Moda gender

Moda: così è diventata sempre più “gender” e meno sexy

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“Sono solo canzonette” titolava una famosa canzone di Edoardo Bennato nel 1980 facendo eco alla presunta vacuità del Pop, o di come esso veniva considerato superficiale, grazie anche alla densità del cantautorato anni settanta, ritenuto l’unico tipo di musica dotato di dignità artistico-sociale. Parafrasando il titolo della canzone di Bennato, mutatis mutandis, potremmo dire che il discorso sulla moda è stato considerato in maniera marginale dagli analisti sociali e dalla politica, ritenuto alla stregua di un fatto accidentale, legato più all’effimero del quotidiano che a qualcosa che davvero potesse partecipare alla costruzione delle culture.

Moda vintage

Il primo autore ad occuparsi in maniera strutturata di moda fu George Simmel ai primi del novecento. Il sociologo tedesco nel breve ma denso saggio “La moda” delinea alcune caratteristiche del fenomeno in questione: innanzitutto la moda nei paesi occidentali deriverebbe dalla tendenza ambivalente di “differenziarsi” e allo stesso tempo di “appartenere”, essa esprime quindi la tensione tra uniformità e differenziazione, il desiderio ambivalente di essere parte di un gruppo e simultaneamente stare fuori del gruppo, affermando la propria individualità. I futuristi nel 1914 nel saggio “il vestito antineutrale” ironizzavano sugli abiti grigi e anonimi dalla borghesia di quel tempo, definendo il loro stile non con il termine sobrietà ma attraverso l’espressione di “equilibrio mediocrista”. Il termine “moda” semanticamente ha infatti una duplice valenza: quella di indice statistico, inteso come il valore che si ripete più in una serie di dati, e quella di fenomeno di costume, che interessa vestiario, accessori e stili di vita, marcando una duplice valenza di conformismo ed eccentricità.

Ma mentre all’epoca di Simmel il vestirsi e acconciarsi in un determinato modo marcava differenze importante di classe e di ceto, ora, a causa delle catene low cost che riproducono in serie gli spunti dati dagli stilisti, non vi è una grande differenza tra lo stile della influencer più agiata e la ragazzina di periferia. Questa riflessione, che da un lato porterebbe ad una banale considerazione sul fatto che gli stili trapassano la differenza di ceto, ci conduce ad un territorio più nascosto portandoci all’idea che la differenza di classe nella moda abbia lasciato il posto ad un altro scontro, più silenzioso e meno evidente: lo scontro di genere. Il vestire e il vestiario, da mero vezzo o al polo opposto necessità, diventano il terreno di una battaglia simbolica politica, che non è più materiale e legata alla creazione di status symbol (l’eskimo, le Timberland, il rolex …) quanto di discussione e ridiscussione di sessualità e di potere fra i generi.

La moda e la post-modernità

La moda del corpo è un processo che si è sviluppato maggiormente nella post-modernità, poiché vi è una costruzione sociale del corpo, che non è solo pubblicitaria o di marketing, ma politica con i suoi modelli e i suoi miti. Se guardiamo i social prettamente fondati sull’immagine come Instagram vediamo due polarità opposte di significato: da un lato ragazze scoperte e in abiti succinti stretti in costati magrissimi, dall’altro persone eccentriche abbigliate in mise informi e senza grandi connotati di appartenenza di genere. Questo vibrare di opposti rimanda ad una società che non riesce a contenere e fare una sintesi di opposti, stretta in categorie troppo estreme, il corpo femminile come richiamo sessuale (da deprecare perché retaggio di un rapporto di generi sbilanciato nella misura del concetto preda-donna e cacciatore uomo) e all’opposto una volontà precisa di eliminare ogni riferimento sessuale per approdare ad un concetto di moda che sia solo scenico o comunque comodo.

Gli abiti delle ultime collezioni si fanno sempre più informi, larghi, scivolati sulla figura, alcune case di moda, tra le quali spicca Gucci, disegnano uno stile androgino, buffo, sgargiante ma decisamente non sexy. A volte questa tendenza è sottaciuta, rimanendo ai margini di un discorso espresso compiutamente, altre volte sono proprio i protagonisti dell’alta moda a esplicitare queste tematiche. Un esempio è Miuccia Prada che, già da decenni ma questa tendenza si è rafforzata negli ultimi anni, ha fatto dell’ugly-chic la sua cifra stilistica. Insomma sembra che il cardine del bello, inteso come pulizia di forme e simmetria di matrice Rinascimentale, lasci il posto al buffo, al comodo, al confuso e al chiassoso.

Miuccia Prada

L’esaltazione del brutto

Miuccia Prada fa dell’estetica del brutto quasi una rivendicazione filosofica e in un’intervista dice: “Il brutto è attraente, il brutto è eccitante. Forse perché è più nuovo. Per me la ricerca del brutto è più interessante dell’idea borghese di bellezza. E perché? Perché il brutto è umano”. Questo discorso potrebbe sembrare semplicemente un caso, l’estro di un’artista che legittimamente si esplica nelle forme e nei modi che più trova congeniali, in realtà ci troviamo di fronte ad un preciso tentativo di scardinare le più basilari leggi dell’attrazione e la moda deve essere tutto fuorché sexy. Parlare di processo di “ingegneria sociale” forse è prematuro e ha delle sfumature complottistiche, ma non vi è dubbio che le grandi case di moda, i periodici di grido e le personalità influenti che girano intorno ad essi stiano marcando un nuovo modo di concepire lo stile.

Sicuramente anche negli anni quaranta si videro per la prima volta pantaloni dalle linee morbide perché questo rispondeva ad un’esigenza di comodità che sentivano le donne dovendo andare a lavorare fuori di casa in misura maggiore che prima per sostituire gli uomini impegnati al fronte. Questo fenomeno però rispondeva ad un’esigenza bottom-up (dal basso) ed era comunque vista come un qualcosa di temporaneo, qui invece si assiste ad un processo che parzialmente potremmo chiamare di “top down”, ovvero sia di costruzione o di accompagnamento di realtà sociali il cui minimo comune denominatore è la negazione della sensualità. Non sono solo vestitini.

(di Claudia Ruvinetti)

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