In bocca al lupo, Italia

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Crepi o non crepi il lupo, l’auspicio è per l’Italia del calcio agli europei. Non pubblichiamo quasi mai riflessioni sportive, ma in ogni ambito esistono le eccezioni, e il calcio, essendo un sport tanto sentito dalla maggioranza degli italiani, non può non esserlo. Cominciano gli europei 2020, e lo fanno del 2021: già su questo ci sarebbe da piangere, ma per un momento dimentichiamoci del Covid e pensiamo a divertirci, con qualche spunto per andare un po’ oltre.

L’Italia del calcio spera di ritrovarsi agli Europei

Poiché l’anti-italianismo non ne risparmia una, neanche frivola e secondaria come può essere quella di una passione sportiva, non si può che partire da questa constatazione amara. Della nazionale non frega quasi niente a nessuno, ormai. Quando ero piccolo era tifata e sostenuta praticamente all’unanimità. L’ultimo torneo in cui l’ho avvertito distintamente sono stati i mondiali 1994.

Dopo un lento, ma inesorabile e progressivo, disinteresse. Lo stesso titolo mondiale del 2006 ha prodotto urla esclusivamente frutto del trionfo, per una squadra che era già “sentita” molto meno, eccezion fatta per il sottoscritto e pochi altri, che tifano questa squadra assolutamente allo stesso livello di come tifano i club (o di come tifavano, parlando sempre a titolo personale, considerando l’indifferenza che mi provoca una Juventus da decenni ormai stracolma di stranieri in cui, non me ne voglia nessuno, non riesco a identificarmi).

Quando andai al Museo di Coverciano qualche anno fa ebbi la conferma di questa incredibile freddezza. Anche se il calcio è secondario, anch’esso finisce per essere indicativo di un distaccamento del popolo dal concetto generalissimo di tradizione.

Una storia come quella degli “azzurri” è Tradizione con la T maiuscola. E per le magie che ha mostrato nello scorso secolo, nelle competizioni internazionali (soprattutto nei mondiali) meriterebbe un’attenzione particolare. Un Museo come quello toscano dovrebbe essere un luogo di pellegrinaggio sportivo, andrebbe sponsorizzato in ogni modo. Perché no, anche a livello scolastico. Perché la Tradizione va comunicata, va anche insegnata.

Anche se riguarda un aspetto secondario come quello sportivo. Perché si tratta di un aspetto che comunque, in ogni caso, è patrimonio nazionale. L’italiano medio attuale tifa soprattutto il club. 30 anni fa, lo ricordo bene pur essendo all’epoca un bambino, non era così. L’anti-italianismo, come scrivevo sopra, non ne risparmia nessuna. Neanche quella calcistica.

In bocca al lupo, azzurri

In bocca al lupo, azzurri. In bocca al lupo Italia. La grande Italia faceva fatica con le piccole e si esaltava con le grandi. Quella di Mancini ha passeggiato sulle squadre minori: e questa, forse, non è una bella notizia.

Ma sappiamo bene di non essere favoriti, schiacciati anzitutto dalla legge Bosman, e in secondo luogo da un approccio alla stessa debilitante verso i calciatori italiani (tra i quali esistono certamente anche dei responsabili, ma che nel complesso vengono mal tollerati dai club e anche dai tifosi).

Fatto sta che il CT Roberto Mancini ha provato a risollevare le sorti di una squadra finita in un abisso nel solo modo possibile: convocare i primi giocatori di qualità sulla piazza, anche giocassero nella Frattese (per usare un’iperbole). Nei club italiani, piccoli e grandi, non c’è da fare alcun affidamento. A meno che non si parli di difensori, sia chiaro: in quel caso il pregiudizio positivo è ancora forte, al punto da aver portato all’insistenza su tanti elementi rivelatisi mediocri  o sopravvalutati (come Alessio Romagnoli), a mio modestissimo parere “inventati” (come è stata tutta la carriera di un certo Giorgio Chiellini) o molto altalenanti (Gigi Donnarumma). Però tra milioni di tentativi, un Leonardo Bonucci è comunque venuto fuori.

Da centrocampo in su, invece, il disastro totale. Calciatori che nella migliore delle ipotesi hanno giocato fuori ruolo per mezza carriera (Lorenzo Insigne), pregiudicando e ritardando moltissimo la propria crescita, altri minimamente sfruttati o panchinari alla prima partita sbagliata o quasi. Altri ancora imprigionati da folli presidenti di squadre provinciali che hanno chiesto cifre abnormi per il loro cartellino, bloccandone ancora – guarda un po’ – ogni possibilità di crescita in club più importanti (Andrea Belotti).

Certamente, c’è anche chi non c’è la fatta per demeriti propri (mi viene in mente il caso di Manolo Gabbiadini). Ma non si può dare torto – esempio – a Domenico Berardi se (probabilmente fiutando un contesto cancerogeno per qualsiasi giocatore dal centrocampo in su abbia il passaporto italiano) ha praticamente deciso di rimanere al Sassuolo a vita.

Si potrebbe considerare codardia, e in un contesto differente probabilmente lo sarebbe. In questo caso, almeno io, lo considero istinto di sopravvivenza. Se non altro, così facendo Berardi ha totalizzato score di tutto rispetto in tanti anni di serie A. Facendo quel salto verso club che lo avrebbero sacrificato inutilmente, magari, avrebbe subito l’ennesima involuzione.

Dunque, bravo Mancini a fregarsene e a convocare il primo bravo che salta fuori. E, a questo punto, a farlo crescere in nazionale. È poco, e non funzionerà. Perché i club servono, l’esperienza internazionale serve. Ma sarà certamente meglio dello scempio a cui abbiamo assistito negli scorsi anni.

In bocca al lupo, Italia.

(di Stelio Fergola)

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