Liberiamo la musica, schiava di centri sociali, ARCI e politicamente corretto

Liberiamo la musica, schiava di centri sociali, ARCI e politicamente corretto

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È una cosa assai triste vedere la musica rock e tutto il filone musicale e culturale da essa derivato, inchinarsi ai dettami del politicamente corretto. Una musica che dovrebbe definirsi ribelle, si assoggetta sempre più alle direttive dello star system internazionale e alle sua retorica globalista, immigrazionista e buonista.

Il modello è ben rappresentato dal giornale “Rolling Stone”, che ogni tanto viene fuori con copertine sulla piega razzista italiana, o su questa o quella band che si scaglia contro le politiche migratorie intraprese da questo o quel governo. Dai Pearl Jam ai Marlene Kuntz, dai 99 Posse – già noti in ambiente “centrosocialaro” – alla subrette prestata alla musica Emma Marrone, e tanti altri ancora: tutti, consapevolmente o meno, pagano pegno a questo discorso.

Un fenomeno che però scende più in profondità rispetto ai nomi noti, e arriva sino alle periferie della musica suonata – dal rock e suoi derivati a tutta quella musica che definiamo genericamente “alternativa”, e per “alternativa” intendiamo non direttamente collegata a circuiti “militanti” di destra o di sinistra.

Mi è capitato proprio in questi gironi di esibirmi in uno di questi contesti dove, in un modo o nell’altro, era evidente la presenza dei centri sociali della zona. A parte le solite scoglionanti assembleee pomeridiane, coi soliti temi all’ordine del giorno dell’agenda globalista “stradaiola”, è stata interessante la “paradossale” accusa dei 49 milioni rubati rivolta alla Lega. Paradossale perché fatta da organizzazioni che in circa vent’anni di occupazioni abusive avranno consumato a danno della cittadinanza cifre enormi, tra evasioni di fitto, bollette e tasse varie.

La questione che andrebbe posta è come mai una libreria, un luogo di ritrovo, un partito, un’associazione, un locale notturno o quello che sia, deve essere tempestato di adempimenti burocratici, spese e tasse, mentre a soggetti del genere tutto è concesso? Oltre a ciò la prosecuzione della serata è andata avanti con litanie varie da pianto forzato, a favore dell’immigrazione a tutto spiano, con il noto piglio di rancore verso quegli italiani che chiudono porti e cuori. Roba davvero rivoltante, tanto più perché prodotta da giovani: tra il patetico e il grottesco!

I centri sociali agiscono in questi ambienti come una sorta di mafia. Essi però non sono i soli, ma condividono la scena con l’altra lobby culturale e subculturale targata sinistra: l’ARCI. È davvero difficile per una band emergente iniziare la propria carriera musicale sganciandosi da questi contesti, e senza dover porgere l’adesione, anche tacita, alla politica culturale ed ideologica che sta dietro di essi. Una vera e propria egemonia “blindata”, “minacciosa” e “parassitica”.

Un discorso simile in tutto e per tutto a quello del “terzo settore” dove le lobby dell’associazionismo di sinistra, del femminismo, del movimento LGBT e dell’anti mafia da vetrina, gestiscono un’innumerevole comparto di finanziamenti, clientele, raccomandazioni, concessioni, consulenze e posti di lavoro. Anche qui è doveroso e d’obbligo aderire alla ideologia di fondo, anche perché in fin dei conti ci si troverà a propagandarla ob torto collo.

Ma poi entrando nel merito di questi contenuti, veicolati anche da taluni gruppi “ribelli” come alcuni di quelli enunciati, perché non si aggiornano? Pur rimanendo all’interno della loro concezione del mondo, sono in grado di vedere per davvero dove sono i nemici? Questi soggetti fanno davvero “contro cultura” con il solito meme su “Salvini a testa in giù” o il selfie sfottò con la Meloni, e scemenze simili da ragazzini un po’ cresciuti ma dal “culo parato”?

Perché forse di questo si tratta: a questa gente non interessa dire davvero certe cose, sarebbe contrario ai propri interessi innanzitutto economici, visto il giro enorme di merchandising del quale probabilmente l’antirazzismo e l’antifascismo, modello americano, è uno dei tanti strumenti di business e di target stilistico. Anche in questo campo, dunque, come tutti quelli culturali, è necessario rilanciare delle tendenze nuove, “genuine”, “originali”, in grado di allacciarsi alla fase in atto “anti establishment” e allo “spirito dei tempi”.

Il terreno è fertile anche per questo. Già in questi ambienti, infatti, è possibile recepire le prime insoddisfazioni di chi queste robe non le beve più, anche perché evidentemente ingannatorie – così come inganna chi, in fin dei conti, non fa quello che dice. Allo stesso modo negli ambiti studenteschi, universitari e giovanili si sta creando un “vuoto” dal punto di vista culturale, subculturale, politico e valoriale. Un “vuoto” al quale inevitabilmente va data una risposta, consapevoli anche della capacità della scena musicale, artistica e aggregativa di essere “generatrice di senso”. Questo è dunque un altro fronte nel quale condurre la battaglia per il governo dei cuori e delle menti degli italiani.

(di Roberto Siconolfi)

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