Pio e Amedeo

Pio e Amedeo, un monologo rivoluzionario?

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Il dubbio su Pio e Amedeo è quantomeno lecito, dopo il (quasi) monologo finale del loro programma serale Felicissima Sera. Tralasciando le ovvie reazioni di tutto il regime politicamente corretto, da quelle – scontate – di personaggi come Vladimir Luxuria, fino alle risposte piccate di personaggi in cerca d’autore come Aurora Ramazzotti, è interessante fare due  considerazioni preliminari.

La prima è che il monologo stesso è stato messo in scena nella serata finale di Felicissima Sera, quando il pericolo di eventuali chiusure o stop era ormai alle spalle.

La seconda è lo share riscosso dal programma nelle tre serate su Canale 5, che ha registrato una media del 20% di audience, il che sgombra il campo sulla eventuale necessità di “farsi pubblicità” da parte della coppia, considerando il successo indiscutibile riscosso a livello nazionale.

Pio e Amedeo: “Si dovrebbe poter dire tutto”

“Ci sono parole che in televisione non si possono dire. E invece si dovrebbe poter dire tutto”. È una delle prime frasi pronunciate dal palco. “È l’intenzione, la cattiveria, non la lingua”, prosegue Amedeo Grieco. E da lì, parte un vero e proprio treno, già cominciato in precedenza contro lo stigma alla parola “negro” (“Se dico uè negro, vieni che ti offro un caffé, sono amichevole o no?”, “Edoardo Vianello che cantava sui negri mò è razzista?”).

Un treno che non risparmia ebrei (“Ma possibile che non si può dire che gli ebrei sono tirchi?”), omosessuali (“Questa cosa che i gay sono sensibili. Ma noi non ho capito, siamo dei pxxxi di mexxa?”, “Non si può più dire la parola “ricchione”!), fino ad arrivare ad un invettiva molto diretta contro Alessandro Cecchi Paone (“È un pxxxo di mexxa”, “Hitler non è un pxxxi di mexxa come Cecchi Paone, ma stiamo là”).

“Ci stanno educando che la lingua è più importante della mente” e, nel marasma, il significativo “voglio che ‘negro’ faccia la fine di terrone”, è una frase che sintetizza bene la questione, volta a dimostrare il teorema. La parola, utilizzata in senso dispregiativo tanti decenni fa, oggi lo è molto meno, se non per nulla, visto che è – effettivamente – usata con toni spesso amichevoli.

Mentre Amedeo Grieco “vomita” letteralmente tutto, Pio D’Antini abozza una finta presa di distanze (“Ti stai addentrando in un discorso molto complicato”, “Mi dissocio”, “Lascia perdere”, “La censura ci colpisce, stai in Italia!”, concludendo nel finale con un direttissimo “Fatti i cazzi tuoi!”), e ironizza sulla scomparsa del duo in televisione (“Vabbè, ci vediamo l’anno prossimo” si trasforma presto in “ci vediamo forse l’anno prossimo” fino al definitivo “non ci rivedremo più”).

E il finale rappresenta una critica ancora più diretta. Amedeo, infatti, chiede scusa, incoraggiato da Pio (“gli ebrei sono fondamentalmente degli spendaccioni!”). Per tornare, metaforicamente, nei ranghi di ciò che è consentito dal regime del pensiero unico.

Sulle note smielate di Heal the world di Michael Jackson.

Rivoluzionari?

Forse l’attribuzione è forte, non si può negare. Ma andando a scandagliare i 17 minuti in cui Pio e Amedeo si scagliano contro il politicamente corretto, forse non è così azzardata. Per tutta la durata del dialogo, i due praticamente non concedono nulla ai dogmi del regime del pensiero unico.

Per meglio dire, concedono due cose: una piccola marchetta all’immigrazionismo in apertura (quando Amedeo cita l’esempio della parola “negro” usata amichevolmente in luogo del “nero” indirizzato agli immigrati che “devono tornare a casa loro” stigmatizzando le sintesi della politica italiana anti-immigrazionista, in particolare leghista), e poi sulla retorica sanitaria anti-covid.

Per il resto, i due attaccano praticamente tutto, perfino il femminismo imperante (la contestazione della frase “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”).

Chi scrive ha avuto modo di vedere il monologo sul sito di Mediaset Play. Dalle reazioni, si aspettava certamente qualcosa di fastidioso per il regime del pensiero unico, magari una frase fuori posto, quello sì. Ma assolutamente non 17 minuti di opposizione frontale a praticamente ogni suo dogma.

Talmente sorprendente che, considerata l’affermazione di Pio e Amedeo livello nazionale, mi è sembrata onestamente troppo pericolosa, perché in certi ambienti basta un attimo per essere fatti fuori. Anche un semplice pretesto sulla loro vita privata potrebbe essere utilizzato. Mi è venuto addirittura il dubbio – ma questa è chiaramente una suggestione – che i due godano delle “giuste protezioni”, considerata la semplicità con cui hanno detto a muso duro ciò che di norma viene evitato come se si camminasse sulle uova.

L’impressione finale che se ne trae è quasi quella di uno “sfogo”: non seguo abitualmente Pio e Amedeo, ma non mi pare siano mai stati così frontalmente opposti ai dogmi del pensiero unico, in un ambito – quello della comicità – che ne è totale espressione (almeno, fin dai tempi di Corrado Guzzanti e Neri Marcoré, tra l’altro entrambi bravissimi interpreti).

Invece in quel discorso sembrano quasi vomitare tutto insieme, quasi liberarsi. Va da sé che anche questa sia una considerazione personale, ma comunque tangibile da quanto osservato.

In ogni caso, e in attesa di ulteriori sviluppi, è impossibile non applaudire i due comici pugliesi. Anche fosse per il semplice fatto che hanno detto cose che il 90% della gente pensa sui dogmi di chi ci priva, da decenni, di esprimerci liberamente. Nonostante Fanpage, con questo titolo chiaramente propagandistico, tenti disperatamente di affermare il contrario.

Pio e Amedeo

(di Stelio Fergola)

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