Ieri su La7, com’era prevedibile, si festeggiava il PD. Magari non direttamente, ma nella pratica interlocuzione con il segretario Enrico Letta. Festeggiava Enrico Mentana, festeggiava Paolo Mieli e gli altri ospiti della celebre “Maratona”.
Il PD vince al primo turno a Milano, Bologna e Napoli. La premessa da ricordare sempre è che i comuni appena citati erano tutti “sicurissimi” per la sinistra in generale (ad eccezione, forse, di Milano, travolta però dal sedicente “scandalo Fidanza” a pochi giorni dal voto). La prima considerazione da fare, quindi, è questa: non c’è una grande inversione di tendenza nelle sensibilità popolari, sebbene sulla rete di Urbano Cairo facciano passare un messaggio opposto.
La propaganda La7 del “PD vicino al Paese”
“Il PD si è riavvicinato al Paese” è la sintesi degli interventi di Enrico Letta in studio. Ma non è così, in virtù della premessa di cui sopra. La sinistra e il suo partito di riferimento sono, da sempre, una minoranza organizzatissima, ma pur sempre minoranza, che ha delle sue roccaforti. Bologna lo è sempre stata, Napoli lo è ormai da decenni, Milano con il mandato di Beppe Sala lo è “diventata”. Roma non lo è (e il centrodestra, per ora, conduce), lo sarebbe Torino, ma lì ci sarà il ballottaggio.
Quindi no, il PD non si è riavvicinato al Paese. Nessuno contesta in studio l’uscita di Letta nel merito e, sostanzialmente, le parole del segretario vengono accolte acriticamente.
Lo sfruttamento mediatico del voto di ieri è dunque piuttosto evidente: nonostante il PD e i suoi satelliti continuino ad essere meno di un terzo del Paese, passa il messaggio che esista un reale coinvolgimento maggioritario intorno a loro.
Non è mai stato così. E i numeri e le città dove si sono affermati lo dimostrano, ben lungi dal smentirlo.
Il vero problema a destra: Reset e altalene elettorali
La7 e PD non possono distrarre dal problema principale. Il “Reset” è una metafora che andrebbe introdotta per le vicissitudini politiche ed elettorali del centrodestra italiano, che sin dai tempi dell’adesione dell’MSI-AN alla coalizione di Silvio Berlusconi ha sofferto un problema enorme: quello di doversi progressivamente adattare ai valori sistemici, smarrendo i propri, per tentare disperatamente di essere accettato dall’establishment. Un’azione che non ha mai portato a risultati ma, anzi, ad un allontanamento degli elettori man mano che si è andati avanti.
Se con i numerosissimi “Reset” di Gianfranco Fini prima di arrivare ad un’altalena elettorale concreta abbiamo dovuto attendere – in pratica – la fine dell’era berlusconiana (momento in cui la destra ha obbiettivamente recuperato una buona parte dei suoi valori portanti, con la fondazione di Fratelli d’Italia agli inizi del decennio scorso), con il “Reset” della Lega l’altalena elettorale è stata consistente. Il Carroccio sfonda ogni muro nel 2019, arrivando al 34%, sostanzialmente per la linea patriottica, nazionale e antieuropeista.
Torna indietro su buona parte di queste tendenze nel corso degli anni successivi, addirittura annulla la terza questione aderendo al governo Draghi: il risultato è un partito che ora oscilla intorno al 20%, tornando, in pratica, poco sopra i livelli delle elezioni del marzo. Un Reset di quelli peggiori, ma con meno risultati di quelli ottenuti da Fini a suo tempo. Di conseguenza, pure abbastanza inutile.
Ma di Reset, nel centrodestra italiano, ce ne saranno per sempre. Semplicemente perché non si hanno le armi culturali per combattere e, quel che è peggio, non si lavora mai per produrle.
(di Stelio Fergola)


