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Elezioni francesi, intervista a Yves Mény: “Paese diviso”

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In vista del ballottaggio decisivo del 24 aprile, che vede di fronte la candidata del Rassemblement National, Marine Le Pen, e il presidente uscente Emmanuel Macron, abbiamo intervistato Yves Mény, docente universitario e noto politologo, che ha esposto le sue analisi sul voto francese e sull’ascesa dei populismi.

Il dato principale che emerge dalle elezioni francesi è il declino inesorabile della destra repubblicana (Les Républicains), incapace di raggiungere il 5% dei consensi, e il quasi totale dissolvimento del partito socialista, crollato all’1.75% dei consensi. Dal punto di vista politologico, come spiega la discesa dei partiti tradizionali a scapito dell’ascesa inarrestabile dei populismi?

Per spiegare questa discesa agli inferi, è necessario fare un’osservazione e fornire due spiegazioni. Innanzitutto, i partiti di governo sia di destra che di sinistra sono ad un livello storicamente basso. Il loro indebolimento è evidente al livello nazionale per l’elezione presidenziale, tuttavia rimangono le forze politiche dominanti al livello locale e regionale.
In secondo luogo, vi è una spiegazione strutturale. I partiti che hanno governato il paese dal 1958 non hanno saputo aggiornare i loro programmi al cambiamento del mondo post-1989, ovvero, al collasso dei regimi sovietici ed alla vittoria assoluta del neo-liberalismo sul piano economico. Questo vale, in particolare, per il partito socialista che non ha saputo colmare la sparizione del partito comunista e proporre un nuovo patto sociale agli elettori.
Vi è una seconda spiegazione, specifica alla Francia. Nel 2017, Macron fece la diagnosi giusta, e la creazione di un partito centrista, europeo, liberale fu un’offerta attraente che schiacciò i partiti tradizionali, indeboliti dalla mancanza di leader credibili e di programmi convincenti. Entrambi i partiti tradizionali erano, inoltre, profondamente divisi al loro interno fra moderati e radicali, pro e anti-europei. La colpa più grave è quella di non aver approfittato del quinquennato di Macron per costruire dei programmi intorno a dei nuovi leader. Infatti, sia il partito dei Républicains che il partito socialista sono attualmente diretti da leader di basso profilo.

La candidatura di Éric Zemmour, figura controversa, ha suscitato sia entusiasmo che timore. I sondaggi lo davano tra il 12 e il 15% dei consensi, mentre alla fine si è arenato al 7%. Il fenomeno Zemmour è stato erroneamente gonfiato oppure è stata sottovalutata la capacità di Marine Le Pen nel mantenere saldo il proprio consenso?

Zemmour era popolare sia nella destra repubblicana che in quella lepenista, ma era soprattutto il guru della destra tradizionalista cattolica che aveva sempre votato per Les Républicains. Di origine ebrea, tornato dall’Algeria dopo l’indipendenza, con un cognome berbero e radicalmente ostile agli emigrati, Zemmour è radicale come lo erano Le Pen padre e Marine Le Pen fino al 2017. Il suo successo iniziale è il risultato sia del capitale accumulato come polemista sui mezzi d’informazione, sia della focalizzazione sui temi popolari quali “l’invasione straniera della Francia”, l’immigrazione e la sicurezza. Zemmour ha, inoltre, beneficiato della copertura mediatica, in quanto fenomeno nuovo e inatteso della politica francese. Molti si rallegravano della divisione dell’estrema destra, sperando che avrebbe favorito la candidata della destra repubblicana e di governo, Valérie Pécresse.
La caduta di Zemmour, invece, è il risultato di diversi errori: il primo è stato quello di pensare che il discorso radicale fosse sufficiente per attrarre l’elettorato popolare. L’altro è stato di credere che l’affermazione di idee radicali potesse riscuotere successo nel quadro di una battaglia presidenziale. La Le Pen, invece, ha scelto di centrare tutto sull’inflazione e il potere d’acquisto dei francesi, tema centrale delle classi sfavorite. Questa differenza di tematiche è stata vincente per la Le Pen e gli elettori hanno preferito convergere su di lei quando i sondaggi hanno dimostrato che fosse l’unica capace di accedere al secondo turno.

Dal punto di vista ideologico e dialettico, Zemmour è stato accusato di essere più radicale di Marine Le Pen. La presenza di Zemmour ha avvantaggiato oppure indebolito la Le Pen?

