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Una riflessione contro il vincolo di mandato del M5S

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I recenti accadimenti in Parlamento non possono che indurre ad un riflessione sul vincolo di mandato. Infatti, dalla scorsa legislatura i parlamentari del M5S hanno abituato i cittadini italiani a cambi di casacca piuttosto numerosi, tra fughe volontarie ed espulsioni.

 

La continua emorragia dal M5S

Poco prima di Gianluigi Paragone – espulso direttamente da Di Maio e passato al gruppo misto -, vi era stata l’uscita del senatore Ugo Grassi. La quale venne così commentata da Di Maio medesimo: «Molti cercano scuse per cambiare casacca, come Grassi che dice una cosa non vera. Consegnino una bella lettera al Senato e dicano “Io voglio cambiare casacca e tradire il mandato dei cittadini“. Ma se cambi idea su un partito, ti dimetti e ti fai votare di nuovo».

Ed ancora (da parte sua, sostenitore del vincolo di mandato): «Dicano chiaramente che il tema non è il MES, ma che gli hanno promesso un seggio alle prossime elezioni e alle Regionali. Il mercato delle vacche è evidente, sul MES si stanno dicendo un mare di bugie».

 

Il tradimento del M5S

Val la pena tralasciare le parole di Di Maio, che afferma che il MES è figlio del governo Berlusconi IV (con la Lega in maggioranza), ampiamente smentito dall’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti. Per i più smemorati occorre ricordare che nel programma politico del M5S del 2018 vi era scritto chiaramente che il MoVimento 5 Stelle:

«Si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da “riforme”. In particolare, si impegnerà allo smantellamento del MES (Fondo “Salva-Stati”) e alla cosiddetta “Troika”».

Quindi, con l’approvazione del MES da parte del MoVimento, a tradire “il mandato dei cittadini” è stato il M5S capeggiato da Di Maio, non i parlamentari in fuga ed espulsi. Paragone ha anche ricordato in una diretta Facebook che il codice etico del M5S parla chiaramente di fedeltà al programma prima ancora che al governo.

 

Contro il vincolo di mandato

I parlamentari vengono eletti sulla base di un programma: se la forza politica cambia il proprio indirizzo, è sacrosanto dovere dei parlamentari – proprio per fedeltà al programma ed al di là di ogni codice etico – opporsi anche al proprio partito. Di Maio per far fronte al problema ha lanciato a più riprese l’introduzione del vincolo di mandato (proibito dall’articolo 67 della Costituzione).

Propagandato come risoluzione ai cambi di casacca, è in realtà un modo per impedire le numerose fughe dal M5S e trasformare i parlamentari in uomini dipendenti esclusivamente dalle direttive dei vertici del partito. Il politologo Giovanni Sartori definì questa posizione del M5S incostituzionale e medievale:

«Il mandato imperativo ci fa ricadere nella rappresentanza medievale, i rappresentanti sono i suoi ambasciatori. È vietato da tutte le costituzioni moderne».

 

Le parole di Calamandrei sul vincolo di mandato

Il M5S, che da sempre si proclama come il modello più prossimo alla democrazia diretta, vuole introdurre il vincolo di mandato, incompatibile con una repubblica parlamentare. Con il vincolo di mandato assumerebbero ancora più forza le parole di Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana, scritte nel 1956:

«Chiamare i deputati ed i senatori “rappresentanti del popolo” non vuol più dire oggi quello che voleva dire in altri tempi: si dovrebbero chiamare “impiegati del loro partito”» (“Critica sociale“, XLVIII, 5 ottobre 1956).

La prima forma di onestà è quella intellettuale: onestà di cui, al giorno d’oggi, vi è grande penuria.

(Umberto Camillo Iacoviello)

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