Romano Prodi

Romano Prodi, delirio puro: ora propone lo Stato interventista, ma con l’UE

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Romano Prodi chiede lo Stato sociale, lo Stato interventista, lo Stato che pianifica politiche industriali e che fa spesa pubblica. Sarebbe tutto bellissimo se l’ex-presidente del Consiglio non lo scrivesse immaginando un mondo fatato in cui c’è ancora l’Unione Europea, con i suoi vincoli del 3% e del 60%, con le sue tasse strozza cittadini, con la sua moneta a pagamento. E sarebbe decisamente meno divertente se a sostenerlo non fosse chi, dal 1982, ha iniziato il processo di smantellamento dell’IRI.

Romano Prodi e la memoria corta

Il delirio di Romano Prodi è pubblicato su Il Messaggero del 2 maggio. Comincia con esilaranti frasi da barzelletta tipo “Per lungo tempo non si è nemmeno potuto parlare di politica industriale” oppure ancora meglio, nel sottotitolo, “Da molti decenni infatti ci si era solo dedicati ad emarginare in tutti i settori l’intervento pubblico, a partire dall’industria per finire con la finanza.”.

Chi si era dedicato a emarginare in tutti i settori l’intervento pubblico, “dottor” Romano Prodi? Ma guari un po’, lei! Certamente, non da solo. Spalleggiato da analoghi criminali svenditori del Paese. Ma certamente, lei è stato tra i protagonisti principali.

In un passaggio il signor Romano Prodi afferma testualmente che “”Bisogna fare “qualcosa”. Non certo un’altra Iri perché il contesto economico è totalmente cambiato, ma occorre certamente una politica pubblica che aiuti la ripresa delle nostre imprese”.

Ma qui arriviamo al punto della questione: come si può fare politica pubblica se lo Stato non ha i soldi per fare politica pubblica? Resta un nodo che Prodi, come vedremo, non si premura nemmeno di provare a sciogliere. Perché facendolo dovrebbe discutere la vera spada di Damocle che rende impossibile tutto ciò che scrive nell’articolo: l’Unione Europea.

Romano Prodi e lo Stato interventista impossibile

Non contento di aver dimenticato il suo ruolo nefasto nella storia dell’economia italiana, Romano Prodi trova pure il tempo per citare Trump e vagheggiare addirittura di politiche keynesiane:

Trump è corso in soccorso dell’intero sistema produttivo e, giustamente, cerca di arginare con una cascata di denaro pubblico la caduta di potere d’acquisto dei cittadini e il crollo del fatturato delle imprese. Il più grande nemico dell’ideologia keynesiana è oggi il maggiore utilizzatore delle politiche keynesiane.

Aggiungendo che, “d’’altra parte questo aumento del ruolo pubblico nelle grandi crisi non è una novità: tutte le cadute dei sistemi economici hanno percorso la strada della ripresa solo in conseguenza dell’aumento della domanda pubblica e dei finanziamenti pubblici. Così accadde dopo la crisi del 1929 sia negli Stati Uniti sia in Germania, anche se con obiettivi del tutto differenti. E lo stesso avvenne in Italia con la creazione dell’Iri”.

E allora come si dovrebbe fare, esimio professore? Niente Iri, per carità, la storia è cambiata. Però sì ai lavori pubblici che “con le diversità che la storia comporta, sono sempre stati il primo strumento della rimessa in moto di un’economia dopo una crisi o dopo la fine di un evento bellico”.

“Mettere in moto i vagoni” dell’economia, dice Prodi, che “sono già pronti a partire”, e poi immettere nel sistema produttivo subito le necessarie risorse o con prestiti o a fondo perduto”. Tralasciando l’incertezza che anche qui caratterizza il “pensiero” del professor Romano Prodi, è interessante notare come l’ex presidente dell’IRI citi il “fondo perduto” quasi per sbaglio, facendo finta di non rendersi conto della sua impossibilità, stanti i vincoli in cui ci troviamo a combattere da 30 anni e che il governo italiano pare amare molto più dei suoi “colleghi” europei, soprattutto quando si concentra sui “prestiti agevolati a garanzia statale” che non si capisce come lo Stato potrebbe garantire sul serio, dal momento che non si è mai dimostrato intenzionato a farsi stampare denaro e acquistare titoli dalla BCE ma solo a lanciare folli progetti di titoli comuni europei che nessuno ha mai voluto.

Il professor Romano Prodi non mostra limiti all’indecenza, arrivando a chiedere una maggiore “partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese”, quella stessa partecipazione che lui ha ridotto ai minimi termini e che oggi, stanti i vincoli sul debito, è molto più complicata di prima.

Più Stato, ma con più Unione Europea: sintesi di un racconto fantaeconomico

“Un innesto di risorse pubbliche nelle imprese che si impegnano a compiere queste trasformazioni mi sembra essere l’investimento più efficace per dare vita al necessario aumento della produttività non solo nell’industria, ma anche nel variegato ed ancora più frammentato settore dei servizi”. Il signor Romano Prodi sembra inseguire, in quasi ogni passaggio del suo intervento, il record della comicità e dell’assurdo.

Secondo il “professore”, dovremmo rilanciare l’economia con l’intervento statale: non l’IRI che per carità, è anti-storica (e forse anche un po’ fascista, ma cerchiamo di deviare) ma bisogna investire denaro pubblico, è già successo e lo fanno anche gli Stati Uniti d’America.

Come si possa fare tutto questo negli anni a venire con il debito da tenere sotto controllo, con l’impossibilità di avere una moneta propria, con il 3% sul deficit/PIL e con il rapporto debito/PIL al 60% resta un mistero. Vincoli che potrebbero essere ripristinati unilateralmente – e in modo mortale, come cita lo stesso testo del Trattato  – proprio con il “MES senza condizioni” che lui propone di accettare tanto impunemente.

Un mistero che, come spiegato, il signor Prodi manco affronta, non citando mai, nel pezzo, il principale elemento che rende impossibili i suoi deliri, in teoria giustissimi da lui stesso ammazzati senza pietà come uomo di Stato: la presenza dell’Unione Europea e dei suoi numerosi – e ormai acclarati – cappi economici. Manco la cita per sbaglio, come d’altronde non si nominava neanche per sbaglio la mafia negli anni Cinquanta del secolo scorso quando avveniva qualche strage o qualche fenomeno “strano”. E forse da questo punto di vista il paragone non è azzardato.

(di Stelio Fergola)

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