L’insegnamento di Slobodan Miloševic all’Europa

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La fine politica di Slobodan Milošević avvenne il 28 Giugno 2001 quando fu consegnato al carcere internazionale all’Aja, accusato dal Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia di crimini di guerra durante il conflitto in Croazia e in Bosnia nel 1991-1994, e in Kosovo nel 1999. Poco tempo prima della sua morte, 11 Marzo 2006, fece un discorso rivolto ai russi, ucraini e bielorussi il quale circola da molti anni sulla rete internet:

Russi! Questo mio appello è per tutti i russi, agli abitanti di Ucraina e Bielorussia, che nei Balcani sono anche considerati russi. Guardate noi e ricordate: con voi faranno la stessa cosa quando sarete divisi e deboli. L’occidente è un cane pazzo che vi afferrerà per la gola. Fratelli, ricordate il destino della Jugoslavia! Non consentite di fare lo stesso con voi! A cosa vi serve l’Europa, russi? E difficile trovare un altro popolo autosufficiente come voi.

E’ l’Europa che ha bisogno di voi, non viceversa. Siete cosi tanti: tre paesi, ma non siete uniti. Avete tutto nei vostri paesi: tanta terra, risorse energetiche, carburanti, acqua, scienza, industria, cultura. Quando noi avevamo la Jugoslavia ed eravamo uniti, ci sentivamo una potenza enorme, capace di smuovere montagne. Adesso per colpa della nostra stessa stupidità, dei nazionalismi, della riluttanza ad ascoltarsi a vicenda, la Jugoslavia non esiste più, e noi siamo solo dei brufoli sulla mappa politica dell’Europa, nuovi mercati per le loro cianfrusaglie costose e per la “democrazia americana”.

Milošević emette un ultimo grido di resistenza rivolto ai quei paesi etnicamente fratelli, i russi, perchè anche gli ucraini e i bielorussi sono russi, figli del Regno di Rùs del IX secolo d.c. così come i russi sono serbi, che etimologicamente la parola “serbo” era riferito a tutte le tribù slave emigrati verso occidente nel V°-VII° secolo d.c. nelle attuali Germania e Polonia. Solo più tardi, con la discesa delle popolazioni slave verso i Balcani, la parola “serbo”diventerà il nome di un gruppo specifico. Ma questo è materia per gli slavofili e non è questa la sede per discutere di questo argomento.

Il breve discorso di Milošević si focalizzava sul sentimento di unità culturale e spirituale tra i russi e i popoli balcanici, e sul pericolo incombente di una nuova guerra fraticida come avvenne tra i popoli dei Balcani meridionali nei primi anni ’90. Un pericolo che poi si è avverato con il conflitto ucraino nel Donbass, ancora in corso.

Il discorso espone l’onesta intellettuale del leader serbo, con un mea culpa sugli errori che hanno causato la dissoluzione della Federazione delle Repubbliche Socialiste della Jugoslavia. Errori imputabili non solo a lui, ma a tutta la classe dirigente socialista dell’epoca. Ma quali sono le reali colpe di Slobodan Milošević? Gran parte delle teorie lo accusano di aver rifiutato il socialismo per un nazionalismo (neo)cetnico per l’aspirazione di una Grande Serbia.

Come sostiene Christian Costamagna nella sua ricerca sulle cause della dissoluzione della Jugoslavia (pubblicata nel 2012 su pecob.eu), in base agli archivi analizzati su alcune riunioni della Lega dei Comunisti della Serbia e della Lega dei Comunisti della Jugoslavia, Milošević utilizzo strategicamente il nazionalismo serbo per salvare e rivitalizzare il regime socialista jugoslavo. La tolleranza verso i nazionalisti serbi, da sempre ostili al regime socialista, fu una chiara operazione politica di opportunismo.

La sua idea di Jugoslavia era quello di creare uno stato federale con una forte struttura di vertice che garantisse l’unità dei popoli balcanici. Ma in una nazione composta da varie minoranze, la riuscita del consolidamento all’unità era abbastanza problematico, quando poi le ingerenze straniere occidentali a sostegno dei nazionalismi locali ostili al socialismo (i nazionalismi croati, sloveni, bosniaci, e quello serbo) offuscavano e mistificavano la realtà dei fatti. Il terrore di una fantomatica Grande Serbia circolava tra i popoli balcanici.

Questo timore fu accentuato quando il presidente serbo decise la soppressione delle provincie autonome serbe del Kosovo e Vojvodina nel 1989. Milošević sapeva molto bene che gli imperialisti avrebbero approfittato dell’anello debole della Federazione, il Kosovo, e gli albanesi della regione, che hanno sempre avuto un sentimento di odio contro i serbi (gran parte dei giovani kosovari si arruolarono nelle SS naziste durante la Seconda Guerra Mondiale sterminando interi villaggi serbi). L’unica soluzione era tenere sotto stretto controllo quella regione per evitare un’internazionalizzazione del conflitto tra Nato e Patto di Varsavia, come Costamagna argomenta nelle sue ricerche. Milošević molto probabilmente giocò la carta dell’opportunismo nazionalista in meniera errata, ma non si può escludere che fu un comunista per fede.

Era per la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, era contro le privatizzazioni, era per ridurre l’autonomia delle repubbliche per l’unità nazionale dei partiti comunisti delle federazione, era per una Jugoslavia sovrana, ricorrendo anche al conflitto armato per risolvere le questioni politiche come fece nel 1991 e nel 1999. Il crollo del muro di Berlino rese ancora più complicato il suo progetto. Il comunismo era su un letto in fin di vita. Anche la Lega dei Comunisti Jugoslava lo aveva abbandonato e la droga sciovinista espandeva i suoi tentacoli di sangue.

Ma la sua fede verso l’ideologia comunista lo ha spinto alla resistenza ad oltranza, senza alleati, con una Russia fuori gioco, contro quei nemici interni ed esterni che volevano la fine della Jugoslavia per farla diventare zone a buon mercato per il capitalismo globale. Con le guerre balcaniche, l’intenzione degli Usa era quella di creare tra l’Europa occidentale e il mondo slavo-ortodosso una frattura persistente, al fine di convincere gli europei dell’Ovest che saranno sempre più vicini ai partners atlantici che non ai loro naturali vicini dell’Est. In più, l’indipendenza del Kosovo ha realizzato una testa di ponte e un protettorato permanente in una zona geostrategica essenziale permettendo agli Stati Uniti di svolgere la funzione di “gendarme” sia nei Balcani che nel Mediterraneo e alle porte dell’Eurasia.

L’unipolarismo occidentale si espande verso Est. A simboleggiare la conquista, c’è in Kosovo la più grande base Nato in Europa, la base militare di Bondsteel. Milošević, condannato dal tribunale dell’Aja e rinchiuso in carcere, diventa per la stampa il simbolo del male contro l’umanità intera, contro la nostra “democratica” e “libera” civiltà occidentale, un trofeo di conquista da mettere in mostra.

Poco importa se Milošević morì per cause naturali o fu ucciso in carcere nel 2006. Milošević è un esempio di resistenza sovranista che non va dimenticato, di quell’impulsività che per troppo amore dei suoi ideali fu consapevole di arrivare verso la sua stessa fine. Il suo insegnamento di resistenza, nel nostro tempo, riguarda la nostra identità di europei, delle nostre radici telluriche, che ci distingue dall’oltreocano, di una terra senza nazione, senza storia, una terra impastata da un’amalgama di puzzle di diversi colori ballerini e festanti, un sogno di successo materiale illusorio ancora per molti: gli USA, e getta.

(di Dario Zumkeller)

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