Roberto Calvi

Roberto Calvi: dal Banco Ambrosiano al ponte dei Frati Neri

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Roberto Calvi fu un banchiere di successo. Ma l’epoca che visse fu contraddistinta da incontestabili ombre. Dall’ascesa nei primi anni Settanta, alle truffe del Banco Ambrosiano, alle minacce di Michele Sindona, l’emersione della loggia massonica P2, tutto si intreccia in una storia terminata in modo quasi cinematografico.

Roberto Calvi: una breve biografia

Roberto Calvi nasce a Milano il 13 aprile 1920. Figlio di un dirigente della Banca Commerciale Italiana, si diploma in ragioneria. Successivamente, nel 1939, si iscrive all’Università Bocconi, alla facoltà di Economia e Commercio. Negli anni da studente, Calvi non disdegna l’attività politica, dirigendo l’Ufficio Stampa e Propaganda dei Gruppi Universitari Fascisti.

L’esperienza all’Università, comunque, durò poco. Incombeva la seconda guerra mondiale, e il giovane Roberto Calvi dovette abbandonare gli studi, venendo arruolato come sottotenenete di cavalleria nei lancieri di Novara. Combattè anche durante la drammatica campagna di Russia.

Nel 1946 Roberto Calvi fu assunto alla Banca Commerciale, ma per un periodo limitato: già nel 1947 ottenne il posto al Banco Ambrosiano, grazie alle amicizie di famiglia con Alessandro Canesi, uno degli elementi di spicco dell’istituto.

Roberto Calvi
Roberto Calvi

Roberto Calvi: l’ascesa

L’ascesa di Roberto Calvi nei quadri dirigenti del Banco Ambrosiano è forse lenta, ma inesorabile. In circa 12 anni, Calvi passa dal ruolo di assistente personale di Canesi, nel 1958, a responsabile delle operazioni di carattere finanziario nel 1960. In quell’anno l’istituto aveva completamente riorganizzato il settore esteri, interfacciandosi con il mondo della finanza internazionale.

roberto calvi
Roberto Calvi, presidente del banco ambrosiano

Ma i ruoli di Roberto Calvi furono piuttosto numerosi, anche negli anni Sessanta, e difficili da inquadrare. Molti consigli di amministrazione di filiali o banche estere controllate direttamente dall’Ambrosiano finirono infatti sotto la sua dirigenza.

Il Banco Ambrosiano, si sa, era un istituto legato allo IOR. Una “banca cattolica” per così dire, che si proponeva di offrire credito mantenendo formalmente i principi del cristianesimo, al punto che per diventarne soci era necessario il certificato di battesimo e di buona condotta firmato da un parroco.

Tutte le fonti storiche e le testimonianze su Roberto Calvi, però, ci ritraggono un uomo non certo legato a una vera e profonda fede, bensì un carattere spregiudicato che intuisce il potenziale di cui si trova a disporre. Nel 1968 conobbe Michele Sindona e in seguito entrò nella Loggia massonica P2.

L’ascesa di Calvi, lenta fino alla fine degli anni Sessanta, diviene fulminea nel giro di 4 anni: nel 1971 diventa direttore generale dell’Istituto, nel 1974 la nomina a vicepresidente, l’anno successivo presidente del Banco. Alla metà del decennio, il banchiere milanese è uno dei nomi di riferimento della finanza italiana e internazionale.

Calvi, il crack, e i tentativi di salvezza

Calvi era ormai un professionista stimato. E lo fu al punto da entrare anche nel consiglio di amministrazione della Bocconi, come vice. Verso la fine degli anni Settanta cominciarono ad arrivare generose donazioni di milioni di lire del Banco Ambrosiano o di società controllate (ad esempio il Credito Varesino).

La finanza spregiudicata di Roberto Calvi si allargò sul profilo internazionale, al punto di creare un insieme di cosiddette “società fantasma”, create nei cosiddetti paradisi fiscali. O di acquistare istituti di credito stranieri, come la Banca del Gottardo,  la fondazione della Banco Ambrosiano Holding o la Cisalpine Overseas con l’arcivescovo Paul Marcinkus.

