latino oggi

Il latino oggi: perché dobbiamo continuare a studiarlo

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Latino, greco, sono oggi lingue “morte” come spesso vengono definite, ma la cui importanza ancora oggi è palpabile. Il trend degli ultimi anni è piuttosto definito, sebbene le lingue classiche non siano certamente sparite dai nostri programmi scolastici.

Latino oggi perché studiarlo

 

Latino oggi: chi vuole eliminarlo e perché

Quando le proposte più estreme provengono da voci incompetenti, non c’è granché di cui preoccuparsi. Ma quando sono i professionisti a lanciare l’idea, allora il problema diventa serio, e bisogna contare su altri professionisti, interessati al contrario a difendere l’insegnamento classico.

insegnare latino oggi

Nel 2014 Stefano Bianco, direttore della Fondazione Collegio delle Università Milanesi, lanciava una proposta didattica per le scuole superiori. Una proposta in cui, bontà sua, “salvava” la storia, la geografia, la filosofia e la storia dell’arte. Ma non il latino. Esatto, l’accademico si augurava che il mondo didattico avesse il “coraggio di eliminare le lingue classiche”:

A fianco è necessario avere il coraggio, in una logica di priorità formative, di eliminare lo studio del latino e del greco così come ora realizzato. Introducendo come materia letteratura greca e latina per un paio di ore la settimana. Scelta dolorosa ma necessaria per fare entrare la nostra scuola nel presente.

A fronte di ciò vanno introdotte lo studio dell’economia e della geografia politica. Le carenze economiche degli italiani sono acclarate da molti studi, bisogna porvi rimedio insegnando che l’aspetto quantitativo ed economico rappresentano un pezzo di realtà non prescindibile in ogni attività umana.

La geografia politica insegna come è oggi il mondo, come è arrivato ad essere così e quali sono in fieri i prossimi scenari, attraverso un approccio multidisciplinare innovativo. Scelte che potrebbero far venire più di un mal di pancia, ma necessarie. Ci vuole coraggio. Una prima richiesta al nuovo ministro è che sia data la possibilità di sperimentare, con percorsi valutativi ferrei. È improcrastinabile, in primis, liberare la scuola da un centralismo che spegne l’innovazione e il desiderio di trovare piste di formazione più aderenti alle esigenze del mondo e dei nostri figli. Solo questo.

Le “carenze economiche degli italiani” che “sono acclarate da molti studi” (quali? E di quale versione dell’economia? Quale modello? Ne esiste uno superiore agli altri al quale non saremmo pronti? E soprattutto: dovremmo esserlo per forza? ) sono il punto forse più evanescente del pensiero.

Tra l’altro, secondo l’analisi, la geografia e l’economia non verrebbero studiate con rigore soltanto per la presenza delle lingue classiche nei nostri programmi liceali, il che è di per sé un ragionamento abbastanza capzioso.

Latino oggi: chi vuole preservarlo

Di avviso completamente diverso rispetto a quello del professor Bianco c’era la buonanima di Giorgio Israel, celebre epistemologo italiano, che senza peli sulla lingua affermava in modo molto netto: “Se muore il liceo classico, muore il Paese”.

E il liceo classico significa lo studio delle lingue classiche, incluso il latino. Israel fu autore di una riflessione piuttosto schietta, diversi anni precedente alla sua morte (avvenuta nel 2015). Una riflessione che sottolineava quanto nei paesi anglosassoni lo studio delle lingue classiche venisse ritenuto importante, al contrario che in casa nostra:

Lo studio del latino oggi, e persino del greco, sta esplodendo negli USA e si sviluppa un nuovo interesse per la cultura dei padri europei, per la “nostra” cultura. Non si tratta di un interesse linguistico astratto – cosa se ne farebbero tanti giovani di una lingua morta? – quanto della riscoperta dei fondamenti culturali su cui è nata la società americana.

Se una società è viva non può astenersi a lungo da un simile interesse, senza che questo implichi disprezzo o disinteresse per le culture degli “altri”. Inoltre, il latino e il greco ci riavvicinano anche alla cultura scientifica non soltanto perché i grandi testi classici sono scritti in quelle lingue, ma perché il latino è stato la lingua della scienza occidentale fino al Settecento e chi sfogli i dialoghi di Galileo troverà che le dimostrazioni sono scritte in questa lingua “morta”

la storia della lingua latina

Mentre Israel difendeva lo studio delle lingue classiche in generale, “comuni” professori di filosofia in pensione come Pier Franco Lisorini erano più specifici: difendere anzitutto il latino, oggi. E il motivo è lapalissiano: il latino rappresenta il nostro anello di congiunzione con il passato, insegnarlo oggi è un modo per connettere la nostra identità culturale tra passato e futuro. Sul greco “si può discutere”, affermava Lisorini. Ma sul latino, no.

