Caso Iran: venti di guerra in Medio Oriente

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I venti di guerra soffiano con forza, mentre la politica occidentale pare balbettare in preda all’impotenza o al terrore, oppure si avventura in applausi e grida scomposte di “giubilo” per la morte del “terrorista”.

Il generale iraniano Qasem Soleimani è stato ucciso, con un attacco di portata storica. Gli Stati Uniti, come una saetta in un cielo nebuloso, hanno agito violentemente e con estrema velocità, superando, senza alcun freno, confini, limiti dettati dalla sovranità degli stati e del diritto internazionale. C’è qualcuno, da dietro la spessa cortina della politica mondiale, che soffia con insistenza quasi maniacale sul fuoco mediorientale.

Il Mossad e la guerra all’Iran

Yossi Cohen, direttore in capo del Mossad, il celeberrimo e feroce servizio segreto di Israele, ha affermato apertamente che la possibilità di assassinare Soleimani era sul tavolo da tempo, da mesi: i suoi uomini avrebbero potuto colpire il generale iraniano senza difficoltà, ma “...non aveva ancora commesso nessun errore in modo tale che finisse nella lista dei liquidatori [assassini, n.d.a] del Mossad”.

La notizia è stata riportata da vari giornali, soprattutto israeliani come The Times of Israel o anche in forma di intervista da Mishpacha, testata di orientamento ebraico ultra-ortodosso. Cohen sembra una mitragliatrice carica: “L’Iran è una sfida esistenziale [per Israele, n.d.a] ma tutto ciò potrebbe cambiare se si dotassero di armi atomiche… Sapevamo della possibilità di poterlo eliminare… Israele non vuole un conflitto con l’Iran, ma ha un solo interesse: prevenire che gli iraniani si dotino di testate atomiche. Non vogliamo che il loro regime collassi, né vendetta contro i loro scienziati del programma nucleare, né colpire tanto meno le loro basi a Teheran. Vogliamo portare l’Iran al tavolo delle trattative e completare un accordo che elimini qualsiasi possibilità che si dotino del nucleare per fini bellici”.

Sentendo le due parti delle sue dichiarazioni parrebbe di ascoltare due persone completamente diverse, una a conoscenza delle debolezze del proprio nemico e sul punto di balzare sulla preda come un leone e l’altra invece intenta a mediare e scongiurare una guerra, cercando un accordo, che odora comunque di forzatura.

Le parole di Cohen hanno suscitato imbarazzo in Israele, tanto è vero che poco dopo sempre The Times of Israel ha dovuto pubblicare un articolo di “scuse” col quale, citando non meglio precisati “operativi del Mossad”, l’agenzia di sicurezza cerca di smentire le parole del suo capo dicendo persino che tutto “… è stato estrapolato dal suo contesto” e che Cohen “… non ha mai rivelato le linee di condotta di Israele in materia di assassini, che potrebbe esistere o anche no”.

Soleimani da più parti nel mirino

Meno nebuloso ciò che perviene dall’Iran, dove si dice che fra il 2014 e il 2017, quando il generale Soleimani era impegnato a combattere i terroristi dell’ISIS, fu sventato un complotto terroristico per ucciderlo : 350 o 500 kg di esplosivo lo avrebbero dovuto assassinare, si presuppone assieme a tantissimi altri presenti, durante un evento religioso a Kerman, nell’Iran sud-occidentale. Soleimani non ci andò e i Guardiani della Rivoluzione iraniani riuscirono a prevenire l’attentato, arrestando i presunti responsabili.

Va altresì ricordato, come riporta il New York Times, che chi decise di inserire, arbitrariamente, Soleimani e altri militari iraniani nella lista dei terroristi redatta dagli Stati Uniti furono, oltre agli israeliani, anche i membri dell’amministrazione Obama nel 2011. Trump seguì questo sentiero e fece rientrare l’intero organismo dei Guardiani della Rivoluzione nella lista nera. Anche il giornale americano, ricorda che Israele aveva parlato del fatto che si potesse eliminare Soleimani ma che tale scelta fu scartata perché avrebbe generato una sorta di ritorno di fiamma alquanto pericolosa.

Chi soffia sulla guerra

Non sono certamente parole di pace o moderate quelle che giungono da altri gruppi di potere israeliani, questa volta da un think-tank ossia da una di quelle fondazioni di pensatori che elaborano progetti, strategie e visioni d’insieme per le classi politiche delle nazioni di riferimento. Il BESA (Begin-Sadat Center for Strategic Studies), di orientamento conservatore per non dire platealmente reazionario, ha candidamente condiviso nel 2016 una pubblicazione scientifica a firma del professor Efraim Inbar, esperto in questioni mediorientali. Parlando dell’ISIS dice letteralmente: “L’Occidente dovrebbe avere come obiettivo la riduzione del potere dello Stato islamico, ma non la sua distruzione. Un ISIS debole ma funzionante potrebbe ridurre l’interesse del califfato fra i musulmani radicali, mantenere focalizzati i nemici su un altro obiettivo anziché contro obiettivi occidentali e ostacolare l’azione dell’Iran per l’egemonia nella regione”.

Sembra assurdo, ma è proprio ciò che il think-tank sionista suggerisce: mantenere vivo il mostriciattolo, sebbene agonizzante dello Stato islamico, per anche mettere i bastoni fra le ruote agli iraniani. Il testo è estremamente esplicito: “L’esistenza dell’ISIS ha una funzione strategica: perchè bisognerebbe lasciar vincere al brutale regime di Assad la guerra civile in Siria? Molti islamici radicali nelle forze di opposizione, ad esempio Al-Nusra, potrebbero iniziare a operare in altri scenari come Parigi o Berlino.
 
 
È forse nell’interesse dell’Occidente permettere alla Russia di intensificare la sua presa sulla Siria e far crescere la sua influenza in Medio Oriente? Il controllo sempre più forte dell’Iran sull’Iraq corrisponde con gli obiettivi degli americani in quel Paese? Attualmente prevale una follia strategica a Washington, la quale considererebbe positivo rafforzare il potere dell’asse Mosca-Teheran-Damasco, cooperando con la Russia contro l’ISIS”. Notevoli i punti nei quali il professor Inbar dice: “La stabilità non è un valore in sé; è da desiderare solo se serve i nostri interessi…”, oppure quando concludendo afferma che “... ISIS può essere anche uno strumento utile per sabotare il piano ambizioso di Teheran per il dominio del Medio Oriente”.

Il BESA non è un piccolo circolo di fanatici né una bocciofila inerme: è un corposo e potente apparato, fra i più influenti in quella regione, con all’interno personale d’elite del sistema militare israeliano; le sue parole pesano più dell’oro negli Stati Uniti. L’amministrazione Obama per il fanatismo sionista non era, a quanto pare, all’altezza per poter comprendere simili scopi; speriamo non lo sia neanche quella di Trump, per il bene di tutti noi.

 

 

(di Pietro Vinci)

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