César 2020: la persecuzione infinita contro Roman Polanski

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Ne abbiamo parlato lo scorso inverno, quando il film era nelle sale cinematografiche. “L’ufficiale e la spia”, film di Roman Polanski scritto assieme al romanziere e storico Richard Harris e ispirato all’”affaire Dreyfus”, aveva suscitato una feroce polemica in settembre a Venezia, perché la regista Lucrecia Martel aveva protestato contro la partecipazione, nel glorioso festival locale, del più recente film del grande cineasta franco-polacco.

Come molte affiliate al movimento “me too”, la regista argentina è infatti mossa da rancore contro Polanski, colpevole nel 1977 d’aver abusato di Samantha Geimer, un’aspirante modella e attrice californiana allora adolescente. Per evitare la carcerazione, Polanski fuggì dagli USA e da allora non ci è mai tornato. La Geimer, una volta adulta, ha pubblicamente affermato d’aver perdonato il suo stupratore.

La carriera di Polanski non ha poi avuto ostacoli, salvo qualche film poco ispirato e qualche fiasco al botteghino. A parte la giustizia statunitense, nessuno ha più visto in Polanski un pedofilo: la sua immagine è rimasta quella di un grande artista, dalla vita irrimediabilmente rovinata dal trauma del massacro di Bel Air – nell’agosto 1969, un gruppo di hippy guidati da Charles Manson uccise Sharon Tate (una delle attrici più belle di sempre, da un anno e mezzo moglie di Polanski) con quattro amici e il bambino che portava in grembo.

 

César 2020: la persecuzione infinita contro Roman Polanski

 

Roman Polanski nel 1989 ha sposato la sua nuova musa, la parigina Emmanuelle Seigner, con la quale ha avuto due figli; ma c’è da credergli quando dice che, dall’estate del 1969, la sua vita è improntata “a un continuo pessimismo”. Non è una giustificazione, ma se si considera che nel 1976 ha diretto e interpretato un film cupo, angosciante, allucinato e claustrofobico quale “L’inquilino del terzo piano”, è soltanto ovvio che l’anno dopo, all’epoca del – più che deplorevole – stupro della Geimer, non fosse per nulla lucido.

Il “me too” e la colpa di Polanski

Come noto, nel 2017 è esploso il caso “me too”: le accuse d’una pletora di attrici finite in disgrazia hanno cominciato a convergere su Harvey Weinstein, potentissimo produttore cinematografico (e gran sostenitore dei Clinton). Per un effetto domino, migliaia di accuse (spesso per fatti risalenti a qualche decennio fa) hanno cominciato a colpire attori, registi, produttori. Dustin Hoffman è diventato un attore marginale; Kevin Spacey (abusatore di ragazzi) ha avuto la carriera rovinata, e si accontenta di pubblicare sui “social network” filmati con inquietanti maledizioni (un suo accusato si è suicidato dopo aver visto i suoi “auguri” di Natale).

Il “me too” è arrivato anche in Italia: Enrico Brizzi è stato scagionato dalle accuse ricevute, ma la sua carriera – e la sua vita – sono irrimediabilmente compromesse dalle calunnie subite. Asia Argento, grande fustigatrice, è finita alla gogna quando un ragazzino in cerca di soldi ha accusato lei d’averlo costretto a un rapporto sessuale.

Non solo attrici bollite come Ashley Judd hanno cavalcato la grande onda del “me too”. Dive quotatissime come Jessica Chastain battono quotidianamente, via “social newtork”, la grancassa del giustizialismo sessuale. A Hollywood, essere uomo è diventato un problema: non appena il regista Brett Ratner è stato (fragilmente) accusato, la top-model Gal Gadot ha preteso e ottenuto il suo licenziamento dai produttori di “Wonder Woman 1984”. Poco importa che le sue presunte vittime non abbiano insistito, in vista di un processo che avrebbero affrontato senza poter provare le accuse a Ratner.

Succede così che tra il settembre 2019 e il febbraio 2020, il mondo del cinema riscopre che nel marzo 1977 Polanski ha abusato di una ragazza. Purtroppo non ci si accorge che la ragazza in questione, ormai donna adulta, da anni invoca perdono al suo aguzzino e pace riguardo al caso di cui lei, e lei sola, è vittima. Non ci si accorge nemmeno che l’avvocato della vittima strinse un accordo con Polanski (detenuto per un mese e mezzo) e il suo difensore, per comminargli non una pena detentiva, bensì una riabilitazione psichiatrica. E che quando il giudice ignorò deliberatamente tale accordo e invocò una pena carceraria di cinquant’anni, lo stesso avvocato della parte offesa reclamò in favore di Roman Polanski.

