Alessandro Sansoni, i misteri di Wuhan

Ecco cosa non torna su Wuhan e sull’origine del Covid-19: parla A.Sansoni

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Che cosa è successo davvero a Wuhan? Come è nato il Covid-19? L’intelligence Usa comincia a credere che il Covid 19 possa essere un virus accidentalmente sfuggito dal BioLab-4 di Wuhan. Ad aprire all’ipotesi è stato il 15 aprile il Capo di Stato Maggiore americano Mark Milley, oltre al Washington Post. Ne parliamo con il direttore di CulturaIdentità Alessandro Sansoni, autore assieme al prof. Mariano Bizzarri di due approfondimenti molto importanti pubblicati su Il Tempo sulle ambiguità della Cina nella vicenda coronavirus.

1) Nelle ultime settimane sono emersi numerosi interrogativi su come le autorità cinesi abbiano gestito il flusso di informazioni nella fase iniziale dell’epidemia da Covid-19. Cosa non ci ha detto Pechino in buona sostanza e con quale ritardo?

Ci sono diverse cose che non tornano: innanzitutto il numero dei contagiati e dei morti. Fino a qualche settimana fa i numeri ufficiali parlavano di 50.000 morti a Wuhan, ora questo numero viene costantemente ritoccato al rialzo e si comincia a parlare di centinaia di migliaia di morti. Poi c’è il mistero riguardante i primi casi accertati: teoricamente la prima vittima accertata risale al 1 gennaio 2020, in linea con la prima notifica formale inviata dalla Repubblica Popolare all’OMS circa l’esistenza di un nuovo virus sconosciuto di tipo influenzale che è del 31 dicembre 2019. In realtà è ormai a tutti nota la vicenda del dr. Li Wenliang, il medico poi deceduto a febbraio, che già dai primi di dicembre aveva lanciato l’allarme a causa di un inusuale numero di polmoniti atipiche da lui correlato ad un’epidemia virale, associata a congiuntivite, parente della Sars. Sappiamo che il medico dell’ospedale di Wuhan venne prima censurato e solo in seguito riabilitato e reintegrato sul posto di lavoro, fino ad essere oggi celebrato come un martire dalle autorità cinesi della “battaglia contr il virus”.

Secondo un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Limes, dedicato proprio alla pandemia da coronavirus, firmato da Wu Xiangning,docente dell’Università di Macao, sarebbero stati i vertici istituzionali della provincia dello Hubei a insabbiare le informazioni, per negligenza o altro. Ciò che è certo, però, è che successivamente Xi Jinping attenderà fino al 20 gennaio prima di lanciare l’allarme ed assumere i provvedimenti per limitare il contagio. In realtà, le prime vittime accertate secondo indagini della John Hopkins University, confermate dal South China Morning Post, i primi casi di Sars-CoV-2 risalgono a un periodo compre tra il 3 e il 17 novembre 2019, se non addirittura ad ottobre, stando alla relazione congiunta datata 24 febbraio 2020, redatta congiuntamente da OMS e Cina, in seguito all’ispezione dell’Organizzzione Mondiale della Sanità.

2) Nel tuo articolo su Il Tempo, parli di una sequenza di eventi che in realtà non torna…

Esatto. Abbiamo detto che ufficialmente il primo caso viene individuato il 31 dicembre 2019; il giorno dopo è chiuso il Mercato degli Animali di Wuhan; in 6 giorni viene isolato il virus e dopo altri due la sequenza è inviata in anteprima all’OMS dopo aver testato il virus su una batteria di cellule di diversi animali (incluso l’uomo) e aver identificato i recettori cui si lega! Il 16 gennaio vengono, quindi, distribuiti in tutto lo Hubei i tamponi e i kit per l’analisi RT-PCR. Tra il 19 e il 21 gennaio tutte le regioni e le province cinesi ne saranno equipaggiate. È ancor più sorprendente che i kit siano stati forniti all’OMS già dal 12 gennaio. Il 19 gennaio lo studio sulla sequenza genomica del virus viene inviata a Nature e pubblicata l’indomani in concomitanza con il discorso ufficiali di Xi Jinping. Molte di queste procedure sono compatibili con i tempi riportati, ma non tutte. Il sospetto è che il virus fosse conosciuto e studiato prima del 9 gennaio quando la Cina comunica i dati all’OMS in anteprima.

3) Perché l’Italia è forse l’unico Paese europeo di una certa importanza a non aver espresso dubbi sull’operato di Pechino e dell’Oms?

Questo è un tema sollevato con molta decisione anche da Paolo Mieli nel suo editoriale pubblicato ieri dal Corriere della Sera. L’impressione è che ci sia uno sbandamento della proiezione geopolitica dell’Italia in senso marcatamente filo-cinese: una questione in realtà già esplosa in occasione della firma del memorandum sulla Belt and Road nel marzo del 2019. C’è una parte del M5S, come testimoniano le uscite pubbliche di Alessandro Di Battista e (sebbene meno clamorose) di Luigi Di Maio, che accarezza apertamente simpatie filocinesi. Ma non sono i soli. D’altra parte che ci sia un atteggiamento molto proattivo nei confronti di Pechino è certificato anche dall’atteggiamento dei media mainstream del nostro paese, che si è rivelato con maggiore forza proprio dopo lo scoppio della pandemia con le campagne “abbraccia un cinese”, le continue ospitate dell’ambasciatore e il deciso tentativo di stigmatizzare come “complotti sta” chiunque avanzasse perplessità sulle attività del laboratorio ad alto contenimento di livello 4 di Wuhan, o semplicemente sul comportamento tenuto dalla Cina.

