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Globalizzazione e Covid-19, il nuovo paradigma (Il Nodo di Gordio)

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Il nuovo paradigma della globalizzazione

Segnaliamo l’editoriale del numero in uscita della rivista di geopolitica Il Nodo di Gordio dal titolo «Colonne d’Ercole. Voci dal Mediterraneo» pubblicato su Electoradio. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio, scrive Daniele Lazzeri, direttore responsabile de Il Nodo di Gorio, «non stiamo assistendo al fallimento della globalizzazione. Né siamo alla fine di quel processo che ci ha accompagnato nel corso degli ultimi decenni». Perché la globalizzazione, sottolinea, «è un fenomeno ormai acquisito. Un fenomeno che ha raggiunto il suo scopo finale: quello, per l’appunto, di rendere il mondo davvero globale. Globali sono infatti i commerci, le economie, i mercati finanziari che, grazie alla spinta del “turbo-capitalismo” sorto nei primi anni ’90, hanno accelerato la tendenza all’allargamento degli spazi di interscambio planetario, generando una nuova, esiziale, ideologia: l’ideologia mercatista. Ma un catalizzatore non secondario è individuabile anche nella Tecnica».

Il progressivo abbattimento delle frontiere scientifiche e tecnologiche, afferma Lazzeri, «la gestione dei Big Data attraverso l’Intelligenza Artificiale e più in generale tutto il settore dell’Information Technology, nonché lo sviluppo esponenziale delle reti di telecomunicazione, hanno trasformato il concetto tradizionale di geografia a livello planetario, avvicinandola a quella che il politologo Parag Khanna ha definito “Connectography».

La globalizzazione e il coronavirus

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«Non è questo il contesto per tracciare bilanci sul suo stato di salute, né il momento per mettere sul piatto della bilancia virtù e pecche ma è possibile, invece, osservare il nuovo paradigma della globalizzazione a cui stiamo andando incontro» sottolinea Lazzeri.  «Le politiche protezioniste adottate dagli Stati Uniti nei confronti della Cina e dell’Europa e fortemente sostenute dal presidente Trump, rappresentano solo un esempio del più vasto movimento che sta sconquassando culturalmente ed economicamente il mondo.  Concentrati ed a tratti storditi dalla bulimia informativa legata al Coronavirus, stanno sfuggendo a molti i rivolgimenti epocali che finiranno per ridisegnare le mappe geopolitiche ed i rapporti internazionali su scala globale» .

Il progressivo allargamento degli spazi di cui abbiamo parlato, infatti, sottolinea, «sta provocando come effetto una spinta uguale e contraria dalla periferia verso il centro. Una sorta di forza centripeta che riporta le relazioni commerciali e politiche ad una dimensione più locale. Una tendenza che induce a ripensare le dinamiche dei rapporti con i Paesi geograficamente più prossimi, ad avvicinare nuovamente realtà che per decenni hanno evitato di colloquiare perché maggiormente interessate a stringere affari ed intessere amicizie politiche all’altro capo del mondo, perdendo di vista gli interessi strategici tradizionali».

L’opinione di Stephen M. Walt

Come abbiamo scritto QUI, delle ripercussioni sulla globalizzazione si è occupato di recente anche Stephen M. Walt su Foreign Policy.  Innanzitutto, e ovviamente, l’attuale emergenza ci ricorda che gli stati sono ancora i principali attori della politica globale. Ogni anno, studiosi e esperti suggeriscono che gli stati stanno diventando meno rilevanti negli affari mondiali e che altri attori o forze sociali (cioè organizzazioni non governative, società multinazionali, terroristi internazionali, mercati globali, ecc.) miano la sovranità e spingono lo stato verso la pattumiera della storia. Quando sorgono nuovi pericoli, tuttavia, gli esseri umani cercano innanzitutto protezione nei governi nazionali.

Dopo l’11 settembre, gli americani non si sono rivolti alle Nazioni Unite, alla Microsoft Corp. o all’Amnesty International per proteggersi da al Qaeda; guardarono a Washington e al governo federale. E così è oggi: in tutto il mondo, i cittadini stanno cercando funzionari pubblici per fornire informazioni autorevoli e creare una risposta efficace. Come giornalista Derek Thompson ha scritto su Twitter la scorsa settimana: “Non ci sono libertari in una pandemia”. Ciò non significa che non siano necessari anche sforzi globali più ampi; è semplicemente per ricordarci che, nonostante la globalizzazione, gli stati rimangono gli attori politici centrali nel mondo contemporaneo. I realisti hanno enfatizzato questo punto per decenni e il coronavirus sta fornendo un altro vivido promemoria.

In secondo luogo, sebbene le versioni più strutturali del realismo tendano a minimizzare le differenze tra gli stati (a parte il potere relativo), finora le risposte allo scoppio del coronavirus stanno esponendo i punti di forza e la debolezza di diversi tipi di regimi. Gli studiosi hanno precedentemente suggerito che le dittature rigide sono più vulnerabili a carestie , epidemie e altri disastri, in gran parte perché tendono a sopprimere le informazioni e gli alti funzionari potrebbero non riconoscere la gravità della situazione fino a quando non è troppo tardi per prevenirla. Questo è esattamente ciò che sembra essere accaduto in Cina e anche in Iran: Le persone che hanno cercato di emettere l’allarme sono state messe a tacere o punite e gli alti funzionari hanno cercato di nascondere ciò che stava accadendo invece di mobilitarsi tempestivamente per affrontarlo. I governi autoritari possono essere bravi a mobilitare risorse e ad intraprendere risposte ambiziose – testimoniare la capacità di Pechino di mettere in quarantena intere città e imporre altri controlli di vasta portata – ma solo dopo che le persone al vertice hanno capito e riconosciuto ciò che sta succedendo.

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