Rampini anticonformista conformismo

Rampini, un anticonformista del conformismo?

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Il dubbio di un Federico Rampini “anticonformista del conformismo” – si conceda la bizzarra associazione – a questo punto è lecito. Le ultime affermazioni del giornalista a Piazzapulita, ospite di Corrado Formigli, rafforzano l’idea di doverlo coltivare.

Rampini, l’anticonformista e il dissenso

Federico Rampini è stato chiaro: “Mi dissocio dalla venerazione nei confronti di Greta Thunberg, mi preoccupa lo spettacolo degli adulti che si genuflettono davanti agli adolescenti. Gli adolescenti fanno il loro mestiere, fanno bene a cavalcare le utopie, però gli adulti devono governare il mondo”. Un’affermazione non solo logica e sensata, ma che apre un mondo di altre affermazioni totalmente in contrasto con buona parte delle morali progressiste.

Non è la prima volta che Rampini dimostra di interpretare la società in modo più libero dell’ambiente a cui appartiene: si ricordino le sue affermazioni sulla “eccessiva concentrazione della sinistra sugli ultimi, a discapito dei quasi ultimi” inerente le legislazioni popolari a favore degli immigrati che, sebbene molto “furba” per lo meno metteva in risalto la figura dell’italiano povero.

Si ricordi l’affermazione quasi rivoluzionaria contro l’immigrazione di massa, addirittura proferita usando la sintesi da sempre derisa dalla sinistra, ovvero l’ormai famosissimo “aiutiamoli a casa loro”.

Si ricordino le sue riflessioni razionali sulla presidenza di Donald Trump negli USA, contrariamente alla demonizzazione feroce – e spesso imbecille – perpetrata da tutti gli ambienti della stampa mainstream progressista.

Si rammentino i suoi ragionamenti sulla politicizzazione del Black Lives Matter.

Un anticonformista del conformismo?

Non viene in mente una definizione migliore. Perché Federico Rampini è sempre stato dalla parte “giusta”, ovvero da quella sistemica, dei padroni. È questo è indubbio, considerata anche la lunga militanza in Repubblica e la soltanto recente fuoriuscita, con l’approdo al Corriere della Sera che, poco ma sicuro, certamente non è un quotidiano dissidente.

Se andiamo a scorrere la bibliografia di Rampini, però, è indubbio che alcuni temi dissidenti siano sempre stati trattati, almeno negli ultimi otto o dieci anni. Nel 2014 pubblicava infatti La trappola dell’austerity. Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa, che pur non essendo certamente qualcosa di nuovo per chi si informasse al di fuori del circolo-cricca del giornalismo mainstream, rappresentava quasi una novità per quell’universo uniformato all’indiscusso mito religioso dell’Ue e delle sue regole.

Nel 2016 rifletteva contro l’immigrazione di massa in Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite, mentre del 2019 è La notte della sinistra. Da dove ripartire.

Forse si tratta soltanto di onestà intellettuale, certo. Ma è un’onestà intellettuale espressa in un’ambiente assolutamente allergico ad essa. Rampini non è un giornalista qualsiasi, ha titoli e probabilmente protezioni per poter parlare liberamente. E non possiamo escludere vi sia una strategia comunicativa dietro.

Ma che essa vi sia o meno, magari per raccogliere consensi tra i dissidenti, c’è da riconoscere che il risultato non manca. Ed è quello di attrarre. Nessuno di noi è in grado di leggere le menti, di conseguenza, forse, ha poco senso porsi la domanda.

(di Stelio Fergola)

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