Ustica

Ustica: la verità sta nella debolezza dell’Italia, Nazione in coma

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Ustica, e sono 40. 40 anni di inconsapevolezza, di mancata giustizia, di famiglie distrutte e di lacrime senza fine. Ma dietro queste mancanze, queste frasi diplomatiche proferite dalle istituzioni, c’è solo una causa enormemente sottovalutata: la debolezza dell’Italia come Nazione libera, con tutte le conseguenze che questa situazione ha comportato.

Ustica e l’Italia in coma

La triste verità è che nel 1980 eravamo già debolissimi. Lo eravamo nonostante i tanti ottimi risultati ottenuti dal Paese nel dopoguerra, soprattutto in termini economici. Lo eravamo nonostante le imprese eroiche di personaggi come Enrico Mattei, Giovanni Gronchi e il grande lavoro di statisti come Alcide De Gasperi.

Lo eravamo nonostante proprio dal 1980 si sarebbero ottenuti nuovi, enormi, risultati, con l’epopea craxiana, il sorpasso all’economia britannica, l’ottima geopolitica mediterranea dei governi del Pentapartito e la gloria infinita di Sigonella.

Ma la Patria, nel frattempo, continuava a morire. Moriva di indifferenza e di una sudditanza che salvo alcune eccezioni non si arrestava. Una morte iniziata con il trauma clamoroso dell’8 settembre 1943, con la guerra civile, con l’armistizio umiliante del 1945. Suggellata dal Sessantotto e dalla presa del potere definitiva degli anti-italiani.

L’Italia rinata dalle ceneri belliche sarebbe stata capace di tanti risultati encomiabili, ma il suo orgoglio, schiacciato sia dalle oggettive condizioni di subalternità dovute anche alla sconfitta oltre che da una progressiva ma inesorabile pedagogia anti-nazionale, non avrebbe mostrato altro che sussulti sporadici.

Ustica è la degna rappresentazione dell’Italia post-bellica: un Paese dalle potenzialità enormi, magari non paragonabili a quelle di una superpotenza, ma certamente di una potenza regionale ad amplissimo raggio (come hanno dimostrato ampiamente gli anni di Mattei e di Craxi), ridotto a subire gli eventi, senza poter reagire, senza volerlo nemmeno, perché è meglio non rovinare i rapporti ed è meglio nascondere la testa sotto la sabbia.

Di quella strage c’è già chi sa tutto, ma non può e non vuole parlare

Il “quadro delle responsabilità non è ancora ricomposto in modo pieno e unitario”, citano i media parlando del volo Itavia  DC9 della strage di Ustica in quel maledetto 27 giugno 1980. Ma di dimostrazioni di quanto il primo intento delle autorità sia sempre stato di insabbiare, e non di chiarire, ce ne furono fin troppe negli anni e addirittura nei mesi a seguire. Bocche cucite, suicidi sospetti, telefonate in diretta tv smorzate.

Missile francese? Mig libico? Chi lo sa. Qualcuno ha accennato – Cossiga – altri divagano. L’unica cosa ovvia, ormai, per chiunque non sia completamente tonto s’intende, è che Ustica e le sue 81 vittime furono il frutto di un incidente causato da una potenza esterna. Probabilmente alleata, probabilmente intangibile se non facendo ciò che questo Paese non riesce da fare da quel maledettissimo 1943: mettersi in gioco.

L’Italia, nel 1980, era già debolissima. Questa è la più grande e amara delle verità. Semplicemente, era abitata da un popolo che, a dispetto della depressione indottrinata che lo caratterizza, è uno dei più capaci ed evoluti al mondo. Ma le capacità e i risultati, senza l’orgoglio, hanno un gusto veramente amaro. Soprattutto pensando alle famiglie delle vittime.

Ustica e un popolo da risvegliare

In pochi cittadini indignati si rendono conto di essere stati formati a valori che rendono impossibile (o comunque molto meno probabile) l’esistenza di uno Stato amico, difensore e baluardo dei propri abitanti. Qualcuno ci provò, ma era circondato da aloni cancerogeni, ormai corrotti fino al midollo, in un’Italia che, sebbene si avviasse a vivere la sua ultima fase di espressione di potenza (se non altro economica) come Nazione era già morta e sepolta.

Sono inconsapevoli, i cittadini italiani, eppure esprimono ribellione quando vengono attaccati. Allora come oggi. Non si rendono conto di quanto siano stati circuiti, ingannati e formati a valori che non ho nessun problema a definire malvagi.

La criminalizzazione del nazionalismo e del patriottismo è una delle cause culturali della strage di Ustica, o meglio della ignobile reazione dello Stato italiano, capace di prendere tempo e di rimbalzare ogni notizia pur di non far conoscere la verità.

La criminalizzazione del nazionalismo e del patriottismo ha prodotto questa stramba cultura anti-italiana che tutto pretende e tutto vuole, rappresentata dal lavoro di Andrea Purgatori che scoperchiò molto di quella oscura vicenda, ma in nome di non si sa bene cosa, di una pretenziosità di un’Italia pregna di dignità che non può esistere senza quei valori che la sua stessa formazione culturale gli suggerisce di reprimere ogni santissimo giorno, tanto dalle colonne dell’Huffington Post che dalle sintonie di La7.

Non si può far altro che pregare. Pregare affinché gli italiani si riprendano da un trauma che dura da quasi 80 anni. Perché se mai questo avverrà, la prossima tragedia con responsabilità esterne sia affrontata con la dignità che non abbiamo alcun motivo di non meritare.

(di Stelio Fergola)

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