Alain de Benoist: "È guerra USA - Cina. L'Europa non cada nella trappola"

Alain de Benoist: “È guerra USA – Cina. L’Europa non cada nella trappola”

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Traduciamo e riportiamo un’intervista ad Alain de Benoist apparsa su Boulevard Voltaire dal titolo «Gli Stati Uniti sono in guerra contro la Cina. La Francia non deve cadere nel codismo…».

De Benoist: l’emergere della Cina


Un tempo il centro di gravità geopolitico del mondo conosciuto era il Mediterraneo, prima di oscillare verso l’Atlantico in virtù della scoperta delle Americhe. Oggi questo ruolo sembra ritornare al Pacifico giacché, a giudizio della maggior parte degli osservatori, il fatto dominante è l’ascesa della potenza della Cina. Realtà o fantasma?

La Cina non è ancora la prima potenza economica mondiale, ma ha buone possibilità di diventarlo nei dieci anni a venire. Dal 2012 è in compenso la prima potenza industriale, davanti all’Europa, agli Stati Uniti e al Giappone (ma ricade al quarto posto se si considera il valore aggiunto per abitante). È ugualmente la principale potenza commerciale del mondo e la principale importatrice di materie prime. Dispone di un territorio immenso, è il paese più popoloso del pianeta, la sua lingua è la più parlata nel mondo, e possiede una diaspora molto attiva nel mondo intero. Possiede il più grande esercito del mondo e i suoi mezzi militari si sviluppano a una velocità esponenziale. È membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, possiede l’arma nucleare, dal 2003 è una potenza spaziale.

Si radica massivamente in Africa nera, acquista infrastrutture di primo piano in tutto il mondo e il suo progetto di «nuova via della seta» va ancora a rafforzare le sue capacità di influenza e di investimento. Nel 1980 il PIL cinese rappresentava il 7% di quello degli Stati Uniti. Oggi è balzato a quasi il 65%! Infine, i Cinesi depositano due volte più brevetti degli Americani. Questo significa molto.

Nel 1993, nel suo libro sullo scontro di civiltà, Huntington anticipava il concetto di «modernizzazione senza occidentalizzazione». È questo il punto essenziale. Modello di tipo inedito, che combina il confucianesimo, il nazionalismo, il comunismo e il capitalismo, il modello cinese si distingue radicalmente dal modello occidentale di «sviluppo». I liberali credono generalmente che l’adozione del sistema di mercato porti immancabilmente con sé l’avvento di una democrazia liberale. I Cinesi smentiscono tutti i giorni questa previsione. In tutti questi ultimi anni non hanno smesso di rafforzare il ruolo del mercato, ma senza mai cessare di disciplinarlo in modo rigoroso. La Cina offre piuttosto l’esempio sorprendente di un capitalismo che funziona senza subordinazione del politico all’economico. L’avvenire ci dirà che cosa bisogna pensarne.

I Cinesi sono dei pragmatici che ragionano sul lungo termine. L’ideologia dei diritti umani è loro totalmente estranea (le parole «diritto» e «uomo», nel senso che noi gli diamo, non hanno nemmeno un equivalente in cinese: «diritti umani» si dice «ren-quan», «uomo-potere», il che non è particolarmente limpido), così come l’individualismo. Per i Cinesi, l’uomo deve adempiere i suoi doveri di fronte alla comunità piuttosto che rivendicare diritti in quanto individuo. Durante l’epidemia di Covid-19 gli Europei si sono confinati per paura; i Cinesi l’hanno fatto per disciplina. Gli Occidentali hanno riferimenti «universali», i Cinesi hanno riferimenti cinesi. Grande differenza.

Il conflitto USA – Cina


Dalla caduta del muro di Berlino, i rapporti della CIA annunciano che la Cina era destinata a divenire il principale avversario strategico degli Stati Uniti. In questi ultimi anni i rapporti tra Pechino e Washington non hanno cessato di deteriorarsi, e non soltanto sul piano commerciale. È concepibile una guerra vera e propria tra la Cina e gli Stati Uniti?