Inizialmente, si pensava che la Le Pen fosse indebolita dalla candidadura inaspettata di Zemmour. C’è chi pensava che la divisione dell’estrema destra potesse favorire Mélenchon per il secondo turno. Mélenchon era il primo a crederci e ha fatto di tutto per incentivare la sinistra al “voto utile”, ovvero a votare per lui a scapito dei candidati ecologisti, comunisti o socialisti per poter accedere al secondo turno al posto della Le Pen. Gli elettori di estrema destra, tuttavia, hanno fatto lo stesso calcolo strategico e alla fine molti hanno preferito votare la Le Pen e il suo programma più ‘moderato’, accentrato sul potere d’acquisto e non sulle questioni identitarie, obbiettivo privilegiato invece da Zemmour. Senza volerlo, Zemmour ha contribuito a rafforzare la strategia della Le Pen: apparire come una soluzione moderata, tranquilla e meno avventurosa. Adesso, infatti, Zemmour è stato obbligato a chiedere ai suoi elettori di votare per la Presidente del Rassemblement National, onde evitare la riconferma del presidente Macron.

Come cambierebbe la politica estera francese con Marine Le Pen all’Eliseo?

Le scelte politiche della Le Pen costituiscono un’inversione ad ‘u’ della politica francese, in particolare nel campo internazionale ed europeo. La Le Pen propone, infatti, l’uscita della Francia dalla struttura di comando della Nato, la presa di distanza dagli Stati Uniti e la ripresa del dialogo con la Russia. In materia di politica migratoria, il suo approccio nei confronti dei paesi di origine degli emigrati sarebbe come una “dichiarazione di guerra”. Le frontiere francesi sarebbero chiuse e l’entrata degli stranieri non europei fortemente condizionata e limitata. Per facilitare questa politica – che intensificherebbe ulteriormente le tensioni interne all’Unione europea – un governo lepenista considererebbe nulle le decisioni giuridiche della Corte dei Diritti dell’Uomo di Stasburgo. La Francia, pertanto, rischierebbe l’isolamento sullo scenario internazionale, con l’esclusione di alcuni paesi come l’Ungheria e la Polonia che vedrebbero di buon occhio l’elezione della Le Pen. Le proposte del programma della Le Pen in materia di circolazione delle persone, dei beni e servizi, del contributo al budget dell’Unione europea, dello stato di diritto e della protezione dei diritti fondamentali, equivarebbero ad una Frexit, non dichiarata ma effettiva.

Le elezioni hanno registrato un altro risultato sorprendente, ovvero quello della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon che sfiora il 22% dei consensi. Due populismi diversi ma con qualche affinità: cosa hanno in comune il populismo lepenista e quello di Mélenchon?

I populismi di Mélenchon e della Le Pen hanno molte caratteristiche in comune. Condividono, innazitutto, un disprezzo inconfutabile nei confronti di Macron e delle sue politiche. Trovano le proprie radici in un patrimonio ideologico comune; entrambi invocano le vecchie tradizioni rivoluzionarie e repubblicane, ponendo al centro del dibattito politico concetti quali nazione e sovranità.
Sul piano istituzionale, Mélenchon vuole far eleggere un’assemblea costituente e creare una Sesta Repubblica più democratica; la Le Pen vuole cambiare profondamente – tramite referendum – la costituzione dell’attuale Quinta Repubblica. Entrambi propongono un ricorso sistematico al referendum o al referendum d’iniziativa popolare.
Sul piano economico, il sovranismo, la chiusura delle frontiere e la violazione dei trattati europei avrebbero, in entrambi i casi, delle conseguenze così drastiche e drammatiche che non credo che sarebbero in grado di metterle completamente in atto. Ma la scossa inflitta ai mercati e all’Europa potrebbe essere tragica sia per la Francia che per la costruzione europea. Un incubo, all’insaputa di chi vota per questi programmi senza prevederne le conseguenze.
Sul piano sociale, entrambi i movimenti si contendono l’elettorato popolare. Il Rassemblement National di Marine Le Pen è diventato il partito più operaio del paese. Anche La France Insoumise di Mélenchon è popolare, ma il suo elettorato è cambiato tra il 2017 e il 2022. Attrae soprattutto i giovani di sinistra più radicali, ai quali i vecchi partiti di sinistra non offrono niente di particolarmente attraente o nuovo. Viste le conseguenze sociali delle crisi economiche, non stupisce il fatto che questi due movimenti riescano a suscitare un voto di adesione alle loro proposte politiche. Questa base sociologica, in parte simile, spiega come i programmi di entrambi i movimenti moltiplichino le misure di natura assistenzialista.

Quali sono le differenze profonde che non permettono una coesistenza tra la Le Pen e Mélenchon?

