Arcano Incantatore

Venticinque anni di “L’arcano incantatore”: intervista a Pupi Avati

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Il 19 aprile 1996 usciva nei cinema italiani L’arcano incantatore: variazione di Pupi Avati sul tema d’un genere da lui stesso ideato e codificato, il “Gotico padano” (o, come riporta l’epigrafe del suo romanzo Il signor Diavolo: “gotico maggiore”).

Sarà fuori dai confini nazionali che il film avrà il successo e i riconoscimenti che gli spettano: premiato nel 1998 con il Corvo d’Argento al festival del cinema fantastico di Bruxelles e col premio della giuria al festival internazionale di Puchon (Corea del Sud), L’Arcano Incantatore è tuttora un punto di riferimento per cultori dell’horror in tutto il mondo.

“L’arcano incantatore”: la storia

Stato Pontificio, secolo XVIII: l’ex seminarista Giacomo Vigetti racconta a un frate, le vicende che lo hanno portato alla dannazione e alla follia.

Dopo aver indotto una fanciulla ad abortire il bimbo che sarebbe nato dalla loro unione, Giacomo si è rivolto a una misteriosa dama, adoratrice del Maligno, per sfuggire all’Inquisizione che lo bracca.

Costei, dopo aver stretto con Giacomo un patto di sangue, lo invia ad assistere Monsignore: un eruditissimo spretato in odore d’eresia, confinato perciò in una rocca, tra boschi e colline. Per anni nessuno ha visto in volto Monsignore, rimasto con la sola compagnia di Nerio, l’assistente che secondo alcune dicerie lo avrebbe traviato, trascinandolo in studi e pratiche occulte (su tutte, l’evocazione dei defunti); ma è giunta notizia che Nerio sia morto, perciò sarà Giacomo ad aiutare Monsignore, facendogli da segretario e curando la sua corrispondenza con le converse d’un convento nei paraggi della rocca.

Indeciso se credere a Monsignore, che professa la liceità dei suoi studi, oppure a un inviato dell’Inquisizione che lo mette in guardia, Giacomo scoprirà che “il Maligno non si fa servitore, se non per essere maestro”.

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono).

Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara1: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse2 contribuisce allo straniamento dello spettatore, trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

L’Arcano Incantatore si distingue tra gli horror avatiani anche perché segna un punto d’incontro con i “topoi” più comuni al “cinema di paura”: dai romanzi gotici che ne ispiravano le sceneggiature, agli stereotipi degli “Hammer Horror”.

Pur restando una riconoscibilissima creazione di Pupi Avati, L’arcano incantatore abbonda di “marchi di fabbrica” dei film dell’orrore: inquadrature della luna piena, un castello diroccato degno del Conte Dracula (non per nulla compare un pipistrello), un eremita che ha qualche tratto da “scienziato pazzo”, cornacchie che gracchiano in continuazione.

Soprattutto è l’horror avatiano più buio, almeno fino a Il signor Diavolo: fra i tratti distintivi di La casa dalle finestre che ridono e Zeder vi era invece l’abbondanza di luce (che non toglieva nulla alla loro carica d’inquietudine). Ma se nella forma accetta qualche tratto convenzionale, L’arcano incantatore resta un film originalissimo e intelligente: “fola esoterica” unica e affascinante.

Arcano Incantatore

25 anni dopo, Avati parla de “L’arcano”

 

Con la gentilezza che è uno dei suoi tratti distintivi, lo stesso Mister Avati ci ha rilasciao un’intervista telefonica.

Arcano Incantatore

Punto di partenza della conversazione è stato Il mattino dei maghi. Introduzione al realismo fantastico, celebre saggio pubblicato nel 1960 dal giornalista e occultista parigino Louis Pauwels e dallo scienziato russo-francese Jacques Bergier; in particolare, l’edizione che ho comprato a Ferrara, dopo aver partecipato alle riprese di Lei mi parla ancora:

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato “Il mattino dei maghi” proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant – Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello Antonio ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo3, è forse il suo film più colto.

Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia4 per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è la Pseudomonarchia daemonum, la “Gerarchia dei demoni” (1577) del medico rinascimentale olandese Johann Weyer (o Wier, o Wierus), uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida alla conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

T – Nella biblioteca di Monsignore è stato visto un riferimento a Borges.

PA – Borges è grandissimo, ma non stavo pensando a lui.

T – Un altro scrittore coltissimo, Lovecraft, riteneva il Settecento l’epoca in cui avrebbe voluto vivere. C’è in Monsignore qualcosa dei suoi di Lovecraft, magari Curwen, l’alchimista bibliomane di Il caso di Charles Dexter Ward?

PA – No, non pensavo nemmeno a Lovecraft. Mi rendo conto che quella libreria possa fare pensare a Borges, e forse inconsciamente mi sono ispirato alle sue biblioteche labirintiche… ma a Lovecraft proprio non ho pensato. Quella biblioteca è bellissima, la cosa più grande e complessa che sia mai apparsa in un mio film… con quello splendido lampadario che sale e scende. Sembrava un trucco semplice, ma non lo era. È stato un lavoraccio… ma come tutti i miei film, è stato girato con mezzi minimi, quasi artigianali, in quella bella atmosfera famigliare che hai vissuto tu stesso sul set di Lei mi parla ancora.

T – Ho notato due figure di traghettatrici: la bambina porta informazioni da un mondo all’altro, la conversa traghetta Giacomo da una sponda all’altro del lago. Questa loro affinità è intenzionale?

PA – Sono sincero, ammetto di non averle immaginate così.

T – Quindi Severina, la conversa in combutta con Nerio non è Caronte? Penso al vostro grande interesse per Dante.

PA – Puoi immaginarla così.

T – La bambina però arriva da un episodio accaduto nella vostra famiglia.

PA – Sì, la resuscitata. Una ragazza colpita da forti febbri, le era stata data l’estrema unzione, dopo di che parve morta. Qualche ora dopo saltò su dal letto e chiese le tagliatelle. Soprattutto, mi ha guidato il pensiero della scena più bella che abbia visto in un film: la ragazza che apre gli occhi nel Dies Irae di Carl Theodor Dreyer. Una scena, un’immagine con una bellezza, una grazia… come ti ho detto, ispirazione. Il resto arriva dopo, senz’altro quello che leggo affiora, più o meno inconsciamente… ma sono guidato soprattutto dalle immagini.

T – Trovo le prime scene di “L’arcano incantatore”, dagli scorci di Todi al patto con la dama sino all’incontro con la bimba resuscitata, i momenti più belli del film, e considero una delle scene horror più belle che abbia visto il dialogo durante il quale Giacomo stringe il patto di sangue con la dama che gli parla da dietro un affresco, mascherata da civetta: un simbolo notturno, demoniaco eloquentissimo. Sia Giacomo che lo spettatore sanno con chiarezza quale dichiarazione stia dietro questa immagine, senza che la si debba spiegare a parole: il suo messaggio è nitido come fosse scritto, o persino di più. Questa eloquenza mi ha fatto pensare alla predilezione d’una certa cultura – quella, per esempio, dei tarocchi – per il linguaggio simbolico rispetto a quella verbale. La scena della civetta mi sembra riassuma questa idea, questa cultura del simbolo.

PA – Non avevo l’ambizione di fare un discorso così importante: sono sincero, e ti dico che dietro quello che metto in scena c’è soprattutto l’ispirazione: metto in scena quello che immagino, il ragionamento arriva dopo. Però riconosco quello che dici: è un discorso vicino a quello di Fulcanelli, quell’alchimista che ha dimostrato che le cattedrali sono costruite seguendo un linguaggio simbolico preciso. A me però interessava soprattutto narrare una storia, raffigurare delle scene affascinanti. Se dici che la scena della civetta ti ha affascinato, sono contento perché il mio scopo era quello. Poi si può discutere di quel che c’è dietro…

T – Mi sembra che l’elemento centrale del film siano le mani. Giacomo e la dama stringono un patto con un’incisione sulla mano, poi la bambina porta a Giacomo un messaggio da sua madre tracciandogli un disegno sul dorso della mano; quindi, a Monsignore manca una mano, e proprio questa mano mancante sarà la chiave per la risoluzione del mistero, così come la mano guantata della dama. Da dove giunge questa idea?