Che nel 1997, dopo una contrattazione cordialmente regolata fra le parti, Polanski versò alla Geimer un risarcimento di 600mila dollari. Che Polanski è un uomo di quasi ottantasette anni, e che da cinquantuno convive con l’incubo del massacro di Bel Air, oltre che col ricordo delle persecuzioni naziste (Polanski è nato da genitori ebrei nel 1933 a Cracovia: quando arrivarono i nazisti, deportarono i suoi genitori; il piccolo Roman fu affidato a parenti che lo portarono lontano dall’olocausto).

 

Notte agitata alla Salle Pleyel

 

Non bastava tutto questo. A gennaio, la notizia che ai César (gli Oscar francesi) “L’ufficiale e la spia”, bellissimo film col quale Roman Polanski, oltre a riaversi da un filotto deludente (“Carnage”, 2011; “Venere in pelliccia”, 2013; “Quello che non so di lei”, 2017) e tornare a fare grande cinema, racconta una vicenda tuttora importantissima per la Francia, erano state assegnate 12 nomination, era accolta dagli strilli delle femministe. Dodici come le sue vittime, era lo slogan più ricorrente – una scemenza giustizialista: dodici sono semmai le sue accusatrici, e la differenza fra accusa e vittima, o fra accusa e colpevolezza, dovrebbe essere nota a chi si improvvisa giudice popolare.

Il rancore del “me too” arrivava così in Francia. L’intera produzione del film annunciava che avrebbe disertato la cerimonia, per non dare adito a scene sgradevoli. Vanamente. La stessa Florence Floresti, presentatrice designata per l’evento della Salle Pleyell, paventava: avremo dodici momenti d’inferno, per ogni premiazione al quale il film di Roman Polanski è candidato, ci sarà fracasso. E diverse ore prima della cerimonia, un picchetto di centinaia di femministe presidiava l’ingresso del teatro.

La sera del 28 febbraio, lo spettacolo non è mancato. Degno della scenetta demenziale di poche settimane prima, quando sul palco di Sanremo il cantante Morgan ha modificato la canzone con cui era in concorso per insultare, in diretta televisiva, il collega Bugo. La giuria dei César non si è fatta intimidire. “L’ufficiale e la spia” ha ricevuto solo tre premiazioni, su dodici nomine; ma la fra questi tre, ha ottenuto proprio quella per la miglior regia. Nonostante mesi di intimidazioni, isterie, strilli rancorosi e invidiosi, il César per il miglior regista è stato assegnato a Roman Polanski.

Immediata, pavloviana la reazione in sala. Alcuni “artisti” hanno platealmente, rumorosamente abbandonata la sala. Fra di loro, la stessa “madame” (lei stessa si fa chiamare così, nonostante la comicità a base di turpiloquio) Foresti. In testa alla protesta, Adèle Haenel, protagonista di “Ritratto della giovane in fiamme”, diretto dalla di lei compagna, Céline Sciamma.

Con parolacce e gestacci, la Haenel si è resa protagonista della protesta anti-Polanski. Le immagini della bionda bambolotta che in abito di pizzo si allontana sdegnata è rimbalzata su internet: le sedentarie guerriere femministe e altri utili idioti del femminismo da social network hanno plaudito al gesto di colei che prima era nota soltanto per un film che in pochi mesi è diventato un “cult” dell’immaginario LGBT.

Nota: la Haenel era candidata per la miglior interpretazione femminile; ha vinto Anais Demoustier, protagonista di “Alice e il sindaco” che, assieme a un’altra papabile – la divina Eva Green, nominata per “Proxima”, la cui apparizione alla Salle Pleyel è stata uno spettacolo degno d’un affresco rinascimentale – ha offerto ben altro spettacolo: classe, stile, eleganza, grazia.

Tratti e fisico vagamente mascolini, parigina, trentuno anni da poco compiuti, la Haenel era già la capofila francese del “me too”. Qualche mese fa ha accusato Christophe Ruggia d’averla molestata sul set di “Devils”, quando lei era tredicenne: era il 2002. Se è comprensibile che non l’abbia accusato allora (era poco più di una bambina), è sospetto che abbia aspettato che queste accuse diventassero una moda.

Adèle Haenel non è nessuno. È soltanto l’ennesima burattina del pensiero unico. Ha ricevuto il suo momento di maggior visibilità allineandosi a un motto, “me too”, che centinaia di attrici più o meno di successo da quasi tre anni utilizzano o per vendicarsi del loro fallimento (Judd contro Weinstein), o per imporre il loro successo (Gadot contro Ratner). Non c’è nessuna differenza fra lei e migliaia, milioni di scemetti “baizuo”, “social justice fighter”, “lgbt” appiccicati allo smartphone e alienati dal mondo reale. È volgare e ineducata come loro, vigliacca come loro, conformista come loro, vittima del loro stesso vuoto culturale.

