L'ossessione del "fascismo eterno": chi soffia sulle ceneri del ventennio?

L’ossessione del “fascismo eterno”: chi soffia sulle ceneri del ventennio?

Una mattina d’aprile del 1995, alla Columbia University di New York (al cospetto di una platea di giovani studenti appassionati), il filosofo nazionale Umberto Eco pronunciò un discorso destinato a diventare il manifesto del neo-antifascismo e della sinistra progressista.

Il cuore dell’orazione fu il battesimo del celebre neologismo «Ur-Fascismo» (o Fascismo Eterno). Un quarto di secolo dopo quella conferenza, si potrebbe dire, prendendo in prestito le parole di Karl Marx, che oggi lo «spettro che s’aggira per l’Europa» sia proprio quello dell’Ur-Fascismo. Tuttavia, questo fantasma, a differenza di quello evocato dal pensatore di Treviri, richiama un evento, il fascismo, che fu di certo prorompente, ma che – così com’è nato – è stato sepolto dalle macerie della guerra e della storia.

LE COSTANTI DEL “FASCISMO ETERNO” SECONDO ECO

La parte introduttiva del discorso – concentrata sul fatto che la classe media sia la più vulnerabile al fascino del fascismo, in quanto maggiormente colpita dalle crisi economiche e sociali – è del tutto condivisibile. Tuttavia, la teoria esposta dal semiologo smette di essere coerente con la nostra epoca quando egli elenca quelle che sarebbero le caratteristiche distintive dell’Ur-Fascismo.

Una delle più evidenti, dice Eco, è il Culto della Tradizione. A detta del filosofo, secondo i fascisti «non può esserci avanzamento del sapere» perché «la verità è stata già annunciata una volta per tutte e noi possiamo solo interpretare il suo messaggio». Il ridimensionamento dello spessore della tradizione non stupisce. Eco è parente intellettuale di quella sinistra progressista arci-nemica delle tradizioni comunitarie e delle identità nazionali, alle quali preferisce un mondo senza frontiere e meticcio.

Un’idea di mondo che laddove è stata per forza di cose realizzata ha provocato conflitti etnici violentissimi. Basti pensare al Medio Oriente del dopo-Versailles ed alla drammatica convivenza forzata di sciiti e sunniti all’interno dei confini dei nuovi Stati appena disegnati (non si dimentichi il segreto accordo di Sykes-Picot del 1916 sulla spartizione delle influenze britannica e francese, ridisegnante proprio l’Asia Minore).

Contrario a tali posizioni di ostilità nei confronti delle radici comunitarie degli individui è il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, che considera invece la Tradizione una condizione antropologica fondamentale dell’essere umano. Secondo il padre dell’ermeneutica moderna, non può esserci alcuna possibilità di interpretazione del reale senza il «tramandamento» e la tradizione.

Essa struttura l’identità del soggetto e costituisce il filtro attraverso il quale l’uomo guarda fuori di sé ed interpreta: cioè, vive. Da questo punto di vista la tradizione rappresenta la condizione di esistenza dell’essere umano e non una delle spiacevoli caratteristiche dell’Ur-Fascismo.

Come conseguenza del culto della Tradizione, dice Eco, il fascismo si manifesta anche come Rifiuto del Modernismo, laddove «l’Illuminismo, l’Età della Ragione, vengono visti come l’inizio della depravazione moderna». René Guenon, che il semiologo considera volgarmente un alibi di cui la destra italiana si sarebbe servita per «dimostrare la sua apertura mentale», scrisse che il rifiuto della concezione illuministica di «Progresso» sta nel fatto che – in Occidente – questo venga contemplato esclusivamente come progresso tecnologico, a tutto discapito della dimensione spirituale dell’essere umano.

Dallo stravolgimento dell’idea di Progresso è poi derivato uno scontro fatale tra la Velocità e la Contemplazione, tra il Consumo e la Conservazione, tra il Profitto e la Preghiera: tra Occidente ed Oriente. Il fallimento del modernismo si è manifestato soprattutto come crisi antropologica e morale di quei popoli che hanno sposato l’idea di progresso «all’occidentale». È sufficiente notare come si siano occidentalizzati, e quindi corrotti, i costumi di quei Paesi – come l’Afghanistan, per citarne uno – in cui vigevano fino a pochi decenni fa dei valori pre-politici nobilissimi, spazzati via proprio dal fanatismo tutto imperialista dei diritti umani.