PA – Per scegliere il tema della mano mozzata, ho seguito l’ispirazione che mi ha dato un’immagine in un tarocco…

T – Il tredicesimo (5)?

PA – Tu pensa, parlavamo di coincidenze significative. In cinquant’anni che faccio film, soltanto una volta ai provini per i ruoli secondari si è presentato un ragazzo senza una mano. Quando è successo? Durante i preparativi di L’arcano incantatore! Ho fatto decine di film, e il solo per il quale si sia presentato un ragazzo con la mano monca è stato quello in cui al protagonista manca una mano! Sul set eravamo tutti sbalorditi.

T – Avete poi ingaggiato il ragazzo?

PA – No. Nascondere la mano di Cecchi fu complicato. Ora è tanto semplice, col digitale puoi far sparire o apparire… ma girammo tutto con mezzi artigianali. Qual è il trucco maggiore del film? Quel candelabro che sale e scende…

TA – Ci sono anche il calice che vola, il pipistrello, il fantasma infuocato…

P – Tutte cose artigianali! Complessissime da realizzare. Magiche.

Nello stesso anno di L’arcano incantatore, Avati presenterà Festival, un film drammatico con protagonista Massimo Boldi (spesso il cineasta bolognese fa sperimentare a comici ruoli per loro non consueti: si pensi anche a Christian De Sica in Il figlio più piccolo, Ezio Greggio in Il papà di Giovanna e la formidabile prova di Renato Pozzetto, nel suo splendido primo ruolo tragico a 80 anni: Lei mi parla ancora; il primo di questi “convertiti”, Diego Abatantuono, grazie a Regalo di Natale comincerà una bella carriera “seria”) nel ruolo d’un comico in crisi. Proprio con Festival comincerà un lungo periodo senza horror nella filmografia di Avati, un decennio abbondante (con l’eccezione di una scena d’iniziazione satanista in I cavalieri che fecero l’impresa, 2001): dal 1996 (L’arcano incantatore) al 2007 (Il nascondiglio).

Al 1994 (due anni prima di L’arcano incantatore) risale la trasferta statunitense (tre anni dopo Bix – Un’ipotesi leggendaria) per L’amico d’infanzia (il primo dei due thriller girati da Avati negli USA: seguirà, nel 2007, Il nascondiglio con protagonista Laura Morante).

Tra L’amico d’infanzia (storia d’un conduttore televisivo giustizialista perseguitato da un compagno di college, con il preludio del Parsifal di Richard Wagner sui titoli di testa) e L’arcano incantatore sta una breve (cinque puntate) serie televisiva ideata e scritta (ma non diretta: la regia fu affidata al romano Fabrizio Laurenti, in arte Martin Newlin) da Avati per la RAI, Voci notturne (1995). Al momento introvabile (ma è stato pubblicato un volume con la sceneggiatura), Voci notturne è un “cult” per gli esperti dell’horror italiano.

Protagonisti Lorenzo Flaherty e il veterano del cinema avatiano Massimo Bonetti, con un ruolo assegnato allo statunitense Jason Robards III (già protagonista di L’amico d’infanzia), racconta le indagini riguardanti l’omicidio sacrificale d’uno studente di architettura,

Ambientato in una Roma contemporanea inquietante almeno quanto quella di Il segno del comando (epocale sceneggiato RAI del 1971), Voci notturne è stato vittima d’una programmazione televisiva pasticciata e dei reclami di (potenti) circoli che si riconobbero nella sanguinaria “Società Teosofica per il ritorno allo Spirito Originario” del telefilm; ma resta un validissimo proseguimento di L’arcano incantatore: un suo aggiornamento ai giorni nostri, e una bella trasferta capitolina del “Gotico padano”.

“Il nascondiglio”: un “cugino” de “l’arcano”?

