La destra e i complessi d'inferiorità: una maggioranza troppo silenziosa

La destra e i complessi d’inferiorità: una maggioranza troppo silenziosa

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Vedo l’Italia come un paese all’interno del quale una minoranza organizzata, che possiamo genericamente definire “sinistra”, la fa da padrone, mentre una maggioranza inerme e silenziosa la lascia fare. Questa minoranza, ormai certificata da ogni tornata elettorale, è estremamente rumorosa: essa detiene le redini della narrazione ufficiale, quella che – per dirla con le parole di Pietrangelo Buttafuoco – «decreta la reputazione di tale e di talaltro ben oltre il perimetro della discussione pubblica. Il suo dettato interviene direttamente sul sentimento e sulla percezione di uomini e di fatti», al di là del merito politico, e andando in molti casi a prevalere finanche sull’evidenza.

La sinistra e la demonizzazione dell’avversario

E’ per questo che, anche quando forze politiche non appartenenti alla sinistra risultano vincenti nelle competizioni elettorali, il potere della sinistra non ne viene intaccato che in parte: esso risiede nella egemonia, intesa come capacità di direzione intellettuale e morale della società. Questa egemonia, nelle dinamiche fattuali, si estrinseca attraverso una costante demonizzazione dell’avversario politico, dipinto non più come antagonista all’interno di un comune dialogo teso alla progettualità politica finalizzata al bene comune, ma come pericoloso nemico da scongiurare e neutralizzare.

Da qui le sistematiche accuse fobiche di “fascismo” che ciclicamente ritornano a squalificare chiunque osi sfidare questo ben collaudato sistema di potere, e che non hanno risparmiato nemmeno il Movimento 5 Stelle prima della sua addomesticazione istituzionale, a dimostrazione del fatto che il problema non è la destra di turno, ma qualsiasi entità politica organizzata che arrivi a mettere in discussione il dominio della sinistra.

Una destra silenziosa e impotente

Di fronte a questo chiassoso, autoreferenziale, retorico fino alla nausea, minoritario ma prepotente e prevaricatore apparato di potere, abbiamo lo sparring partner: quella che possiamo genericamente definire “destra”. La destra italiana così inerme, perennemente intimorita e soggiogata nei suoi complessi di inferiorità e sudditanza, attanagliata da eterni sensi di colpa per non si sa bene che cosa.

Destra italiana intesa nel senso istituzionale del termine, quanto con riferimento alla sua base militante, elettorale o semplicemente simpatizzante. Quest’ultima va a riempire le file della celebre maggioranza silenziosa, quella parte maggioritaria della società che non esplicita pubblicamente le proprie opinioni ma che si limita, nemmeno sempre, a votare. All’interno del dibattito si comporta passivamente o, tutto al più, semi-attivamente. Questa parte della popolazione, pur prevalendo numericamente su quanti dalla parte avversa si fanno sentire con nette prese di posizione, petizioni, articoli di giornale, manifestazioni di piazza e altre forme di partecipazione attiva, non fa sentire la propria voce.

La battaglia culturale: una destra dominata dalla sinistra

La destra istituzionale poi, in un decennio di esperienza governativa berlusconiana non ha riscritto nemmeno un rigo di un libro di storia. Quella attuale avrebbe le risorse per costruire e alimentare una propria macchina culturale in grado di contrastare quella egemonica della sinistra, ma, in luogo di grandi progetti e capacità di visione, preferisce rincorrere i sondaggi e l’eterna campagna elettorale. Non capisce, o finge di non capire, che, se vuole veramente ambire a tenere le redini del Paese, sul medio e lungo termine occorre un manifesto programmatico serio. Sin da subito è imprescindibile attivarsi per contrastare la perenne offensiva mediatica della sinistra.

Ma tutto ciò appare troppo impegnativo per la destra italiana, troppo facilona e pragmatica per guardare oltre lo steccato delle prossime elezioni: meglio restare sulla difensiva, giocare di rimessa adagiandosi sugli allori dei (temporanei) successi elettorali. E pure basterebbe così poco: fare squadra, assumersi il coraggio delle proprie idee, guardarsi allo specchio e uscire dalla sindrome dell’aquila che si crede un pollo. Dice bene Hegel: non esiste un padrone senza che qualcuno si faccia schiavo.

(di Federico Epifani)

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