Circola l’idea, nel nostro paese, già da tempo, che l’Italia possa diventare l’hub privilegiato degli investimenti cinesi in Europa, ma si tratta di un’idea molto pericolosa per varie ragioni. Anche Germania e Francia si sono impegnate ad attrarre capitali cinesi in questi anni, ma la sensazione è che lo abbiano fatto con minore superficialità e spalle più robuste delle nostre. Avendo infine noi adottato sin dal primo momento misure di contenimento “alla cinese”, senza se e senza ma, abbiamo giocoforza dovuto accodarci alla strategia elaborata dall’OMS e da Pechino, che negli altri principali paesi europei e occidentali aveva sin da subito sollevato perplessità ed è stata accettata (sebbene in forme decisamente più attenuate) solo dopo che l’ Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo ha ufficialmente dichiarato lo stato di pandemia (su pressione in particolare proprio di Cina e Italia).

4) L’ipotesi che il Covid-19 possa essere sfuggito in maniera accidentale dai laboratori di Wuhan rimane improbabile oppure ha ragione l’Intelligence Usa a non escludere nessuna ipotesi?

E’ un’ipotesi di lavoro da approfondire al pari di quella secondo cui Covid-19 avrebbe un’origine naturale. In un precedente articolo firmato sempre da me e dal Prof. Mariano Bizzarri, e apparso su Il Tempo lo scorso 30 marzo (I misteri di Wuhan), abbiamo cercato di dimostrare all’opinione pubblica italiana come, stando alle attuali evidenze scientifiche e agli studi sin qui approntati, la possibilità che il coronavirus con cui ci stiamo confrontando sia stato ingegnerizzato e sia poi accidentalmente sfuggito dal laboratorio di Wuhan è tutt’altro che improbabile. Di fatto l’origine naturale di Covid-19 non è provata, in quanto manca il cosiddetto “ospite intermedio” che avrebbe favorito il salto dal pipistrello all’uomo, e non a caso anche gli studi più decisamente favorevoli all’ipotesi dell’origine naturale non sono riusciti ad individuarlo e non scartano a priori altre possibili genesi del virus.

Sappiamo al contrario che il Biolab 4 di Wuhan conduceva ricerche sulla Sars (di cui Covid 19 è una variante), è attrezzato per la manipolazione di virus e batteri e per il loro impiego militare nella forma di armi biologiche e che le misure di sicurezza e monitoraggio che lo contraddistinguono non sono affatto esenti da critiche, come rilevato da uno studio apparso su Nature nel 2017 e dalle relazioni dell’OMS, che in teoria è tenuta a verificare le misure di sicurezza dei BioLab 4 in tutto il mondo. Uno studio redatto da un gruppo di ricercatori indiani il 30 gennaio 2020, che ha sollevato le vibranti proteste delle autorità cinesi, ritiene invece che l’origine da laboratorio del nuovo coronavirus sia altamente probabile (), per non parlare del premio Nobel Luc Montagnier e del biomatematico Jean-Claude Perez che lo ritengono frutto di imperizia nel tentativo di produrre un anticorpo anti-HIV. D’altronde per avere riposte scientificamente inoppugnabili in proposito occorrerà ancora tempo, ma sicuramente è assai poco scientifico, dal punto di vista metodologico, scartare a priori ipotesi ancora oggetto di studio e verifica.

5) L’avvocato di Donald Trump, Rudy Giuliani, ha recentemente accusato Obama di aver finanziato con i soldi dei contribuenti americani l’istituto di virologia di Wuhan. Al di là delle accuse, chi finanziava effettivamente le ricerche presso il centro di Wuhan?

Noi sappiamo che il laboratorio venne realizzato nel 2004 insieme ai francesi, i quali avevano consentito a ricercatori cinesi di specializzarsi in un centro di Lione. Oltre a quello di Wuhan la Cina dispone di un BioLab-4 a Pechino dove si sono registrate fughe accidentali di virus Sars. Ne stanno progettando altri due, ufficialmente sempre allo scopo di studiare la Sars. In un articolo pubblicato nel 2015, però, l’Institute for Defence Studies and Analyse sostiene che non vi sarebbe alcuna necessità di altri laboratori in Cina e manifesta preoccupazione per il duplice uso che ne può essere fatto. Va detto che questo tipo di laboratori diffusi in diversi paesi del mondo e indispensabili per contrastare rischi biologici dovuti a epidemie naturali, abusi intenzionali e diffusioni accidentali, sono rischiosi e spesso gestiti in modo opaco. Per questo sarebbe opportuno varare una moratoria sui progetti di transgenesi e modificazione genetica di virus e batteri potenzialmente patogeni.

(di Roberto Vivaldelli)

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