Tra i film appena citati, quello più vicino a L’arcano incantatore è forse Il nascondiglio: come il Giacomo Vigetti di Stefano Dionisi, la donna senza nome interpretata da Laura Morante è attratta irresistibilmente da un mistero la cui soluzione non può rinunciare a cercare (così anche Stefano, il personaggio di Lino Capolicchio in La casa dalle finestre che ridono); come il seminarista rinnegato di L’arcano incantatore, porta sulla coscienza una colpa che l’ha costretta ad abbandonare la sua vita precedente (ha sparso delle calunnie che sono state letali al marito); come lui, è sull’orlo della pazzia (Giacomo è presentato, quando racconta la sua storia al principio del film, delirante in una cella; “Lei” è reduce da un lunghissimo soggiorno in una clinica psichiatrica); la vicenda di entrambi vede coinvolti (come anche La casa dalle finestre che ridono, Zeder e più avanti Il signor Diavolo) sacerdoti spretati, o addirittura dannati, o quantomeno ambigui e disonesti: in L’arcano incantatore, Giacomo è un ex seminarista braccato dall’Inquisizione, e inviato al servizio d’un sacerdote sospetto d’eresia; in Il nascondiglio, “Lei” incappa nei misfatti avvenuti decenni prima in una residenza di suore e converse, e ha l’ingenuità di affidarsi a padre Emil (interpretato da Treat Williams), un sacerdote piacione e viziato che per conservare i suoi privilegi (si veda in che ristorante può permettersi di cenare) contribuisce all’omertà regnante nella cittadina (Davenport, Iowa: i fratelli Avati vi comprarono la casa – ribattezzata, in Il nascondiglio, “Snakes’ Hall” – del jazzista Bix Beiderbecke, dedicatario del film biografico Bix – Un’ipotesi leggendaria, presentato nel 1991 a Cannes) teatro dei delitti.

Dicevamo, “Snakes’ Hall”: in Il nascondiglio, la bella donna senza nome interpretata da Laura Morante progetta di aprire un ristorante italiano nell’inquietante magione circondata dalla nomea (sparsa per coprire i fatti di sangue che vi sono realmente accaduti) d’essere edificata su di un cimitero pellerossa. Evidente il riferimento a Shining, romanzo di Stephen King e film di Stanley Kubrick. Riferimento che ancor più accomuna Il nascondiglio a L’arcano incantatore, che citazioni al libro di King e alla pietra miliare del cinema horror di Kubrick ne ha due: le sorelline (che sia Giacomo che il piccolo Danny vedono sia “intere” che cadaveri) e, ancor più chiaramente, Carlo Cecchi abbatte una porta a colpi di picozza, come faceva Jack Nicholson (munito invece d’accetta) nei panni di Jack Torrance in una famosissima scena di Shining.

Pupi Avati ha riconosciuto che “senza Carlo Cecchi il film non si sarebbe potuto fare”. Tra i tanti elementi che fanno di L’arcano incantatore un grande film, c’è anche l’interpretazione dell’attore teatrale fiorentino; eppure, il film avrebbe dovuto avere per protagonista Marcello Mastroianni, che aveva invitato a pranzo Pupi Avati (“il solo grande regista italiano in attività per il quale non ho ancora recitato”) confidandogli l’intenzione di girare un film assieme. L’ancora attivissimo divo di Fontana Liri era però in fin di vita, perciò il ruolo dell’Arcano Incantatore, pur scritto pensando a Mastroianni, fu affidato a Cecchi6.

Avati ha definito il duetto di Cecchi e Dionisi, il teatrante esperto e taciturno e l’attor giovane di bell’aspetto, uno “scontro pugilistico”. Intorno a loro, vari caratteri cari al pubblico avatiano: Arnaldo Ninchi, Renzo Rinaldi (allora popolare per una pubblicità di biscotti), Eliana Miglio (anche lei in un momento di notorietà televisiva), Consuelo Ferrara, Saverio Laganà; oltre a Vittorio Duse, Mario Erpichini, il comico Michelangelo Pulci (dal gruppo genovese dei Cavalli Marci).