Perché salvare il nostro patrimonio è anche questione pratica

Il latino oggi non è una semplice lingua “non usata” ma un idioma che esprime radici. Essa, come sostengono in tanti, consente lo sviluppo di un certo tipo di raziocinio filologico, una prassi logica dettata dalla particolare struttura sintattica e grammaticale, di un miglioramento dell’uso dello stesso italiano.

Ma non solo. Il latino oggi consente anche di assimilare tutta una serie di informazioni che diventano insite nella maturazione dello studente: e queste informazioni ineriscono alle radici classiche della nostra essenza di italiani ed europei. Volenti o nolenti, l’Impero Romano, oltre al bacino mediterraneo, ha anche generato la geografia dell’Europa occidentale.

Il latino, la sua lingua ufficiale, va studiato oggi perché porta con sé, oltre alle questioni squisitamente gnottologiche, anche un modo di pensare il diritto, il senso dello Stato, il senso della collettività. Con la lingua latina si racconta la storia della nostra civiltà, e non è sufficiente limitarlo alla letteratura come sostiene con grande sicurezza il professor Bianco.

Perché è importante insegnare il latino oggi

Citiamo di nuovo Israel, che poco prima di morire lanciò un ulteriore monito:

Come si sia arrivati a questo – a mettere all’angolo un liceo che ci è stato invidiato da mezzo mondo – richiederebbe un libro. Sta di fatto che abbiamo realizzato un capolavoro: a distanza di poco più di mezzo secolo da un celebre pamphlet di Charles Snow che stigmatizzava la contrapposizione tra le “due culture” – umanistica e scientifica – abbiamo fatto un luogo comune di tale contrapposizione. L’autentica motivazione di tale misfatto è quella che va nel senso opposto auspicato da Fabiola Gianotti. È una visione economicistica insofferente delle perdite di tempo.

Basta con i lunghi “parcheggi”, tagliamo la durata della scuola, eliminiamo le materie che non “servono” (latino, greco, filosofia), costringiamo i ragazzi a scegliere quel che faranno nella vita il prima possibile, meno letteratura che sia possibile (fino al recente demenziale progetto di insegnare una materia in inglese alle elementari), tanta informatica e così via.

Su questo fronte la scuola berlusconiana delle tre “i” (internet, inglese, impresa”) ha vinto su tutta la linea, divenendo un punto di riferimento politicamente trasversale. La scuola deve essere un mero luogo di formazione di addetti all’impresa e, visto che l’Italia ormai non ha quasi più grande impresa ad alto contenuto scientifico-tecnologico, è facile intendere quale sia il modesto livello che si richiede. Nel contesto di una simile visione il liceo classico è un corpo estraneo da eliminare.

Una lingua che sopravvive

Il latino oggi è tuttora presente nel linguaggio comune di ogni singolo individuo, anche al di fuori del contesto nazionale. I motti latini racchiudono l’esperienza di secoli di storia e ci permettono di ricongiungerci con una civiltà distante migliaia di anni da società odierna.

Carpe diem, si vis pacem para bellum o per aspera ad astra sono espressioni comuni conosciute a livello internazionale. Questi motti hanno influenzato la cinematografia, la letteratura, spingendosi fino alle imprese in ambito aerospaziale. Per non parlare del gergo giuridico e dell’ambito medico, il cui lessico specifico si basa totalmente sul latino.

Conclusione sull’importanza del latino

Nicola Gardini, insegnante di letteratura italiana ad Oxford e autore del libro “Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile” è un’altra voce fortemente critica delle tendenze che vogliono le lingue classiche fuori dalla didattica. Secondo Gardini, il latino oggi è una lingua che dà un senso alla nostra identità, oltre ad essere uno strumento espressivo.

Senza il latino oggi, muore dunque non solo il Paese – Italia, ma anche la sua storia e la sua residua capacità di comunicazione alle nuove generazioni. Il latino è stato insegnato per secoli, ben oltre la fine del suo utilizzo pratico.

Se lo si è fatto, ci sono delle ragioni. Certamente di prestigio, ma anche di utilizzo pratico, di esercizio mentale. Perché il latino oggi non è solo una lingua, ma un allenamento quotidiano sulla strada della vita.

(di Stelio Fergola)

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Articoli correlati

Potrebbero piacerti

Galateo, ovvero l’educazione perduta: riscopriamolo
Galateo, una parola che sentiamo spesso. "Non riempire troppo il [...]
Nodi marinari: esempi e storia di una tradizione millenaria
Saper fare un nodo è una cosa che può risultare [...]
I figli sardine anti Salvini, i papà anti Berlusconi: quei flash mob revival
C'è il paese dei gilet gialli e quello delle sardine (che [...]
L’esercito Siriano avanza nei territori di Idlib occupati dai Jihadisti
Le forze governative del presidente Assad avanzano lentamente nella parte [...]
Ultime

NOTIZIE

Seguici su

Facebook

Ultime da

Twitter

Scroll Up