonio di 1,1 miliardi di dollari. Questa cerchia di oligarchi controlla settori fra loro eterogenei: dai media alla metallurgia, dalle telecomunicazioni al gas naturale, e sono loro stessi a investire – per convenienza – nell’attività politica.

Poroshenko è salito al potere promettendo di frenare questo strapotere – di cui lui stesso fa parte -. In un paese con una crescita elevata della povertà, questo è stato un messaggio vincente. Tra le sue iniziative c’era la spinta alla nazionalizzazione delle imprese chiave per ridurre la concentrazione del capitale detenuto dagli oligarchi. Manovre ispirate da Stati Uniti e Unione Europea, entrambi preoccupati che il sistema oligarchico scoraggiasse gli investimenti stranieri.

Tuttavia gran parte del potere che Poroshenko ha tolto agli oligarchi l’ha trasferito nelle sue mani. Vedendo la centralizzazione del potere come l’unica speranza per la sua conservazione, Poroshenko ha rinnegato un’altra promessa della campagna chiave: l’aumento dell’autonomia regionale. Questo perché trasferendo parte dei poteri alle regioni, per forza di cose sarebbero finito nelle mani di altri oligarchi, a discapito dello stesso Petro Poroshenko.

Con questo modo di procedere, l’ex presidente ha creato astio tra sé e gli uomini più ricchi e potenti del paese – persone come Dmytro Firtash, che controlla gran parte della distribuzione di gas naturale in Ucraina; Vadim Novinsky, che ha una partecipazione importante nella metallurgia ucraina; e Sergei Taruta, ex governatore di Donetsk e fondatore dell’Unione Industriale del Donbass, una delle più grandi corporazioni dell’Ucraina.

Il più potente tra i nemici di Poroshenko, tuttavia, è Ihor Kolomoyskyi, che, durante il crollo dell’Unione Sovietica, creò PrivatBank, attualmente la più grande banca commerciale in Ucraina. Kolomoyskyi, l’ex governatore di Dnipropetrovsk, è entrato in rotta di collisione con Poroshenko quando l’ormai ex-presidente ha nazionalizzato PrivatBank, con gravi implicazioni per la fortuna di Kolomoyskiy, esautorato dal suo ufficio.

Molti oligarchi del paese hanno mostrato interesse per un parlamento forte e una presidenza debole – un sistema dal quale dipende la loro ricchezza. Essi sono in grado di esercitare un’enorme potere sulle elezioni, finanziando le campagne dei loro candidati preferiti e influenzando i media in maniera significativa. Del resto i principali mezzi di comunicazione ucraini sono in gran parte controllati dagli oligarchi. Kolomoyskyi, insieme a molti suoi pari, temeva che un’altra presidenza di Poroshenko potesse significare la completa distruzione del suo impero economico.

Il neo-presidente Zelenski è spesso ritratto come un uomo del popolo. Ma mentre lui, a differenza di Poroshenko, non è un oligarca, il neo-eletto vanta comunque il sostegno degli oligarchi avversi all’ex presidente. E’ quindi improbabile che vada contro di loro. E a giudicare dai risultati elettorali, sembra che, nonostante i migliori sforzi di Poroshenko, gli oligarchi restino estremamente potenti, e il loro potere non dovrebbe diminuire sotto l’amministrazione di Zelenski. Tuttavia, è difficile dire che cosa significherà esattamente l’elezione di Zelenski per il futuro dell’oligarchia.

Zelenski ha detto in un’intervista che avrebbe sciolto la Rada, il parlamento ucraino, il prima possibile; è in mano ai suoi avversari e sa che avrà difficoltà a perseguire la sua agenda attraverso l’attuale assemblea. Ciononostante le elezioni della Rada sono previste alla fine di quest’anno, durante le quali ogni oligarca – Poroshenko incluso – farà del suo meglio per promuovere i candidati che supporteranno i loro interessi. E Zelenski, da parte sua, non può semplicemente dimenticarsi di loro. Dovrà negoziare se vuole mantenere il potere. Per questo non sono previste sorprese durante il suo primo mandato.

Nel frattempo a Mosca

Forse nessuno sta prestando attenzione all’incertezza politica dell’Ucraina rispetto alla Russia. Le turbolenze preoccupano Mosca molto più di una nave ucraina nel Mar d’Azov. Forse lo scenario peggiore possibile – lo scoppio di una lotta politica tra oligarchi e il crollo di un’Ucraina già fragile – costerebbe caro alla Russia; del resto le imprese e gli uomini d’affari russi hanno investito molto nei settori ucraini come le telecomunicazioni e l’energia.

L’Ucraina rimane anche un’importante zona cuscinetto per la Russia. È una zona di transito chiave per le esportazioni russe di petrolio e gas verso l’Europa e, nonostante i colloqui in corso, non esiste un percorso alternativo facile o veloce per le esportazioni verso l’Europa. Né la Russia né l’Europa sono interessate a lasciare che il conflitto in Ucraina diventi un serio confronto tra la Russia e l’Occidente.

Zelenski sembra mostrare meno ostilità nei confronti della Russia rispetto al suo predecessore,  si può prevedere un leggero surriscaldamento nelle relazioni bilaterali nel prossimo futuro, ma niente di più. La politica estera dell’Ucraina rimane invariata e per il momento Zelenski dovrà concentrarsi sulla gestione dei cambiamenti interni. 

(di Michele Archetti – tradotto e riadattato da Geopolitical Futures, articolo di Ekaterina Zolotova)

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