Il "Liberealismo" può salvare l'ordine liberale?

Il “Liberealismo” può salvare l’ordine liberale?

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Si discute ormai da anni in merito alla crisi dell’ordine liberale dovuta da diversi fattori tra cui l’incapacità di questo ordine nell’offrire soluzioni adeguate ai sempre più diffusi disaccordi sui valori fondamentali. Da qui nasce l’idea che, per salvare l’attuale ordine internazionale da se stesso, sia necessario una parziale ma decisa correzione di rotta verso quello che alcuni studiosi hanno definito come “liberealismo”.

In particolar modo, come sottolineato dall’autore americano Patrick Deenen, gli Stati liberali si stanno trasformando in sistemi anti-democratici, in cui il predominio del mondo finanziario su quello politico fa emergere un evidente contraddizione: nel liberalismo si reclamano eguali diritti ma al tempo stesso si producono ineguaglianze materiali di proporzioni elevate.

 

VERSO UN ORDINE “LIBEREALISTA”

 

Tali contraddizioni emergono notevolmente con l’evoluzione del liberalismo in Neo-liberalismo come tendenza politica e nel Neo-Liberismo come paradigma economico. Correnti di pensiero, come il comunitarismo inoltre, hanno cercato una soluzione al problema sociale inerente all’atomizzazione e all’individualismo che le società liberali producono.

Fenomeni sociali e politici quali il Populismo ed il Sovranismo sono presentati come l’anticamera dei totalitarismi del Novecento che sorsero anche come risposta al sistema liberale classico. Si possono trovare infiniti aspetti per sottoporre il liberalismo ad una dura e necessaria critica. Vi è però un pregio rispetto agli altri sistemi politici che questo sistema e pensiero filosofico detiene: può consentire a chiunque, al di là delle concezioni del bene, della morale che si hanno, di perseguire, entro certi limiti, la propria concezione del bene, della morale e così via.

Una possibile risposta che possa salvaguardare un contenuto minimo di liberalismo senza cadere nelle contraddizioni pocanzi enunciate potrebbe essere rappresentata da una particolare sintesi politica: il realismo liberale, o “liberealismo”.

 

TRA REALISMO E LIBERALISMO

 

Non vi è una precisa elaborazione dottrinaria del “liberealismo”, che ad un primo approccio potrebbe essere considerato un ossimoro. Differenti sono infatti i valori che distinguono il pensiero realista da quello liberale. Dal punto di vista antropologico, a partire dalla lezione offerta dai padri del realismo classico (Tucidide) e moderno (Machiavelli), il realismo è pessimista: l’uomo è guidato prevalentemente dal proprio interesse egoistico e dalla sete di potere, specialmente nel campo della politica.

L’antropologia liberale ha una visione della natura umana più ottimistica e malleabile, a seconda del tipo di ambiente in cui ci si trova o del contesto politico che viene costruito attorno alla stessa. Il realismo vede il conflitto come qualcosa di inevitabile nonché l’essenza stessa della politica. Per il liberalismo idealistico, definito in tal modo per distinguerlo dal liberalismo realistico, il conflitto rappresenta una patologia del sistema. Nel realismo, in particolar modo inteso come indirizzo di politica internazionale, vi è il dominio del politico sull’economico ed il primato degli Stati-Nazione e i loro interessi, nell’Istituzionalismo liberale vi è il dominio dell’individuo ed il primato della società civile nonché la presenza di dispositivi di governance globale. Nel realismo non vi è una concezione della giustizia o della legge intesa come virtù, il “dialogo dei Melii” o la dichiarazione di Trasimaco “il giusto è l’utile del più forte” rappresentano un chiarissimo esempio.

Il diritto nel realismo assume una concezione forte essendo monopolio della forza legittima. Il liberalismo confida nello Stato di diritto e nel governo della legge, non nello Stato di potenza e nel governo degli uomini. Nel liberalismo idealistico vi è una concezione progressiva della storia, la quale trova spazio dapprima con l’Illuminismo ed in seguito col pensiero positivista. Il realismo non riconosce un primato dell’uomo nella storia, tale da condurre ad un progressivo miglioramento morale, razionale e politico, oltreché tecnologico.

Nel realismo la storia assume una concezione ciclica così come sono i regimi politici ad essere ciclici, riprendendo il concetto di anaciclosi di Polibio, o di “circolazione delle elite” della scuola elitista. Il realismo si basa sulla prasseologia, per cui si osserva la realtà per ciò che è e non per ciò che dovrebbe essere, ed in un secondo momento si elabora una teoria. Il liberalismo rinviene nel contratto o nella legge il criterio di legittimità dell’autorità, il realismo nella natura o nella forza.

A fornire una definizione esaustiva del concetto di Realismo è il saggio “Il realismo politico” scritto da Pierpaolo Portinaro, in cui egli evidenzia in un paragrafo una interpretazione moderata del realismo, in cui vi è il riconoscimento delle istituzioni liberaldemocratiche, ma allo stesso viene adottata sia in ambito interno che esterno allo Stato, una chiave di lettura realista. Una lettura imprescindibile per una bilanciata elaborazione del “liberealismo” a partire dai pregi del realismo e del liberalismo.

Si possono rintracciare alcuni autori che si sono mossi in questo senso, quali Weber e Toqueville dal punto di vista prevalentemente giuridico; Aron, Arendt e Gasset nel coniugare tradizione e libertà; Hampshire, Berlin e Williams polemizzando con una a certa filosofia politica, la quale, da Kant a Rawls innesta il moralismo nel discorso politico.

Solamente liberandosi dell’ideologia globalista, ovvero dell’utopia cosmopolita e diritto-umanista, finalizzata al superamento degli Stati-Nazione e della guerra, il liberalismo può trovare nuova verve e credibilità. Il leitmotiv che deve muovere l’azione del “liberealismo” non deve essere l’impossibile neutralizzazione dei mali dal mondo, piuttosto la loro limitazione. Qualsiasi aspirazione universalistica, indirizzata alla costituzione di un’armonia che va dal consenso morale degli individui e degli Stati, o alle nostre concezioni di libertà ed uguaglianza è da considerare come fuorviante e pericolosa all’interno del discorso politico.

(di Emilio Bangalterra)

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