Verso la fine dell'Impero americano

Verso la fine dell’Impero americano

“La Guerra Fredda è finita – è tempo di tornare alla realtà. L’onda della guerra si sta ritirando… è tempo di concentrarsi sulla costruzione della nostra nazione”
– Barack Obama, 22 giugno.

Le ideologie rendono le persone stupide. Usare un’ideologia come base per la propria politica è la ricetta per il disastro. Sopravvivere in un ambiente complesso e incerto richiede flessibilità, pragmatismo e soprattutto molta coscienza. Funziona così se vendi ciambelle o automobili. Ed è ancora più vero per coloro che hanno fatto della gestione dello stato il proprio business.

Quando, vent’anni fa, è finita la guerra fredda, gli americani hanno deciso di vedere i risultati attraverso la lente dell’ideologia. Ci siamo complimentati per avere ottenuto una vittoria, alla quale abbiamo attribuito un significato trascendentale. Il risultato della fine della guerra fredda è stato trasformato in un giudizio storico che attestava la manifesta superiorità del capitalismo democratico – ovvero, il modo americano di fare le cose. L’abbraccio universale dei valori liberali, della politica democratica e dell’economia di mercato sembrava prossimo a venire, siglando il nostro trionfo ed estendendo il secolo americano per i secoli a venire.

A Washington, tali aspettative sono state qualificate come pensiero illuminato, trovando espressione nelle dichiarazioni espansive che sono diventate una caratteristica degli anni novanta: “Noi siamo ancora in piedi. Noi vediamo il futuro lontano”, così Madeleine Albright esprimeva la visione di quella che era diventata la “nazione indispensabile”. Nel frattempo, il suo capo Bill Clinton agitava il dito contro la Cina. Pechino avrebbe dovuto allinearsi con “il lato giusto della storia”, consigliava il presidente, intendendo che la Cina avrebbe dovuto ispirarsi all’America.

Abbracciare questi temi posizionava il tuo libro nella lista dei libri più venduto, il tuo articolo sui migliori giornali, e la tua faccia sorridente su tutti i talk show. Il mio artefatto preferito di quell’epoca rimane il New York Times Magazine datato 28 marzo 1999. La storia di copertina era tratta da The Lexus and the Olive Tree, la nuovissima peana di Tom Friedman che illustrava come la globalizzazione equivalesse all’americanizzazione. Di fianco alla fotografia di un pugno chiuso colorato con le stelle e strisce, appariva questa frase: “Perché il globalismo funzioni, l’America non deve avere paura di agire quale superpotenza onnipotente che è”.

Che la globalizzazione volesse trasformare il mondo in un villaggio globale era diventato auto-evidente, e gli USA dovevano servire da potenza principale, consigliere e fornitore di intrattenimenti. Ancora più importante, l’America avrebbe occupato il ruolo di capo della politica mondiale. Così ci piaceva credere.

Circa un decennio dopo che la fine della guerra fredda aveva condotto la storia a una conclusione netta e soddisfacente, è avvenuto l’attentato dell’11 settembre. Assieme all’orrore è giunta l’umiliazione. Come hanno potuto 19 teppisti armati con nient’altro che taglierini avere colto con le braghe calate la “nazione indispensabile”? Molti fattori hanno contribuito alla sorpresa che ha colto gli Stati Uniti. In primo luogo, la mentalità auto-celebrativa alla quale l’America aveva ceduto durante gli anni novanta, manifestando un senso di privilegio e di dominio che si confaceva a una nazione onnipotente.

Curiosamente, gli eventi dell’11 settembre 2001 non sono serviti a ribaltare tale pensiero, ma a confermarlo. Dick Cheney e Donald Rumsfeld non erano in disaccordo con l’affermazione delle prerogative e della preveggenza americana espresse da Clinton e Albright. Condividendo la stessa visione di un’America come superpotenza onnipotente, Cheney e Rumsfeld hanno semplicemente voluto riaffermare questa idea in modo più aggressivo.

Dopo l’11 settembre, non hanno avuto grosse difficoltà nel convincere George W. Bush – altrimenti propenso a una politica estera cauta – alla loro visione. Se i risultati ottenuti vincendo la guerra fredda sono stati meno conclusivi di quanto si fosse pensato inizialmente, allora un’altra grossa spintarella avrebbe portato la storia nella giusta direzione. Così gli ideologhi al potere, ora Repubblicani invece che Democratici, e coloro che li supportavano, le voci neoconservatrici ora in ascesa, hanno contribuito a eliminare tutti gli ostacoli. Come hanno scritto Richard Perle e David Frum, co-autori del classico testo agit-prop “An end to evil”, “Non ci sono mezzi termini per l’America: è vittoria o olocausto”.

Tuttavia, la crociata che Perle, Frum e i loro compari hanno così vigorosamente promosso non è andata come si aspettavano. Lanciata con grandi aspettative di vittoria, la guerra globale al terrore si è trasformata in una lunga e dura odissea, e ha subito perso il suo fascino. Nel corso dei suoi due mandati come presidente, George W. Bush è riuscito a mandare i militari statunitensi sul campo e a mandare l’economia americana fuori dai binari. Assieme a “vittoria o olocausto”, c’è una terza possibilità che Perle e Frum non hanno considerato: l’esaurimento, risultato della nostra stessa follia.