 

Cosa sa dire Adèle Haenel, oltre a “lgbt” e “me too”?

 

Dov’era, la coraggiosa pasionaria Adèle Haenel, mentre Polanski perdeva i genitori nel ghetto di Cracovia, o mentre gli adepti della “Manson family” uccidevano la splendida Sharon Tate e il suo bimbo? Cosa faceva Adèle Haenel, mentre Polanski realizzava “Il coltello nell’acqua”, “Repulsion”, “Cul-de-sac”, “Per favore non mordermi sul collo”, “Rosemary’s Baby”, “Macbeth”, “Chinatown”, “L’inquilino del terzo piano”, “Tess”, “Pirati”, “Frantic”, “Luna di fiele”, “La morte e la fanciulla”, “La nona porta”, “Il pianista”, “Oliver Twist”, “L’uomo nell’ombra”?

Roman Polanski è uno dei più grandi artisti di sempre, un grandissimo uomo di cultura. Con i suoi errori, con le sue colpe, con i suoi incubi, con le sue ferite: quelle che ha procurato, e quelle che ha ricevuto.

Un immenso uomo di cultura: perché la cultura l’ha fatta, altro che i cretinetti che si riempiono la bocca con l’astio per gli “analfabeti funzionali”, e Polanski non sapevano chi sia, finché una marionetta del conformismo liberale non lo ha aggredito per un fatto di mezzo secolo fa, accaduto quattordici anni prima che lei nascesse – perché Adèle Haenel non è proprio nessuno: non è nemmeno l’avvocato della Geimer (che ribadiamo, ha ha perdonato il regista), né il pubblico ministero incaricato del caso, né un agente dell’Interpol che deve riportare Polanski in California tirandolo per le orecchie. Non è un’artista al livello di Polanski, non ha realizzato né realizzerà mai quel che lui ha fatto. Mentre lui ha fatto alcuni dei più grandi film di sempre, lei sa solo dire “lgbt” e fare gestacci.

 

Polanski come Craxi, la Salle Pleyel come l’Hotel Raphael

 

La smania inquisitrice e giustizialista che ha visto un grande protagonista dell’arte e della cultura vilipeso da impiegati dello spettacolo, mi ha ricordato un’altra gogna imposta a un personaggio maiuscolo da comparse. Mi riferisco alla gazzarra di Largo Febo quando, su ordine di Achille Occhetto, Giuseppe Ayala e Gianfranco Fini (e su mandato di Francesco Saverio Borrelli e Antonio Di Pietro), i manifestanti post-comunisti di Piazza Navona, quelli missini della Galleria Colonna e alcuni leghisti attesero Bettino Craxi fuori dalla sua residenza romana, l’Hotel Raphael (diventato soltanto dopo un albergo di lusso).

Anche in quell’occasione – era il 1993 – dei nani approfittarono della difficoltà d’un gigante (ed era tale Craxi non solo perché – a differenza di Roman Polanski, che ha compensato la bassa statura col culturismo – sfiorava i due metri) per umiliarlo, aggredirlo, pretendere che sia più piccolo di loro.

 

César 2020: la persecuzione infinita contro Roman Polanski

 

Era in difficoltà, l’ultimo statista italiano, perché Tangentopoli ne aveva ormai siglato la fine politica (mai, da lui, accettata, nemmeno durante l’esilio tunisino). Ma così come gli urlatori dell’Hotel Raphael hanno umiliato non lui, ma se stessi, con un incivile lancio di monetine e accendini, offrendo l’immagine d’una folla bavosa e berciante che in Italia mancava dall’oscena macelleria milanese di Piazzale Loreto.

Così le femministe, i forcaioli, gli invidiosi, i blogger, i commentatori da social network, le attricette, le registucole che hanno inveito contro uno dei più grandi geni della cultura polacca, di quella francese, di Hollywood e del cinema europeo, speculando su di una sua colpa gravissima che non può, né deve, essere cancellata dalla sua opera – così come il suo genio non può, né deve, essere cancellato dal suo crimine. Con buona pace della sacerdotessa del femminismo più ottuso, Michela Murgia, che separa la Marion Zimmer Bradley pedofila e molestatrice della figlia adottiva dalla Bradley scrittrice, perché era donna e perché la Mondadori l’ha pagata per presentarne un volume; ma quando si tratta di un uomo, non separa il privato dall’artista – non hanno gettato vergogna su di lui, ma su di se stessi e sulla propria piccolezza.

Iene che aggrediscono leoni. Nani che rimproverano a giganti crimini di cui non sanno nulla.

(di Tommaso de Brabant)

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