Malgrado queste similitudini – secondo alcuni sondaggi, infatti, il 25/30% degli elettori di Mélenchon potrebbe votare per la Le Pen al ballottaggio – rimangono delle differenze profonde. Il tribuno della plebe di sinistra, Mélenchon, che difende i diritti fondamentali dei più deboli o poveri, è senza dubbio un repubblicano alla vecchia maniera, più vicino a Robespierre che a Sieyès, e rimane fedele a una certa forma di internazionalismo proletario a difesa degli immigrati. Sul piano politico-costituzionale, il suo radicalismo retorico è chiaramente di ispirazione rivoluzionaria in stile 1789, mentre sul piano economico-sociale è di isipirazione marxista.
La Le Pen, invece, malgrado un radicalismo temperato dalla sua apparente moderazione, si ispira di più allo spirito contro-rivoluzionario che, dal 1789 in poi, si è manifestato in tutti i momenti di crisi della società francese (nel 1848, nel 1871, negli anni 30, durante il regime di Vichy, nella guerra di Algeria, etc.)

Analizzando la situazione partitica francese, è ancora lecito parlare di estrema destra, in riferimento al Rassemblement National della Le Pen, e di sinistra radicale, in riferimento alla France Insoumise di Mélenchon?

Non c’è nessu dubbio. Sul piano della retorica, delle scelte fondamentali, dell’ideologia e delle politiche pubbliche proposte, la Le Pen è di estrema destra e Mélenchon è di sinistra radicale. Questo è un dato inoppugnabile che comporta una polarizzazione estrema del sistema politico francese come non si è visto sin dagli anni 30. Il voto complessivo dell’estrema destra, infatti, ammonta per la prima volta ad un terzo dell’elettorato. Una cifra mai raggiunta nel quadro repubblicano. Con il voto di Mélenchon, significa che la metà dei francesi ha votato per un partito populista, di destra o di sinistra.

Le chiedo di farmi un paragone tra la Le Pen del 2017 e la Le Pen del 2022.

Nel 2017, la Le Pen voleva uscire dall’euro ed eventualmente operare un Frexit. Tutta la sua politica era esplicitamente anti-europea, filo-russa, d’ispirazione trumpiana. Prima ancora, il suo programma economico era neo-liberale e la sua politica sociale era ispirata al ‘welfare chauvinism’. Nel contesto dell’elezione del 2022, la Le Pen ha annacquato tutte queste dimensioni per porre l’accento sulla dimensione popolare, sovranista, con una dimensione piuttosto liberale sulle questioni culturali (divorzio, aborto, matrimonio gay etc.). Cambiando il tono, ha tentato di smussare gli angoli sotto tutti i punti di vista, ma quando si va a vedere il contenuto delle misure, la radicalità appare subito. Il problema è che la maggioranza degli elettori – e della stampa fino a pochi giorni orsono – si è accontentata di assorbire questo “re-styling”.
Cosa deve fare Marine Le Pen per vincere le elezioni?
Le Pen ha già tentato di tutto e non so bene che cosa potrebbe fare di più. Ha provato il radicalismo di fondo e di facciata, poi il radicalismo di fondo con sorrisi e musica dolce. Come dice lo slogan pubblicitario: “What else?. Marine Le Pen ha ancora una strada lunghissima da percorrere prima di diventare una candidata rispettabile e degna della carica più alta della Repubblica.

Le chiedo un pronostico in vista del ballottaggio. Chi vincerà tra Macron e Le Pen?

La vittoria della Le Pen non è esclusa anche se, ad oggi, lo scenario meno probabile. I sondaggi danno Macron vittorioso con il 56% contro il 44%. Ma c’è ancora molta incertezza su due fronti: l’astensionismo e il comportamento degli elettori di Mélenchon. Se vincesse la Le Pen, saremmo in uno scenario catastrofico ma con delle riserve. Se questo scenario dovesse realizzarsi, dubito che la Le Pen possa avere una maggioranza in Parlamento visto il sistema elettorale e la mobilitazione anti-lepenista. A questo punto, servirebbe un regime di coabitazione, che in un certo senso sarebbe l’ideale per la Le Pen. Potrebbe avere la carte maestre in politica estera ed europea e lasciare i compiti difficili ad un governo di opposizione. Non credo molto a questo scenario perche sarebbe caotico e a rischio di conflitti sociali accesi. Ma se vince Macron – come si può sperare per la Francia e l’Europa – la partita non sarà facile. Il contesto europeo ed internazionale non si presta a passeggiate rosee e il paese è profondamente diviso in due o tre gruppi antagonisti.

Claudio Pasquini Peruzzi

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