Venezia

Virus eterni e ribelli a Venezia

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Impazzava il coronavirus. Venezia era stata chiusa.

Si sa che in città esiste da tanto tempo una comunità di artisti e galleristi che però ormai non trovava più la ragione di viverci e operare. Insomma era finito il tempo delle mostre d’arte, delle celebri biennali che richiamavano moltitudini di visitatori e amanti dell’arte contemporanea.

E ovviamente con questa situazione anche il flusso di danaro si era interrotto. Non era più immaginabile avere la presenza di collezionisti che, come solo qualche settimana fa, comperavano senza badare a spese le opere, che un sistema tutto autorefenziale aveva definito capolavori.

Ancora denaro per riuscire a vivere ce n’era perché in fondo ne era stato accumulato tanto negli anni d’oro della “fuffa/truffa contemporanea” ma le vite inutili e “creative” di astrattisti, spazialisti, postmodernisti e concettualisti erano inesorabilmente segnate.

In compenso i veneziani erano contenti. Almeno, si diceva nel ciarlare ai balconi delle millenarie calli, era finita la stagione delle Biennali che ingombravano le prospettive architettoniche della Serenissima, con faccioni assurdi ed esagerati, applicati ai palazzi, o con figure inquietanti installate nelle piazze e sui ponti.

Venezia, il virus, l’orgoglio ritrovato

Ma la comunità di artisti-mercanti di Venezia ebbe un sussulto di orgoglio. Il più tremendo e iper-creativo tra questi personaggi, tale Gaspare De Rampollis si inventò un’azione che avrebbe scosso il popolo lagunare che stava sonnecchiosamente rinchiuso nelle case, come ahimè da ordinanza sanitaria. De Rampollis convinse i suoi fratelli di sorte ad agire di notte con una performance che sarebbe entrata nella storia. Così asseriva.

Volendo ancora testimoniare la propria, sciapita e ormai non più richiesta presenza in laguna, quelli che i veneziani doc chiamavano gli eterni figli di papà ebbero l’idea sconvolgente di riempire prima dell’alba una deserta piazza San Marco con speciali palloncini grigio-rossi, pieni di protuberanze a forma di coroncine, identici al COVID-19, come “METAFORA DI NOI STESSI, VIRUS ETERNI E RIBELLI, LIBERI DI INFETTARE GLI ALTRI CON LA NOSTRA ARTE”, così recitava il volantino che affissero nottetempo alle porte di ogni casa.

Sfrontatamente e per una sorta di impunità storica di cui credano ancora di godere, il volantino riportava tutti i nomi dei superbi autori d’arte moderna.

Al risveglio degli abitanti lo choc fu enorme. Dopo un primo sconcerto ci furono le prime reazioni. Un passaparola incredibile aveva fatto sapere a tutti chi erano i responsabili. Venne presa una decisione irrevocabile, tutta di pancia: esattamente di quel tipo che i sedicenti artisti consideravano spregevole perchè espressione del popolino grezzo e mentalmente chiuso. Gli abitanti esasperati decisero di scovarli e prenderli a mazzate. E furono mazzate pesantissime.

Con i gondolieri in testa li andarono a prendere uno ad uno nelle loro case di lusso. Tra spintoni, urla, cazzotti, schiaffoni, calci al deretano e tante belle carocchie in testa, furono condotti a 4 zampe a Palazzo Venier, al Guggenheim Museum.

Una volta portati di forza in quella simbolica sede, li fecero stare per ore in ginocchio sul brecciolino come si faceva a scuola con i discoli nei primi del 900. Una canzone a volume sparatissimo di Orietta Berti fu messa senza sosta, 24 ore su 24: “Finché la barca vaaaa, lasciala andareee”

Ogni 12 minuti dei volontari felici, tra i più cattivi gondolieri della città, elargivano memorabili e liberatori cinquedita in faccia a mano aperta . La cosa andò avanti per un paio di giorni.

Nei mesi successivi, a Venezia terminò la fase di emergenza del virus, ma quell’installazione vivente rimase, per la gioia di tutti, grandi e piccini. Venne progettata come se fosse un’istallazione di ARTE VIVENTE, che ricordava tanto le mostre d’avanguardia in cui animali vivi dipinti costituivano il contenuto di mostre incomprensibili al becero popolino nel periodo d’oro dei nostri sfortunati eroi. Un’indicazione all’ingresso del Guggenheim indicava la sala diventata poi famosa per il Tableau Vivent della Liberazione :

“A imperitura memoria del Coglionvirus che dal 900 aveva infestato Venezia, il mondo, l’Arte”

I cittadini veneziani nell’anno 2020.

(di Michele Vietri)

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