Il problema dell'impegno americano all'estero

Il problema dell’impegno americano all’estero

Gli americani riescono ancora ad essere d’accordo su qualcosa? Beh, si. A parte un pugno di neoconservatori irreprensibili e guerrafondai (incluso l’attuale consigliere della sicurezza nazionale), penso che ci sia un consenso crescente riguardo il fatto che gli Stati Uniti si siano allargati troppo.

Stiamo combattendo almeno due guerre (e, allo stesso tempo, portando avanti operazioni più o meno clandestine contro diversi estremisti in molte parti del mondo), e abbiamo assunto l’impegno di difendere più paesi di quanto abbiamo mai fatto in tutta la nostra storia. Non c’è consenso su come gestire questa situazione, ma perfino coloro che dicono che la leadership globale americana sia l’unica cosa che impedisca al mondo di scivolare nella barbarie, credono che ci sia bisogno di qualche aggiustamento.

Il che solleva una domanda interessante: quando è successo? Come fanno gli stati a diventare troppo estesi? Se il mondo è altamente competitivo, ed è importante avere delle priorità e concentrarsi sulle grandi sfide, allora perché un paese dovrebbe impegnarsi in cose di secondaria importanza, o che vanno oltre i propri mezzi? E se lo fanno, perché dovrebbero continuare, anche dopo che risulta evidente che i costi superano di gran lunga i benefici?

Proviamo a elencare le ragioni.

Forse la causa più comune di sovraestensione è il potere eccessivo. Quando uno stato è molto più forte degli altri, sarà tentato di farsi carico di nuovi impegni più ambiziosi, e di estendere la sua influenza in regioni sempre più distanti. Quando gli Stati Uniti si stavano godendo il loro momento unipolare si sono impegnati in nuove missioni, ad esempio di doppio contenimento (Iran e Iraq) e hanno iniziato ad estendere le proprie garanzie di sicurezza a vari protettorati, perfino quando questi ultimi erano difficili da difendere e non davano nessun contributo alla sicurezza degli Stati Uniti (uno su tutti, gli stati baltici).

Gli americani si sono anche convinti che era tanto necessario quanto possibile estendere i valori statunitensi presso un grande numero di società straniere; inclusi posti che non erano mai stati democratici, che non amavano gli Stati Uniti, e che Washington a sua volta non riusciva a capire fino in fondo.

Gli stati molto potenti tendono a presumere che la loro posizione favorevole sia esclusivamente il prodotto delle loro virtù e delle loro sagge decisioni – invece che della posizione geografica, degli errori degli altri, o della semplicissima fortuna; sono disposti a credere di possedere la formula magica che gli permetterà di avere successo in qualunque cosa essi facciano. In poche parole, gli stati potenti (e specialmente le potenze unipolari) sono vulnerabili all’arroganza. E con l’arroganza, arriva la tendenza a fare cose stupide.

Secondo: gli stati si impegnano troppo quando i gruppi di interesse all’interno della società favoriscono diversi progetti di politica estera, e si accordano per supportare l’uno gli schemi dell’altro. Come ha spiegato Jack Snyder nel suo libro “Myths of Empire: Domestic politics and international ambition”, i sistemi politici “cartellizzati” tendono a sviluppare un sistema di scambio di favori. Invece di impostare le priorità in maniera razionale, basandosi sul concetto di interesse nazionale e calcolando attentamente minacce, opportunità e risorse, i sistemi politici “cartellizzati” si basano su accordi presi tra fazioni concorrenti all’interno della società, dove ogni parte ottiene un po’ di quello che vuole. Se ogni gruppo ottiene troppo del suo programma, tuttavia, il paese finisce per cercare di fare troppe cose insieme.

Infatti, la Germania guglielmina cercò di costruire una marina in grado di sfidare quella inglese e di mantenere il più potente esercito del continente; e il Giappone imperiale cercò di dominare la Cina, espandersi nel sudest asiatico, e di conquistare i molto più potenti Stati Uniti d’America, perché l’esercito e la marina non riuscivano a mettersi d’accordo su quale obiettivo fosse più importante per la sicurezza del Giappone.

Terzo: i sistemi politici che sono facilmente penetrati da interessi stranieri sono più tendenti a fare ciò che i loro clienti vogliono, anche quando ciò può essere dannoso. Negli anni ’50, la lobby cinese aiutò a convincere gli Stati Uniti a riprendersi Taiwan; oggi, i governi stranieri assumono lobbisti e danno denaro a think tank e altri gruppi politici per ottenere maggiore supporto dagli USA. Vista l’apertura del sistema politico americano, dove tutti i 535 membri del Congresso sono potenziali obiettivi che possono far avanzare gli interessi di un paese straniero, esso è più vulnerabile a questa causa di sovraimpegno di qualunque altro paese sulla Terra.

Quarto: più un paese dà peso alla credibilità, più si troverà sovraimpegnato, perché sarà tentato di agire in posti che non hanno importanza, al fine di convincere gli altri che è disposto ad agire in posti che invece contano sul serio. Tali tendenze saranno ulteriormente pronunciate quando un paese si convincerà che la reputazione di forza e risoluzione agirà da deterrente contro gli attacchi ostili, inclusi quelli con armi di distruzione di massa. Anche quando i leader riconoscono che un certo impegno non vale più il suo costo, potrebbero non essere disposti al ritiro per paura che ciò favorisca gli avversari e crei loro ulteriori sfide.

