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L’ineffabile mondo dei “Patatini” radical chic

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“Patatini”, li chiameremo così. Ho visto le strade e le piazze senza uomini e donne. Il silenzio, rotto solo dai rintocchi delle campane, ingrandire le voci e i rumori che vengono dalle case. Ai balconi qualche tricolore e Bologna è molto bella, in questa primavera calda e desolata. Oltre 20.000 morti in Italia e qualcuno suona da una finestra come se grottescamente festeggiasse. Se mi avessero detto pochi mesi fa che tutto sarebbe stato come nei film dl cinema catastrofico americano non ci avrei creduto.

C’è qualcosa di mortalmente solenne in tutta questa nuova storia sociale che si vive, ma tanti non sono in grado di comprenderlo. Direi, buffonescamente.

“Patatini” senza cuore: la Murgia

La scrittrice, Michela Murgia, solitamente fuori fase nelle sue esternazioni, non perse tempo a sfoggiarne una delle sue, agli inizi del blocco totale, imposto dal Governo per l’emergenza sanitaria.

Fu subito in prima fila, nella squadra dei pseudo intellettuali, miracolati dal semicoltismo, ad essere esacerbante quando, il 26 febbraio, durante la trasmissione in onda sul canale Nove, sostenne di aver viaggiato comodamente tra Roma e Milano in un aereo semivuoto e di essere arrivata con insospettabile goduria in una città senza traffico. Finché si lasciò andare ad un’orribile mancanza di pregnanza di senso del tragico e chiocciò la frase: “Può durare un altro po’ questo virus?”.

Fu una situazione imbarazzante tanto è vero che la conduttrice Daria Bignardi, cercò di tagliar corto, ma la scrittrice aggravò la sua posizione, come un elefante tra i cristalli, sottolineando che “se il risultato è la vivibilità delle strade, io ci metterei la firma”.

Una dichiarazione fuori luogo che dimostrò scarsa sensibilità verso una vicenda molto delicata che riguarda la salute delle persone e che in seguito ha visto un’escalation incontrollata di decessi.

Poco prima di queste parole, la scrittrice aveva precisato che il coronavirus rappresenta “la legge del contrappasso e un po’ ce lo meritiamo”.

Ecco, qui c’è tutto il necessario per redigere una riflessione.

Esattamente come la Murgia, c’è chi immagina un mondo sfoltito dall’eccessivo numero di esseri umani e con gli animali che si riprendono la terra: ecco i patatini del nuovo millennio!

Odiare l’umanità si può

Il botanico Peter Del Tredici della Harvard University ha scritto: “Il fatto che il Covid-19 sia saltato da un animale selvatico alla popolazione umana fornisce una potente metafora della natura che si riafferma di fronte allo sfruttamento umano”.

Certo, quanto è facile avere un pensiero da “Puffo Inavveduto” che pure sembra possedere il crisma dell’Accademia e altresì galvanizza altri Puffi depensanti!

Tutto ciò aumenta lo sconcerto maledetto che si ha di fronte alla Solennità della Morte degli Uomini, della loro scomparsa dal mondo. E per di più avendo, questa dichiarazione, tutto il sapore di una minchiata proverbiale .

Il deserto cittadino è tragicissimo eppure certi “fiorellini cip e ciop” constatano soltanto il fatto che in questo modo ci si muova più agilmente e ogni tanto si incontri addirittura più di un animale selvatico!

Io credo che la lunarità delle città sia drammaticamente desolante, dolorosa. E’ un funerale grave, impietoso .

Insomma chi se ne frega se finalmente le paparelle possono sguazzare tra i canali di Venezia !?! E i delfini fanno ciaociao zompanti sull’onda che mira la piazza di Trieste, prospiciente al mare !?!

C’è chi non si rende conto, chi non percepisce la gravità pestifera dello squallore dell’umana assenza. Spesso questa inadeguatezza, come pure insegna il caso della Murgia, è dovuta al fatto di avere il fondoschiena al sicuro, un’insostenibile leggerezza sulla condizione umana, marcata invece a morte dal virus e dalla miseria economica.

I Patatini amanti degli animali CheSonoMiglioriDegliUomini dovrebbero cercare di capire un po’ di più la gente sofferente, che ha problemi enormi di sopravvivenza, di insolvenza delle necessità quotidiane della vita e che si confronta con la ristrettezza di un destino infame.

La prosopopea della natura che si riappropria del mondo ha il connotato di un’indicibile infamità verso gli uomini tutti e soprattutto sembra assolvere scriteriatamente gli ex-abitanti del pianeta da un dettato imperativo, in questo momento della Storia: la necessità di un nuovo umanesimo, che possa migliorare le condizioni dell’ambiente, dei rapporti economici, dalla sostenibilità della vita. E, perché no, che dia la forza di anelare ad una spiritualità più compiuta, ad una fratellanza utopistica eppure irrevocabile.

Sto già cercando di prepararmi psicologicamente al momento drammatico in cui, se la vita dovesse riprendere la sua normalità, qualcuno rimpiangerà la pandemia che aveva fatto rinascere a limpidezza i ruscelli, pulito l’aria, liberato le strade, resuscitato le api, decongestionato il pronto soccorso e desertificato le spiagge.

(di  Michele Vietri)

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