Nel 1978 la Banca d’Italia decide di vederci chiaro: gli incaricati scoprono e denunciano molte irregolarità nei conti del Banco, che negli anni successivi avrebbe affrontato una enorme crisi di liquidi. A soccorrerlo, sarebbero intervenuti i finanziamenti della Banca Nazionale del Lavoro e dell’ENI, che versarono qualcosa come 150 milioni di dollari.  Un secondo crack, del 1980, sarebbe stato ripianato con altri 50 milioni di dollari da parte di ENI.

Ma ormai la situazione era incandescente. Roberto Calvi, che nel frattempo era tallonato anche da campagne diffamatorie ordite da Michele Sindona, al quale aveva rifiutato un prestito, si trovo anche sprovvisto dalla protezione della loggia P2, la cui appartenenza gli aveva garantito un certo tipo di sostegno e di riparo dalle azioni della magistratura.

Quando nel 1981 fu scoperta la loggia, Roberto Calvi non aveva più nessuno che lo avrebbe potuto aiutare. Chiese aiuto allo IOR, ma poco dopo fu arrestato e condannato per reati valutari.

Calvi p2 sindona banco ambrosiano
Roberto Calvi a processo

Attendendo l’appello, tornò al vertice del Banco Ambrosiano, tentando per l’ennesima volta di trovare il denaro per un salvataggio. Per riuscire in un’operazione ormai disperata, prima entra in contatto con il finanziere Flavio Carboni, poi addirittura con la banda della Magliana e il boss mafioso Pippo Calò. Finì così per venire coinvolto in operazioni di riciclaggio, che gli causarono la definitiva perdita di ogni possibile appoggio dallo IOR.

La morte e il dibattito successivo

Il 18 giugno 1982 Roberto Calvi venne trovato morto, impiccato, sotto il ponte dei Frati Neri sul fiume Tamigi, a Londra. Alcune stranezze sul luogo del decesso (come alcuni mattoni in tasca e circa 15mila dollari) non impedirono di archiviare il fatto come suicidio.

Tra le sue tasche, fu trovato anche un passaporto falsificato, a nome di tale “Gian Roberto Calvini”.

Sei mesi dopo la prima archiviazione dei magistrati inglesi, la Corte Suprema del Regno Unito annullò la sentenza, ritenendola parca di vizi e priva di elementi sostanziali. Il secondo dibattimento aprì anche all’ipotesi di un’omicidio.

Il dibattito sulla morte di Roberto Calvi fu parecchio intenso, tanto da non potersi dire concluso neanche oggi. Lo scrittore Leonardo Sciascia, ad esempio, riteneva certa l’ipotesi del suicidio, mentre nel 1988 in Italia nacque una causa civile che richiedeva il riconoscimento dell’omicidio e predisponeva un risarcimento di 3 milioni di dollari alla famiglia.

Nel 2003, a Londra, si sarebbe riaperto il caso per l’ennesima volta.

L’ultima suggestione, però, è mafiosa. Alcuni inquirenti arrivarono a sospettare del pentito Francesco Di Carlo. Quest’ultimo, negli anni Novanta, ammise di essere stato assoldato da Pippo Calò per uccidere Roberto Calvi, ma di non aver potuto eseguire l’ordine perché “la questione era stata risolta con i napoletani”. A volere morto il banchiere milanese erano infatti anche alcuni esponenti della camorra legati al clan dei Corleonesi, che gli avevano affidato del denaro poi andato in fumo.

La “pista Calò”, comunque, è stata testimoniata anche da Antonio Mancini, membro della banda della Magliana.

Di seguito un documentario su Roberto Calvi, dall’ascesa col Banco Ambrosiano alla caduta sotto al Ponte dei Frati Neri:

(di Stelio Fergola)

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