Burzum, l'impronta del lupo

Burzum, l’impronta del lupo

“Ognuno di noi ha bisogno di oscurità: troppa luce non illumina il nostro cammino ma lo infuoca e ci rende ciechi”.

Varg Vikernes.

In questa sede vorrei parlare di quello che potrebbe essere un moderno Seiðmaðr, gli antichi maghi nord europei, capaci di manovrare le vibrazioni ultraterrene e di farsi possedere dall’alito del divino, un musicista-sciamano che è mago e scaldo assieme: Varg Vikernes, polistrumentista e poeta norvegese, oltre che studioso di mitologia e folklore. Deliberatamente scelgo di non approfondire le vicende umane del suddetto, internet è decisamente intasato da chiacchiere e da migliaia di versioni riguardanti il suo passato e le vicende legate al Black Metal norvegese dei primi anni ’90.

Tutto questo a parere di chi scrive riguarda per lo più quello che Heidegger chiamerebbe “il vivere inautentico”, la chiacchiera, appunto, qui vorrei concentrami sul suono (phonè) e sulla parola (logòs), non sul gossip o sulla cronaca, per quello ripeto, il web è pieno zeppo di roba e soprattutto robaccia.

Burzum, l'impronta del lupo

Vikernes, fin dai primi lavori, struttura gli album con un’assoluta novità concettuale, lascio a lui le parole che descrivono il suo modo di intendere:

Si supponeva che la prima traccia “calmasse”, o piuttosto “preparasse”, l’ascoltatore e lo rendesse più “suscettibile” alla magia; la canzone successiva avrebbe dovuto esaurire l’ascoltatore e condurlo ad uno stato mentale di trance. Infine, l’ultima traccia avrebbe dovuto calmare l’ascoltatore e trasportarlo nel “mondo di fantasia” quand’egli si fosse addormentato. Questa era la formula, la magia che avrebbe reso reale (nella mente dell’ascoltatore) il passato immaginario”.

Burzum, questo il nome del progetto, affonda le sue radici ne “Il Signore degli Anelli” e significa “oscurità” o “buio” nel linguaggio della “parlata nera” che compare sull’Unico Anello. “Ash nazg durbatulûk, ash nazg gimbatul, ash nazg thrakatulûk, agh burzum-ishi krimpatul” che nel linguaggio inventato da Tolkien sarebbe: “Un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell’oscurità incatenarli”.

Gli album prodotti sono undici, più un EP, il famigerato Aske; la parabola compositiva di Vikernes è unica nel suo genere, parte dalla sperimentazione più estrema, attraverso l’urlo primordiale e feroce del Black Metal, e arriva all’elettronica e all’ambient atmosferico più etereo e trascendentale. Lavori come quelli dedicati al mito di Baldr (Dauði Baldrs e Belus), quello nominato come l’alto seggio di Odino (Hliðskjálf), i temi della caduta e successiva risalita e del nostro passato, i cambiamenti profondi (Umskiptar) attraverso il poema eddico del Voluspa, collocano questo progetto e questo modo di intendere il suono e la voce, in una dimensione unica e fa di lui un precursore del folto panorama pagan-folk contemporaneo.

Burzum, l'impronta del lupo

Per il sottoscritto però è Filosofem (1996) uno dei massimi capolavori della musica estrema e sperimentale degli anni ’90. Il quarto album ufficiale di Burzum è un esempio straordinario di ritualità applicata e conferma la sua natura esclusiva. Segue la scia dei tre precedenti (e imprescindibili) lavori ed il percorso è duro, feroce e mistico, una vera chiave di accesso verso altri mondi, altre dimensioni ed altri modi di “sentire”.

Inserire e fondere il Black Metal con l’ambient più ipnotica e minimale, riesce a creare una sorta di portale dal quale si possono varcare le celebri “porte della percezione” di cui parlava Huxley e poi Jim Morrison nei Doors, qui però non servono droghe, bensì la sola forza della nostra mente, la selva contorta delle nostre emozioni. Ci si deve abbandonare all’inconscio, dimenticando il mondo esterno con le sue effimere adulazioni.

Nella sua musica Vikernes ci guida con quello che noi stessi siamo: l’istinto (o la pulsione) si unisce alchemicamente alla sfera razionale, rabbia, urlo e pazzia si compenetrano al controllo, allo stato meditativo e tutto ciò ci ricollega al mondo dell’immaginazione. La dimensione delle nostre radici europee e pagane torna da un passato mai soppresso attraverso l’esperienza della musica.

Noi esseri umani moderni, immersi come siamo nell’era digitale, nella convulsione della velocità e nel bombardamento mediatico dell’immagine, ci siamo scollegati dalla nostra naturale condizione, abbiamo rinnegato e sepolto il passato, ci siamo disabituati ad immaginare. Smettere di farlo significa alienarsi dallo spirito autentico e, a mio avviso, tutto ciò è mostruoso. Burzum in tutto questo si erge a baluardo di resistenza contro quel mondo moderno cui già Evola si riferiva, lo fa attraverso il suono, certo solo pochi, pochissimi riescono ad utilizzare questa forma rituale ed in fondo è giusto così. Del resto pochissimi leggono, immaginare attraverso le parole è più complesso che non guardare un social media pieno di immagini, anche per questo non dovremmo perdere il gusto dell’esperienza visionaria, la passione di costruire da soli i nostri sogni e forse, come scrive Varg, la vita avrebbe “un nuovo significato”.

“When night falls

she cloaks the world

in impenetrable darkness.

A chill rises

from the soil

and contaminates the air

suddenly…

life has new meaning”.

Burzum, “Dunkelheit”

Filosofem.

(di Nicola Bianchi)

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