Liberali e totalitari: perché il liberalismo ha fallito

Liberali e totalitari: perché il liberalismo ha fallito

«I politici liberali a volte sono sorprendentemente intolleranti verso gruppi o stati illiberali poiché pensano che l’unico ordine politico legittimo sia uno liberale. Questa convinzione è stata a lungo diffusa negli Stati Uniti, come chiarisce Louie Hartz in The Liberal Tradition in America. È anche in mostra in The Law of Peoples di John Rawl, dove chiarisce che il mondo migliore è popolato solo da democrazie liberali. John Locke ha anche sottolineato che le società liberali non possono tollerare gruppi che non seguono le regole liberali».

Apriamo questa riflessione sul feroce autoritarismo dei liberali citando John J. Mearsheimer e il suo ultimo capolavoro The Great Delusion Liberal Dreams and International Realities. Sempre più confusi e intontiti dalla fine dell’ordine liberale internazionale e incapaci di decifrare un mondo che non sanno più comprendere, i liberali moderni, nella loro forma liberal globalista, convinti della loro superiorità antropologica e morale: criticano il suffragio universale, perché chi non la pensa come loro è «ignorante» o non abbastanza qualificato per esprimere il voto; vogliono l’impeachment per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per un’inchiesta – quella sul Russiagate – che, ad oggi, non ha portato a nulla; vogliono un secondo referendum sulla Brexit perché il primo non è andato come loro speravano e probabilmente ne chiederebbero anche un terzo pur di arrivare al risultato da loro sperato; appoggerebbero qualsiasi tipo di «regime change» nei Paesi che, secondo il loro insindacabile punto di vista, rappresentano una minaccia all’ordine liberale.

Il liberalismo moderno, scrive Patrick J. Deneen nel suo Why Liberalism Failed, «è diventato sempre più anti-democratico e cosmopolita, proprio come altre idee universaliste che nell’arco della storia si sono piegate al progresso […] Il liberalismo moderno imporrà l’ordine liberale con la forza – attraverso una particolare forma di stato gestita da una piccola minoranza che odia la democrazia. Per incanalare Alexis de Tocqueville, la democrazia liberale culmina in una nuova forma di dispotismo. In parole povere, se uno è un nazionalista o crede in qualsiasi religione, tradizione o comunità, allora è per definizione considerato illiberale, e quindi cattivo. Il male non può essere ragionato, ma solo sradicato. Il liberalismo, nella sua forma attuale, è quindi insostenibile e provocherà un contraccolpo».

Altro spunto interessante in tal senso lo fornisce J. Gray, filosofo, ex professore alla London School of Economics in un articolo di recente pubblicazione:

«Tutto ciò che sembrava solido nel liberalismo sta svanendo nell’aria. In Europa e nel mondo, improvvisamente, il tema ‘follia delle masse’ ha rimpiazzato ormai la ‘saggezza delle moltitudini’ nel discorso politico. […] Quando liberali innervositi parlano del trionfo delle emozioni sulla ragione, ciò che essi intendono è che gli elettori ignorano il detrito intellettuale che ha guidato i loro leader fino a quel momento, e stanno rispondendo invece ai fatti con la loro propria esperienza […]
L’importanza prioritaria attribuita ai diritti – o meglio, in ogni caso ad a un’interpretazione selettiva di questi – è uno dei tratti distintivi del nuovo liberalismo. Ma i diritti divennero centrali e prioritari nel pensiero liberale soltanto negli Anni 70’ con l’ascesa delle filosofie legaliste di John Rawls e Ronald Dworkin […] Niente illustra il declino del liberalismo più vividamente della metamorfosi del Labour Party. C’è stata una tendenza ad interpretare l’ascesa di Corbyn come un ritorno all’entrismo trotkista dei primi Anni 80’. […] Per certi versi – col suo supporto per una libertà illimitata di movimento delle persone – il Labour Party incorpora una versione iperbolica di liberalismo della più recente generazione. […]
Aspettarsi che i liberali comprendano questa situazione sarebbe irragionevole. Per loro, non è soltanto l’ordine liberale che sta evaporando, ma ogni senso del loro posto nella storia. […] Ma loro insistono che la soluzione alla crisi del liberalismo sia chiara. Ciò di cui avremmo bisogno è sempre lo stesso: una più forte infusione di idealismo; una intransigente determinazione a rinnovare i progetti liberali del passato. L’idea che ciascuno di questi progetti debbano essere rivisti o abbandonati – global free trade, libertà transfrontaliera di lavoro e capitale umano – è impensabile. L’unica cosa sbagliata con le politiche passate – diranno loro – è che non erano state abbastanza liberali».

L’egemonia liberale, intesa come «la strategia ambiziosa nella quale uno stato mira a trasformare il maggior numero possibile di paesi in democrazie liberali a sua immagine, promuovendo al tempo stesso un’economia internazionale aperta e costruendo istituzioni internazionali» (John J. Mearsheimer) è al collasso ma questo i liberali moderni non possono e non vogliono capirlo e non tollerano altre visioni del mondo che non siano la loro.

(di Roberto Vivaldelli)

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