Gli Americani hanno sempre voluto uniformare il mondo in base ai propri canoni identificati con la marcia naturale del progresso umano. Da quando hanno raggiunto una posizione dominante, hanno costantemente fatto in modo da impedire l’ascesa di ogni potenza emergente che potesse mettere in pericolo questa egemonia. Da qualche anno negli Stati Uniti si moltiplicano i libri (Geoffrey Murray, David L. Shambaugh, ecc.) che mostrano come la Cina sia oggi la potenza emergente, mentre gli Stati Uniti sono sulla strada del declino. In un’opera di cui si è molto parlato (Destined for War) il politologo Graham Allison mostra che nel corso della storia, ogni qualvolta una potenza dominante si è sentita minacciata da una nuova potenza emergente, la guerra si è profilata all’orizzonte, non per ragioni politiche, ma per il semplice fatto della logica propria ai rapporti di potenza.

È quella che Allison ha chiamato la «trappola di Tucidide», in riferimento al modo in cui la paura ispirata a Sparta dall’ascesa di Atene ha condotto alla guerra del Peloponneso. Ci sono buone possibilità che lo stesso accada con Washington e Pechino. A breve termine, i cinesi faranno di tutto per evitare un conflitto militare e per non cedere alle provocazioni cui gli americani sono familiari. A più lungo termine, in compenso, un simile conflitto è perfettamente possibile. La grande questione è allora sapere se l’Europa oscillerà dal lato americano o se si dichiarerà solidale alle altre grandi potenze del continente eurasiatico. È questa evidentemente la questione decisiva.

Non bisogna ingannarsi, gli Stati Uniti sono già ora in guerra con la Cina. La guerra commerciale che hanno ingaggiato ha anche un risvolto politico di cui testimonia, ad esempio, il loro sostegno ai separatisti di Hong Kong (presentati senza ridere come «militanti filo-democrazia»). Nei documenti dell’amministrazione americana la Cina è d’altronde ormai indicata come «rivale strategico». Quest’aggressività manifesta meno l’arroganza che la paura. Ma i cinesi non hanno alcuna intenzione di farsi da parte, né tollereranno indefinitamente un ordine mondiale retto dalle regole dettate dagli Stati Uniti. Come ha detto Xi Jinping, «la Cina non va in cerca di guai, ma nemmeno li teme». Non bisogna mai dimenticare che, per i Cinesi, non esistono quattro ma cinque punti cardinali: il nord, il sud, l’est, l’ovest e il mezzo. La Cina è l’impero di Mezzo.

De Benoist: Europa non sia sinizzata, ma neanche americanizzata


In questo scontro fra titani, precisamente, l’Europa ha ancora una strategia? E la Francia dispone ancora di qualche carta da giocare?

Non c’è dubbio che vedremo moltiplicarsi, nei mesi che verranno, le campagne anticinesi orchestrate dagli Stati Uniti al fine di assicurarsi il sostegno dei loro alleati, a cominciare dalla «provincia» europea, allo scopo di ricreare a loro vantaggio un nuovo «blocco occidentale» contrapposto a Pechino, paragonabile a quello che esisteva di fronte a Mosca durante la guerra fredda. Sarebbe drammatico se la Francia e l’Europa cadessero in questa trappola, come hanno già fatto accodandosi alle sanzioni emanate contro la Russia.

Noi non abbiamo la vocazione ad essere sinizzati, ma non è questa una ragione per continuare ad essere americanizzati, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti accumulano a casa loro problemi che non riescono più a risolvere. La Francia che all’epoca del generale de Gaulle è stata la prima a riconoscere la Cina popolare, anziché cadere di nuovo in un atlantismo contrario a tutti i suoi interessi, dovrebbe ricordarsi che a quell’epoca, in piena guerra fredda, essa ricercava innanzitutto un equilibrio fra le potenze rispettose dell’indipendenza dei popoli. Maurice Druon diceva allora che il francese era la «lingua dei non-allineati»! È a questo ruolo che deve tornare.

(Traduzione di Francesco Alarico della Scala)

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