Enzo Ferrari

Enzo Ferrari e le immense possibilità di un popolo depresso, quello italiano

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L’Italia è il Paese della cultura, dell’arte e della bellezza. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Vero, verissimo, ma parziale. Il contributo italiano alla storia della scienza, della tecnica, della politica e del pensiero, assume dei contorni assai nitidi e certo non si interrompe, come sostengono taluni, con la fine di quel meraviglioso e indubbiamente prospero periodo di genio rinascimentale. Sfogliando tra le pagine della storia e scorrendo fino ai giorni attuali, non tarderemo ad accorgerci dei tanti compatrioti che hanno dato lustro alla nostra Nazione, spiccando per capacità di creare, innovare, inventare, edificare ponti che proiettano verso il futuro, di eccellere e talvolta primeggiare nel proprio campo di competenza.

Enzo Ferrari e il genio dei grandi italiani

Pensare che ciò sia frutto di casuali e fortunate eccezioni non è soltanto falso, ma è anche il modo più sicuro ed efficace per soffocare sul nascere qualsiasi nuovo afflato creativo e qualunque presente e futura aspirazione di grandezza. La nostra capacità di essere laboriosi, industriosi, e competere ad alti livelli, spesso sopperendo con l’ingegno alle risorse limitate, va oltre il decantato “Made in Italy” dell’agroalimentare, della moda e dell’arredamento; anche in ambito tecnico-scientifico e nei comparti industriali di alta complessità e importanza strategica, sappiamo bene come emergere. Basti pensare ad alcune figure della storia contemporanea, tra le tante: Camillo Olivetti, vero innovatore nel campo dell’informatica; Federico Faggin, protagonista nella realizzazione del primo microprocessore della storia; Enrico Mattei, che rese esaltò l’industria petrolifera nazionale; Enrico Forlanini, pioniere dell’aviazione e inventore dell’aliscafo; Pietro Beretta, che fece dell’omonima fabbrica d’armi una tra le più prestigiose a livello internazionale; Corradino D’Ascanio, progettista del primo prototipo di elicottero e della Vespa, il ciclomotore più iconico e venduto al mondo; oltre ai più noti Volta, Meucci, Marconi e Fermi.

Uno in particolare di questi brillanti personaggi che hanno scritto indelebili pagine di storia, è stato senza dubbio Enzo Ferrari: “il Drake”, come solevano chiamarlo gli avversari. Modenese e italiano nel midollo, pilota automobilistico in gioventù e in seguito l’artefice di un vero miracolo tecnico-industriale e sportivo. Nel 1929 fondò la Scuderia Ferrari, prima come filiale dell’azienda Alfa Romeo e poi, nel 1947, staccandosi definitivamente dall’Alfa Romeo fondò la piccola e indipendente azienda Ferrari. Quei due momenti furono l’inizio di un sogno, di un percorso sulla via della gloria, fatto di gesta incredibili, personaggi eroici e tragici, momenti di vittoria, di sconforto, di estasi e di dramma. Una favola raccontata attraverso i segni delle gomme bruciate sull’asfalto, le pile di fogli per il progetto di una nuova auto da corsa, l’odore acre di benzina e la giostra turbinante delle emozioni in pista. Questo sogno, partito da un nome e un cognome, ha esaltato ed esalta i colori della nostra bandiera, portata in trionfo in ogni autodromo, pista o circuito del pianeta. Ha i contorni della favola anche la storia del logo Ferrari, quel celebre cavallino rampante dipinto sulla carlinga del caccia di Francesco Baracca, il più grande asso dell’aviazione italiana durante la prima guerra mondiale, “l’asso degli assi”, e donato dalla madre del Baracca stesso a Enzo Ferrari in persona, in segno di buon augurio, quando egli era ancora un pilota automobilistico. Un passaggio di consegne tra un eroe di guerra incubo dei nemici e un artista dei motori invidiato dai rivali; due giganti che hanno onorato il nostro tricolore, seppur in modi assai diversi. Il cavallino rampante è stato riconosciuto come il marchio più influente e iconico al mondo nel 2013 e nel 2014, superando la concorrenza di Coca-Cola e Google.

La Rossa di Maranello, un piccolo glorioso prodigio

L’automobilismo richiede tanto le abilità sportive e quasi epiche – soprattutto in tempi passati – dei piloti, quanto la costante capacità di progettare, costruire, sviluppare e perfezionare tutte le parti che compongono la vettura da corsa, attingendo alle più alte competenze tecniche in ambiti ingegneristici di estrema complessità. La Scuderia Ferrari è maestra in questo, tanto da essere diventata la squadra motoristica più prestigiosa e titolata al mondo, detentrice di quasi tutti i record di vittorie nella Formula 1, la massima espressione dello sport automobilistico mondiale – dove, tra l’altro, Pirelli e Brembo, due aziende italiane leader del proprio settore, sono fornitori unici rispettivamente di pneumatici e impianti frenanti. Indossare il rosso è il sogno di qualunque bambino inizi a mangiare l’asfalto delle piste automobilistiche; nondimeno, ogni uomo che agogni l’adrenalinica emozione della velocità sogna di possedere o guidare una Rossa di Maranello. La Ferrari e l’Italia rispecchiano in modo ideale l’una la grandezza dell’altra, come in un gioco di specchi nel quale si perde la cognizione di quale sia la forma originale e quali quelle riflesse. Una piccola azienda d’avanguardia e di immenso prestigio che negli anni ha sempre tenuto testa ad avversari più potenti e facoltosi, lasciandoli spesso con l’amaro in bocca e un ghigno di invidia sul volto. Il frutto della visione illuminata e futuristica di un italiano fiero e geniale, un pioniere della costruzione automobilistica animato da un autentico sentimento patriottico e da quello spirito ardente della velocità, quasi intrinseco nella condizione umana di esistenza proiettata verso l’avvenire, oltre l’ignoto, come forza vitale che trascende la materia e risveglia la volontà di potenza dell’individuo, portando il suo sguardo a rivolgersi verso l’abisso della morte.

Il Davide italiano e il Golia statunitense

Un celebre episodio che ben descrive la fierezza e lo spessore umano del Drake, è la cosiddetta guerra Ferrari-Ford risalente agli anni ‘60. L’allora presidente della Ford Motor Company – colosso dell’industria americana e, a quei tempi, il secondo complesso automobilistico mondiale – Henry Ford II, alla ricerca di una buona pubblicità per la sua azienda, scese in campo in alcune competizioni automobilistiche internazionali, dove le vetture di Maranello dominavano, spesso incontrastate, da diversi anni. Nel 1963, resosi conto dei tempi e dei costi necessari per sviluppare auto da corsa capaci di battere quelle Ferrari, decise di intavolare una trattativa per l’acquisizione della casa di Maranello. In un primo momento Enzo Ferrari acconsentì alle trattative, con la garanzia di mantenere la totale libertà e indipendenza della gestione sportiva; quando capì che tale autonomia gli sarebbe stata infine negata, dovendo porre all’approvazione di Detroit ogni sua decisione, fece saltare il banco, indispettendo Ford stesso e dando così inizio a una faida sportiva, politica e aziendale, durata fino al 1967. Se simbolicamente fu un’opposizione al fordismo che rappresentava lo strapotere del comparto industriale americano, in concreto fu la rivendicazione della vitale importanza di mantenere la propria indipendenza, così da poter perseguire il proprio interesse aziendale e, per estensione, nazionale. Una lezione che oggi, con noncuranza, sembriamo aver seppellito insieme alle spoglie di questo grande italiano.

(di Michele Lanna)

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