Al riparo dell’autorità di Umberto Eco, le realtà politiche e culturali progressiste – eredi di quell’egemonia culturale di sinistra che ha dominato la scena nel secondo Novecento – si credono legittimate a mettere all’indice ogni forma di opposizione. Essa scrivono sul proprio Libro Nero chiunque nutra una qualche sincera vocazione comunitaria, strapaesana e anti-globalista che, neanche a dirlo, col fascismo non ha assolutamente niente a che fare.

Il loro più grande limite è quello di non riuscire a sfuggire al filtro delle loro categorie elette e illuminate: le uniche valide. Se sono capaci di elaborare analisi interessanti, non sono però in grado di riconoscere quelle degli altri, se non come Ur-fasciste.

L'”ANTIFASCISMO” DELLE CLASSI DOMINANTI

Fin qui, si sono enucleati i validi avversari dell’Ur-Fascismo, quelli che intraprendono delle sincere battaglie sociali e culturali in nome delle loro convinzioni, senza guadagnare avanzamenti di carriera e notorietà. Poi ci sono i medium, gli evocatori di quello stesso fantoccio contro il quale implorano il popolo di combattere «per salvare le istituzioni», ovviamente. Si tratta delle classi dirigenti liberal progressiste e del loro seguito di opinionisti e saggisti al guinzaglio: onnipresenti, antipatici ed arroganti.

Sono quelli che in televisione «non parlano coi fascisti», che siedono nei salotti de La7 per portare le fiaccole della libertà contro la svolta illiberale del Paese, e che tacciono sui nazisti che sfilano tra le strade delle Repubbliche Baltiche. Gli “intellettuali” che hanno sostenuto l’opposizione venezuelana che nell’estate del 2017 ha bruciato vivi chavisti e sostenitori di Maduro, ma che affermano convinti che chiudere le sedi dei partiti neofascisti sia l’unica possibilità di evitare che l’ondata nera ci sovrasti.

Sono gli stessi che appoggiano senza se e senza ma il governo golpista e russofobo di Kiev – che si sta macchiando di crimini inimmaginabili nel Donbass – ma che lanciano allarmi sul pericolo delle inarrestabili ronde «neonaziste» sulle nostre strade, salvo poi essere smentiti dai fatti e dagli stessi giornali su cui tali paladini dell’«attenti al lupo» sono onorati di scrivere.

Secondo la loro narrazione, essi sono gli unici in grado di arginare la «deriva fascista» che l’Europa intera e gli Stati Uniti di Donald Trump starebbero subendo. Senza tuttavia uno straccio di seria analisi sulle complesse crisi morali e sociali che stanno piegando l’Occidente. Invece, sono riusciti nell’impresa di sottoporre all’opinione pubblica un “aut aut”, secondo cui un fascismo del tutto inesistente sia di gran lunga peggiore del neoliberismo demolitore di cui invece predicano – ed applicano – il Verbo con precisione chirurgica.

Sono quelli che ripetono fino allo sfinimento che le privatizzazioni selvagge, l’austerità, le delocalizzazioni e le migrazioni incontrollate siano un male necessario, o comunque un male minore, rispetto all’imminente «ritorno del fascismo». La retorica è tutto ciò che possono offrire. Leo Longanesi scriveva, già nel 1947, a proposito dei guardiani della democrazia del suo tempo, che «se togliete loro la qualifica di “antifascisti”, rimarrà ben poco, perché essi vivono in virtù del nemico».

Ne “La fattoria degli animali” di George Orwell c’è un capitolo immortale, perfetto per questo contesto. Dopo aver liberato con un’insurrezione la fattoria dal padrone crudele Jones, i maiali, che sono gli animali più intelligenti, varano un manifesto e delle leggi valide per tutti. Quando però gli stessi maiali assumono tratti dispotici, davanti allo sgomento degli altri animali, si giustificano sempre chiedendo loro: «Volete il ritorno di Jones?».

Gli animali, che ricordano con dolore il vecchio padrone, nonostante soffrano allo stesso modo con i maiali, chinano il capo e si convincono che, alla fine, niente può essere peggiore del ritorno di Jones, anche se questo è ormai andato via per sempre. Questo sistema trova la legittimazione della propria esistenza sul fatto di non essere il fascismo. E quindi, ancora una volta, non importa dell’austerità, non importa delle privatizzazioni, non importa dei trattati internazionali che distruggono le sovranità nazionali: non vogliamo mica il ritorno di Jones?

(di Lorenzo Ferrazzano)

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