"Il Buco": la discussa pellicola spagnola tra politica e sociologia

“Il Buco”: la discussa pellicola spagnola tra politica e sociologia

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Sta suscitando notevole interesse, data anche la similitudine con le attuali circostanze di quarantena, “Il Buco” , film pluripremiato e diretto dal regista spagnolo Galder Gatzelu-Urrutia rilasciato da Netflix.

Il Buco: la trama

Come spesso accade l’horror sci-fi fa da sfondo a riflessioni antropologiche, sociologiche, psicologiche, politiche e sociali. La storia, semplice e lineare, è ambientata in un prigione verticale, un sorta di Panopticum costituito da 333 piani vuole essere una metafora valida per qualsiasi epoca storica. “L’amministrazione” che fornisce il cibo e gestisce la piattaforma rappresenta il sistema o una sorta d’Olimpo da cui proviene l’unica fonte di sopravvivenza, il cibo.

Il buco rappresenta il mondo e i suoi 666 ospiti l’umanità. Vi è un perfetto stato di natura hobbesiano. Un Bellum omnia contra omnes, perfetta uguaglianza, anche di ricchezza, in quanto chi sta sotto dopo appena un mese può tranquillamente passare sopra, e viceversa. L’unica differenza sta nello scegliere il tipo di oggetto da portare con sé all’interno del buco. Ogni giorno per qualche minuto in ogni piano si ferma una piattaforma con sopra del cibo. Trovarsi ai livelli superiori costituisce un vantaggio fondamentale rispetto ai livelli inferiori dove è spesso necessario ricorrere al cannibalismo.

Il Buco: riferimenti, analisi e domande irrisolte

Si possono trovare svariati riferimenti letterari (da don Chisciotte alla Divina Commedia) e cinematografici (da The Cube al cortometraggio “The Next Floor”) dell’opera. Della pellicola in questione si può dire tutto ed il contrario di tutto. Il Buco come ogni film disturbante ha la capacità di polarizzare il pubblico totalmente proprio come due compagni di cella del “buco”. Nella semplicità del suo messaggio, il film si sforza di essere veritiero. Il buco va visto senza i paraocchi dell’ideologia, qualunque essa sia. Sono in particolar modo le domande irrisolte del finale lasciato a libera interpretazione a dividere gli spettatori e ad orientarli probabilmente più in senso negativo.

Bisognerebbe evitare innanzitutto di chiedersi se il film vuole giustificare o criminalizzare certi sistemi politici a dispetto di altri, dal capitalismo al comunismo, dalle ideologie umanitarie alla legge del più forte. Lo spettatore solitamente vuole certezze, vuole che tutto sia spiegato. Vuole una spiegazione razionale che ponga fine a tutti i suoi dubbi. Ma in certi film, come nella vita, non tutto deve e può essere necessariamente spiegato. D’altro canto, nonostante l’esistenza di un finale alternativo scartato dal regista, il finale aperto del film è ciò che si poteva escogitare di meglio.

Cambiare noi stessi prima di cambiare il mondo

Prima di cercare di cambiare il mondo con il dialogo o con la forza, bisogna cambiare se stessi e il proprio modo di agire. “Abbiamo voluto aggiungere la speranza alla fine – dice Gaztelu-Urrutia- . La cosa più importante non è cambiare il mondo. Ma invece cambiare noi stessi. In questo si può forse riassumere il senso del nostro film, e anche il suo messaggio”.

(di Emilio Bangalterra)

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