Il patto con la dama e il finale sono stati girati a Todi (città cara al regista): sulla scalinata del duomo, alle Fonti di Scarnabecco e nel Palazzo Pongelli. La chiesa (sconsacrata) al cui esterno Giacomo riceve dalla bambina resuscitata un messaggio della di lui madre dal Purgatorio è quella di s. Girolamo al castello di Rota, nel comune di Tolfa (in provincia di Roma); la rocca nella quale è esiliato Monsignore è il Castello Petaccioli (a Todi).

Direttore della fotografia è il fidatissimo Cesare Bastelli; le musiche, premiate col Nastro d’Argento, sono di Pino Donaggio (il musicista veneziano dalla doppia vita: prima cantante della super-hit sanremese Io che non vivo (senza te), poi affermatissimo compositore di colonne sonore, soprattutto per Brian De Palma, ma debuttando a Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicholas Roeg da Daphne Du Maurier), che per Avati musicherà anche Festival. Gli occhi cerulei che spuntano dietro la maschera di civetta sono di Marina Francini, arredatrice del film (realizzatrice dei titoli di testa e del dipinto dietro il quale parla la dama); ma la voce non è sua.

La filastrocca cantata dalla dama prima e dopo l’incontro con Giacomo è una preghiera alla Madonna del re poeta Alfonso X “el Sabio” di Castiglia:

«Rosa di rose, fiore di fiori,

Donna di donne, Signora di signori;

Rosa di bellezza e fascino,

Fiore d’allegria e di gioia,

Donna nell’essere pietosa,

Signora nel togliere pene e dolori…»

Quel che Pupi Avati, per modestia, dice non è contraddittorio. L’ispirazione e l’erudizione non si escludono: così come la sua ricerca di immagini da mettere in scena e la documentazione con cui scrive la sceneggiatura. Questo doppio registro vale forse anche per la lettura che del film si può dare?

Quello di Giacomo è un percorso iniziatico – fallimentare, come quello di J. Robards/Alan Gardner in L’amico d’infanzia, (nonostante le benauguranti note wagneriane del Parsifal)? Ennesimo apologo della curiosità punita, come succede ai due Stefano protagonisti di La casa dalle finestre che ridono (Lino Capolicchio) e Zeder (Gabriele Lavia)? Spassionato elogio della ricerca spirituale, costi quel che costi (ma a differenza dei due Stefano citati, e di “Lei” in Il nascondiglio, Giacomo ha motivi concreti per risolvere il mistero: gli altri invece vi sono irresistibilmente attratti, sono creature dell’Altrove)? Avati considera i sacerdoti figure liminali, tra due mondi (uno visibile, uno occulto): e nei suoi film dell’orrore, ricorrono preti anomali: alcuni non sono quel che dicono (La casa dalle finestre che ridono), altri sono stati spretati (Zeder, Monsignore in L’arcano incantatore) o sono stati cacciati ancora seminaristi (Giacomo); oppure sono semplicemente pigri e avidi (Il nascondiglio). Particolarmente varia la rassegna di Il signor Diavolo: un parroco in combutta con i satanisti, un sagrestano fanatico, un esorcista allucinato. Discorso che torna con forza ed evidenza in L’arcano incantatore: Giacomo e Monsignore consumano la loro esistenza (uno dannandosi, l’altro estinguendo con salassi una salute già minata dalla sifilide) nella ricerca di risposte che non possono trovare “qui”, dalla parte visibile della soglia.

Oppure ci si può far guidare dalla semplice ispirazione, e leggere il film con la sola fantasia, guardarne l’aspetto più immediatamente visibile: ne resta una bellissima fiaba dell’orrore. L’erudizione di Avati così non si perde: resta nella bellezza del film, in questo bellissimo squarcio di Settecento, nell’intelligenza e nell’eleganza della messinscena, in questa vicenda ammaliante e terrificante. Letto in profondità o semplicemente osservato, L’arcano incantatore è un grande film dell’orrore: e fa di Pupi Avati un punto di riferimento per l’horror internazionale, come già successo con La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983), e come sarà riconfermato da Il signor Diavolo (2019).

(di Tommaso de Brabant)

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