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Nobel, è polemica su Peter Handke: fu sostenitore di Milošević

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Il doppio Premio Nobel – sono infatti assegnati in questa edizione sia il premio 2018 che il 2019 – si apre nel segno della polemica. Motivo della discordia, l’assegnazione del Nobel allo scrittore Peter Handke, il quale non ha mai rinnegato le sue simpatie per Milošević.

Scrittore, regista, sceneggiatore, reporter. E, da ieri, l’austriaco Peter Handke può vantare nella sua carriera anche l’assegnazione del Premio Nobel alla Letteratura 2019, con le seguenti motivazioni: «per la sua opera influente che, con ingegno linguistico, ha esplorato le periferie e le specificità dell’esperienza umana».

Ma fin da subito, come riporta l’ANSA, il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina hanno avviato una petizione diretta al Comitato Nobel per chiedere la revoca del prestigioso riconoscimento allo scrittore. Durante gli anni delle guerre jugoslave, infatti, Handke si mise dalla parte della Serbia e dell’allora presidente Slobodan Milošević.

Peter Handke, chi è il Nobel alla Letteratura 2019?

Nobel, è polemica su Peter Handke: fu sostenitore di Milošević

Peter Handke è nato in Carinzia nel 1942, figlio di un soldato tedesco (che non lo riconoscerà) e di una donna appartenente alla minoranza slovena, risposata in seconde nozze prima della nascita di Peter. La madre commetterà suicidio nel 1971, un evento che segnerà Handke e che racconterà nel romanzo semi-autobiografico Infelicità senza desideri.

Iscrittosi nel 1961 alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Graz, abbandonerà gli studi per dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Handke si fa riconoscere fin da subito per la sua irriverenza e il suo spirito provocatorio: il primo spettacolo teatrale con cui ha ottenuto ampio riconoscimento è stato “Publikumsbeschimpfung” (“Insulti al pubblico”, 1966), in cui quattro attori analizzano la natura del teatro e si dedicano ad insultare il pubblico e a lodare la propria interpretazione.

La sua consacrazione è arrivata con il suo romanzo più noto: “La paura del portiere prima del calcio di rigore”, da cui è stato tratto nel 1972 un film diretto da Wim Wenders. Con il regista collaborerà a diversi progetti, tra i quali la sceneggiatura del film “Il cielo sopra Berlino”.

La polemica su Milošević

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Come si intreccia la vita del Nobel Peter Handke con quella del presidente serbo Milošević? Racconta il sito Euronews: “La polemica che ha segnato la vita di Handke viene dalla pubblicazione di Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero giustizia per la Serbia nel 1996. I critici hanno letto il libro come un opuscolo pro-serbo; secondo alcuni metterebbe in discussione il genocidio di Srebrenica, in cui circa 8mila maschi musulmani sono stati massacrati dalle forze serbo-bosniache nel 1995.

E ancora: “La polemica è tornata ad accendersi dopo la sua visita all’ex presidente serbo Slobodan Milošević nel 2004, quando era detenuto nel carcere dell’Aia per crimini di guerra. In un saggio pubblicato su una rivista letteraria nel 2005, intitolato Le tavole di Daimiel, nega la legittimità del Tribunale Internazionale per l’ex Jugoslavia nel processo Milošević e ribadisce che i serbi sono le vere vittime della guerra e dei bombardamenti della NATO nel 1999″.

Le sue posizioni filo-serbe, nel 1999, gli costeranno le critiche dello scrittore Salman Rushdie, il quale, sulle colonne del Guardian, lo attaccherà definendolo “Scemo internazionale dell’anno”, e accusandolo di “fiancheggiare l’orrore”. Lo stesso Milošević chiederà ad Handke di presentarsi come testimone di difesa al suo processo. Nello stesso anno, Handke riconsegnerà il premio tedesco Buechner Prize in protesta contro il coinvolgimento della Germania nei bombardamenti.

Nel 2006, lo scrittore partecipò alla veglia funebre dell’ex presidente serbo, e in quell’occasione lesse un discorso in cui dichiarava testualmente: “Io non so la verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io interrogo. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con Slobodan Milošević!” (qui il discorso completo).

Sulle colonne di Repubblica, Handke si è difeso dicendo che parlava “da scrittore, non da giornalista” e che le sue “non sono posizioni politiche”, negando di aver mai messo in discussione o minimizzato il massacro di Srebrenica, e dicendo di aver solamente criticato il fatto che i serbi siano stati demonizzati e incolpati di tutti i mali della guerra.

Ciò, comunque, non ha raffreddato le polemiche. Il premier albanese Edi Rama ha twittato: “Non ho mai pensato di aver voglia di vomitare a causa di un Nobel, ma la mancanza di vergogna sta diventando normale nel mondo in cui viviamo”, mentre il ministro degli esteri dell’Albania Gent Cakaj, originario del Kosovo, si è detto “amareggiato” per questo “atto insensato e vergognoso”. Dello stesso avviso l’ambasciatore del Kosovo negli USA, Vlora Citaku. Colpisce Emir Suljagic, sopravvissuto al massacro di Srebrenica: a un tweet del Comitato Nobel che chiede se qualcuno ha letto di libri di Peter Handke, ha risposto: “No, eravamo occupati a cercare i nostri cari nelle fosse comuni di cui lui nega l’esistenza”.

Anche l’ambiente letterario ha preso posizione contro Handke. Durissimo Slavoj Žižek, da sempre critico dello scrittore austriaco, che chiede di revocare il Nobel ad Handke e di consegnare a Julian Assange quello per la Pace, mentre l’autore sloveno Miha Mazzini accusa Handke di avere “venduto l’anima” al regime di Milošević.

Un precedente: il caso Günter Grass

Insomma, le idee del Premio Nobel Peter Handke su Milošević hanno fatto molto rumore. Ma non è la prima volta che un Premio Nobel alla Letteratura vede contestata l’assegnazione del riconoscimento per motivi politici. Nel 2006, lo scrittore tedesco Günter Grass (1927-2015), celebre per il suo romanzo Il tamburo di latta e insignito del Nobel nel 1999, confessò di essersi arruolato, a diciassette anni, nelle famigerate Waffen-SS durante la Seconda guerra mondiale.

La rivelazione causò grande scalpore nel mondo letterario e soprattutto in Germania, perché Grass in passato si era distinto proprio per le sue critiche al passato nazista del paese – nel 1985, ad esempio, criticò Helmut Kohl e Ronald Reagan per la visita a un cimitero di guerra in cui erano sepolti proprio dei membri delle Waffen-SS.

Anche nel suo caso, con l’opinione pubblica spaccata in tre – chi lo difendeva a priori, chi lo giustificava e chi lo condannava senza appello – fu avanzata, pur non in via ufficiale, la richiesta di restituire il Premio Nobel. Cosa che comunque, fino ad oggi, non è mai avvenuta.

(di Federico Bezzi)

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