Quinto: il classico problema dei costi irrecuperabili. Questa patologia potrebbe non spiegare del tutto perché gli stati si impegnano in avventure mal consigliate, ma aiuta a capire perché si fanno tanti problemi a dare un taglio alle perdite e disimpegnarsi. Quando qualcuno sottolinea che un certo impegno non vale più la pena, o dice che è tempo di ritirarsi da una guerra ormai perduta, qualcuno inizia ad invocare le spese e le vite che sono già state sacrificate, e sostiene che questi sacrifici sarebbero vani, se si decidesse di ritirarsi.

Il mio esempio preferito di questa sorta di ragionamento è il poema del 1915 “In Flanders Field” di John McCrae. Scritto durante la prima guerra mondiale, è un eloquente invito a onorare ai caduti continuando la guerra fino alla vittoria. Nell’ultima strofa recita:

Continua la nostra lotta col nemico
a te, con mani tremanti, passiamo
la fiaccola. Falla tua e tienila alta.

Se non mantieni la parola con noi che moriamo
non troveremo riposo, anche se i papaveri continuano a fiorire
nei campi delle Fiandre.

Durante la guerra, milioni di copie di questo poema furono stampate e distribuite in Inghilterra per alimentare il supporto pubblico alla guerra. E la fallacia del costo irrecuperabile può contribuire al sovraimpegno perché, se non puoi liquidare uno sforzo perso e sorge un nuovo problema, finisci per dovere affrontare una nuova sfida mentre devi ancora concludere le vecchie.

Sesto: gli stati immersi in un’ideologia crociata e universalista sono specialmente tendenti al sovraimpegno, perché credono di avere principi politici validi ovunque, e saranno tentati inevitabilmente di diffonderli anche all’estero. Questa tendenza era evidente nella Francia rivoluzionaria, nella Russia bolscevica, e nelle due grandi potenze liberali, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il Panarabismo, il Khomeinismo, il Panslavismo russo sono versioni più limitate dello stesso schema: stati che sono convinti di avere una missione speciale al di fuori dei propri confini sono più tendenti a impegnarsi in posti lontani, convinti che la loro missione avrà successo a un costo complessivamente basso. Dopo tutto, se sei convinto che la tua ideologia sia universalmente valida e storicamente inevitabile, finirai per credere che gli altri apprezzeranno i tuoi sforzi e che ti accoglieranno come liberatore. Attenzione: guai in vista!

Settimo: il sovraimpegno accade quando le persone che spingono per dare il via a nuove missioni non devono mollare un soldo per esse, e ancora di più quando pensano che ne avranno benefici diretti. I corpi militari statunitensi non sono particolarmente bellicosi, dal mio punto di vista; infatti, sono meno tendenti a iniziare guerre dei leader civili. Ma il Pentagono e l’industria bellica ottengono benefici diretti dalle politiche estere eccessivamente ambiziose, e di certo non amano ammettere la sconfitta.

È dunque prevedibile che i think tank più guerrafondai spesso prendano molto supporto finanziario dagli interessi della difesa, e che lavorino per convincere gli americani che la loro sicurezza dipende da come gira il mondo. E poiché gli Stati Uniti oggi combattono queste guerre con una forza totalmente volontaria, e prendono in prestito il denaro per pagare gli stipendi (invece di alzare le tasse), i costi associati con l’estensione e il prolungamento degli impegni militari sono molto nascosti. Inutile dire che i guerrieri da poltrona che si sprecano in favore delle guerre affrontano poche conseguenze personali o professionali quando le loro crociate vanno male, come dimostrano le carriere di John Bolton, Elliott Abrams, Max Boot e altri.

In ultimo, il sovraimpegno accade soprattutto quando uno stato deve affrontare una “frontiera turbolenta” e conclude che devono continuare ad espandersi per pacificarla; ma ogni nuovo passo in avanti sposta l’obiettivo sempre più lontano, quindi è necessaria una nuova mossa. Nel Vietnam, per esempio, gli USA prima hanno mandato i consiglieri, poi le truppe, poi hanno iniziato a bombardare il nord, poi a bombardare il Laos e la Cambogia, e in ultimo hanno mandato le truppe in quest’ultimo paese.

Oggi, la guerra globale al terrorismo continua ad espandersi verso nuovi paesi; non facciamo in tempo a pacificare un paese che un nuovo gruppo estremista spunta da un’altra parte. Una volta convinti che le minacce possono provenire da qualunque posto, la tentazione di governare l’intero mondo diventa impossibile da resistere.

Inutile dire che gli Stati Uniti sono stati particolarmente vulnerabili alla sovraestensione e al sovraimpegno fin dalla fine della Guerra Fredda. Qualcuno potrebbe pensare che la combinazione di grande ricchezza, armi nucleari e distanza geografica renderebbe facile per gli USA scegliere i propri impegni più cautamente – come ha fatto per quasi tutta la sua storia – ma questi fattori ora sono minati da: 1) l’eredità della Guerra Fredda, 2) la posizione dell’America come (ancora) la nazione più forte del mondo, 3) la sua vulnerabilità alle truffe in politica estera vendute da ciarlatani interni ed esterni, come il provocatore della guerra in Iraq Ahmed Chalabi, e 4) la sua ideologia universalistica, che incoraggia gli americani a seguire il vangelo della libertà e a presumere che le altre società non vedano l’ora di unirsi a loro.

Visto tutto questo, non dovrebbe stupirci che l’America oggi si trovi a sostenere una parte sproporzionata di impegni globali, e che fatichi ad alleggerire gli impegni anche di pochissimo. Per gli Stati Uniti, in breve, il sovraimpegno sarà un problema ricorrente, almeno nel futuro prossimo.

(da Foreign Policy – traduzione di Federico Bezzi)

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