Concerto del Primo Maggio, una ricorrenza contro il lavoro

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Cosa sia il Concerto del Primo Maggio è argomento abbastanza inutile. Nel senso che possiamo immediatamente rilevarne l’inconsistenza culturale, politica e soprattutto formativa per ciò che teoricamente dovrebbe rappresentare: una celebrazione dell’omonima Festa del lavoro.

Una data che ricorda ai lavoratori italiani l’anno 1923, quando l’orario di lavoro quotidiano fu fissato in otto ore (Regio Decreto 692/1923). Ma anche a ricordare battaglie avvenute oltreoceano, come quella della legge di sostegno promulgata nel 1867 nell’Illinois. O come la famosa Rivolta di Haymarket, a Chicago, nel 1886.

Internazionali socialiste, a partire dalla Prima del 1864, contribuirono a fondarne il mito e a stabilizzarlo grosso modo in tutto l’Occidente.

Si tratta dunque di una festa con una base teoricamente quasi unanime di riconoscimento, al netto dello spostamento, durante l’epoca fascista, al 21 aprile (cioè il noto Natale di Roma), elemento simbolico che nulla toglie alla sacralità che, anche durante il ventennio, veniva conferita al tema.

Cosa rappresenta, in tutto ciò, il Concerto del Primo Maggio italiano? Il raduno, com’è noto, nasce nel 1990, e viene organizzato dai tre principali sindacati: CGIL, CISL e UIL. Il luogo prescelto, Piazza di San Giovanni in Laterano a Roma: sin dalla prima edizione vengono raccolti 800mila partecipanti, ma i numeri tendono a crescere, arrivando al milione nel 2006 . Unica eccezione, a causa del Giubileo, l’edizione tenuta nel 2000 a Tor Vergata.

Nella fondazione dell’evento non c’è solo il contributo dei sindacati, ma anche di un imprenditore catanese, Maurizio Illuminato della Illuminato Iniziative S.r.l. Il manager, dal 1990, ha imbastito il super concerto dandogli ormai gli effetti di una ricorrenza imprescindibile, trasmessa costantemente dalla Rai e partecipata non solo da artisti italiani, ma anche stranieri. Nel 2001, dopo 11 anni nel business, diventerà collaboratore dell’assessore all’Industria Marina Noè presso la presidenza della regione sicilia tenuta da Salvatore Cuffaro.

Il concerto del Primo Maggio, però nasce anche in un contesto ben preciso. Innanzitutto i partiti di sinistra, facendo seguito alle già acute metamorfosi palesatesi durante la segreteria Berlinguer, avevano iniziato un percorso di cambiamenti importanti, come la famosa Svolta della Bolognina, con la quale il PCI si trasformava in PDS, rinnegando l’esperienza comunista e avvicinandosi, anche in via ufficiale, a un approccio globalista non solo dell’economia, ma anche dello Stato. La “svolta” corrispose a un periodo di dibattito invero piuttosto lungo, cominciato il 27 novembre 1989 e terminato il 3 febbraio 1991. Giusto in tempo per il secondo “concertone” che si sarebbe svolto da lì a qualche mese.

Concerto del Primo Maggio, una ricorrenza contro il lavoro

Le ragioni del cambiamento erano fin troppo ovvie, e si ricollegavano con eccezionale tempismo ad un altro evento catalismico, ovvero la caduta del muro di Berlino il 9 novembre dello stesso anno.

Concerto del Primo Maggio, una ricorrenza contro il lavoro

Insomma, parliamo di un’epoca di grandi trasformazioni culturali nel novero della sinistra mondiale i cui effetti, come ormai sappiamo, sono stati l’abbandono non soltanto dei principi marxisti, ma di qualsiasi approccio di tutela politica o statale al lavoro.

Lo avrebbero dimostrato in modo fin troppo netto i primi governi di centro-sinistra, la cui ossatura principale era proprio quel PDS nato dalle ceneri del PCI, che di fatto privatizzano gran parte dell’industria di Stato tra il 1996 e il 2001. Lo avrebbero confermato le iniziative sempre tententi a sminuire la sovranità nazionale (economica come politica) a partire dal 1992 per finire con le ultime peripezie dei governi targati PD di recente formazione.

Mentre il concerto nasceva, il lavoro perdeva. Ma non sembravano accorgersene in tanti, visto che i numerosi giovani che ogni anno affollavano la piazza romana dimostravano di avere interesse solo per tre cose: prendersela con i governi di centrodestra, con Berlusconi e di urlare un’appartenzenza generica a una “sinistra” ormai capitalizzata soltanto nel gridare sempre più antifascismi a destra e a manca ma, di fatto, anche anticomunismi completamente inutili (in questo non molto differenti dalle critiche che venivano proferite al Berlusconi stesso e ai suoi comunisti immaginari).

Si parte già nel 1991 quando i Gang, gruppo folk rock militante italiano, invita con un proclama rivolto ai lavoratori, allo sciopero generale contro l’allora governo Andreotti, eseguendo il brano Socialdemocrazia al posto di Ombre Rosse. Elio e le Storie Tese si dava poi al grillismo antelitteram, del resto appena prima dello scandalo di Mani Pulite, criticando la corruzione dei politici.

Nel 1993  Piero Pelù se la prese con Giovanni Paolo II accusandolo di occuparsi troppo di sesso e poco di temi religiosi.

Anno 2003, piena era berlusconiana. Magistratura stra-politicizzata comincia a far vedere i sorci verdi al dottor Berlusconi, il quale non ci sta e reagisce con ogni mezzo, anche non propriamente limpido. Daniele Silvestri lo critica pubblicamente.

Stagioni su stagioni in cui si alternano sempre gli stessi temi: la generica protesta contro il governo di turno (ancora più feroce se berlusconiano), un generale sottinteso al sesso libero di sessantottina memoria, cantanti e vip che si spacciano per capofila rivoluzionari pseudoproletari, bandiere sindacali messe lì come orpelli, senza dimenticare le birre, le cannabis e chissà quali altri sostanze di varie entità.

Cosa c’entri questa clamorosa impalcatura con il lavoro è ovviamente un mistero, da scogliere interrogandosi al più presto sulla sua valutazione. L’unica certezza è che il Concertone abbia un ruolo anzitutto dal punto di vista del marketing politico, utile a tenere aggregate masse di giovani inermi ai disvalori dell’occidente, da quelli più aprioristicamente anticattolici fino a giungere a quelli inerenti la difesa dello Stato, l’odio per la Nazione e per il confine, oltre all’amore per la globalizzazione.

Ma di cultura del lavoro, signori miei, non v’è n’è manco un’oncia. Solo un generico inneggio alla vita liberale, spacciata per “sinistra” alla buona, consegnando di fatto un popolo di ragazzi a chi ha distrutto tutto ciò che, faticosamente, in questo Paese si era creato in oltre un secolo.

(di Stelio Fergola)

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