Anche se il conteggio non è ancora finito, l’impresa lanciata da Bush un decennio fa è costata la vita di 6000 soldati, molte migliaia di feriti, e ha consumato trilioni di dollari, allo stesso tempo minando la posizione dell’America nel mondo. Invece di proiettarsi nel futuro, gli Stati Uniti si sono dimostrati incapaci di prevedere che cosa faranno la settimana successiva, e gli eventi più importanti – l’esempio più recente sono le primavere arabe – colgono Washington del tutto impreparato. Senza istruire più i cinesi su come gestire la loro economia, oggi andiamo da loro con il cappello in mano per ripianare i nostri debiti.

Inutile dirlo, il New York Times non proclama più che gli Stati Uniti sono una nazione onnipotente. Nel frattempo, quello che una volta veniva vista come un’unica e coerente guerra si è frammentata in tantissime e vaghe “operazioni di contingenza oltremare”, in luoghi come il golfo persiano, l’Asia centrale e il corno d’Africa.

Gli anni 1991 e 2001 sono generalmente considerati come delle pietre miliari: il primo è l’anno della “post-guerra fredda”, il secondo del “post-11 settembre”. Ma possiamo benissimo amalgamare i due decenni in un unico periodo, chiamato “l’era della fantasia ideologica”. Quando, cioè, la confidenza di Washington e la sicumera degli Stati Uniti nella sua abilità di ricreare il mondo a sua immagine e somiglianza hanno raggiunto il punto più alto.

Le principali illusioni sono state le seguenti:

1) l’insistenza nel credere che la storia abbia uno scopo preciso, resa manifesta dall’idea che l’esperimento americano sia destinato a prevalere universalmente

2) la convinzione che gli Stati Uniti fossero destinati a esercitare la “leadership globale” e che le nostre élite possedessero la capacità di farlo efficacemente

3) l’affermazione che la globalizzazione promossa dagli Stati Uniti avrebbe prodotto livelli di ricchezza senza precedenti, contribuendo alla pace e all’armonia, con il popolo americano certo che avrebbe beneficiato di grande prosperità e di ancor più grande sicurezza

4) la nozione che un mercato autoregolato o minimamente regolato sarebbe stato di benefico per la maggioranza dei cittadini

5) la credenza che il posto privilegiato dell’America nell’ordine internazionale sollevasse gli Stati Uniti da ogni obbligo di vivere entro le proprie possibilità

6) l’aspettativa che, in tempo di crisi, il popolo americano e i suoi leader avrebbero messo da parte le differenze per agire nell’interesse comune

7) l’idea, sostenuta dai conservatori, che il Partito Repubblicano avrebbe preso sul serio la sua missione di difendere i valori tradizionali

8) forse, soprattutto, la credenza nel fatto che gli Stati Uniti, avendo perfezionato l’arte della guerra, avrebbero potuto sconfiggere rapidamente e in maniera poco costosa qualunque nemico grazie alle armi di precisione hi-tech e alla professionalità del suo esercito.

Nessuno di questi punti è reale. Nessuno sforzo ulteriore li renderà reali. Fingere il contrario non ha alcun senso. Fuggire dalla nostra era di fantasia ideologica significa riconoscere questa realtà e affrontare le conseguenze che 20 anni di arroganza americana hanno portato. Raramente una nazione ha perso la sua posizione di vantaggio velocemente e azzardatamente come hanno fatto gli Stati Uniti d’America negli scorsi due decenni.

Ciò che significa che per il cosiddetto movimento conservatore è tempo di affrontare la realtà, constatare i danni – molti dei quali compiuti dal finto conservatore Partito Repubblicano – e iniziare a rimettere le cose a posto.

La priorità più urgente è l’emorragia di potere americano. Da questo punto di vista, ci sono due fatti da tenere in considerazione. Il primo è il deficit federale, che al momento viaggia intorno a 1,6 trilioni di dollari per il corrente anno fiscale. Il governo degli Stati Uniti chiede in prestito 40 centesimi per ogni dollaro che spende. Il secondo è la guerra in Afghanistan. Lì, gli Stati Uniti spendono 10 miliardi di dollari al mese nella speranza di pacificare un paese con un PIL annuo di circa 27 miliardi di dollari.

Il deficit e la guerra in Afghanistan esemplificano gli squilibri cronici che, se non verranno corretti, accelereranno il declino americano. Ma la correzione di questi errori avverrà solo ravvivando quel senso di modestia che abbiamo perduto con il collasso dell’impero sovietico, e il senso del limite che abbiamo perso quando i terroristi hanno distrutto il World Trade Center. Basta ideologie. Guardiamo alla realtà, per ottenere un cambiamento.

(da The American Conservative – Traduzione di Federico Bezzi)

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