Perché l’arresto di Assange riguarda tutti noi

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Forse non tutti hanno realizzato la gravità estrema dell’arresto di Julian Assange. “In fondo è un hacker, ha visto cose che non era autorizzato a vedere”. Per carità, nessuno lo nega. Peccato che il vero problema sia un altro: è vero, Assange non doveva vedere ma, cosa più importante, una volta visto non doveva raccontare.

Non secondo i suoi detrattori e i suoi persecutori. Cosa significa in parole povere? Che non doveva dire la verità. Che di fronte ad abusi e crimini di guerra doveva mettere a tacere la sua stessa coscienza e far finta di non aver visto nulla. Omertà: questo gli si chiede.

A qualunque persona dotata non solo di raziocinio, ma di senso morale, dovrebbero venire i brividi nel leggere le dichiarazioni e i tweet di certi giornalisti e opinionisti che lo chiamano “criminale”, concentrandosi su una squallida campagna di delegittimazione della sua persona pur di non parlare di ciò che più conta, ovvero le cose che egli ha rivelato a tutti noi, al prezzo della sua libertà personale. Quest’uomo ha infatti sacrificato se stesso pur di renderci partecipi di ciò che ci viene accuratamente celato.

Chi sarebbe disposto a fare altrettanto? Ben pochi, anzi quasi nessuno. Eppure, invece di dimostrargli gratitudine, o anche solo solidarietà, in molti si nascondono dietro la patetica scusa del “Sì, esistono segreti di Stato, ma se non ci dicono tutto è per proteggerci. E poi, chi ha dato ad Assange il permesso di diffondere certe cose? Nessuno”. Dire la verità, o meglio certe verità, è insomma illegale, a meno che tu non sia un signor nessuno. Ed ecco che salta fuori il nocciolo della questione.

È esattamente per questo motivo che l’arresto e la persecuzione legale e mediatica di Julian Assange non riguardano solo lui, ma tutti noi che ci illudiamo di essere liberi solo perché possiamo parlare, scrivere, finanche urlare ciò che vogliamo.

Mettiamoci bene in testa che, se ci è permesso fare tutto ciò, non è per chissà quale motivo trascendentale (la presunta civiltà dei nostri sistemi politici, il presunto rispetto dei diritti umani fondamentali e via dicendo), ma perché non siamo nessuno e, se anche lo fossimo, ciò che diciamo non è così compromettente da mettere in allarme chi comanda.

Le nostre amate libertà di pensiero, parola e stampa, di cui ci sentiamo così comodamente possessori, valgono solo finché non costituiamo una minaccia. Prova ne è il fatto che chi lo diventa – come Assange, come Snowden – può essere tranquillamente perseguitato, arrestato, processato, condannato. Addirittura, come è stato fatto notare, l’attuale Segretario di Stato degli Stati Uniti Mike Pompeo, quando era direttore della CIA, disse che Assange non avrebbe potuto appellarsi al primo emendamento in quanto non è cittadino statunitense; in compenso, però, lo stesso Pompeo pretende di giudicare secondo le leggi statunitensi un cittadino australiano facendolo estradare dal Regno Unito dopo aver ottenuto la revoca dell’immunità concessa dall’Ecuador. A qualcuno suona normale o accettabile tutto questo?

È vero – lo ripetiamo – né Assange né Snowden avevano il permesso legale di dire ciò che ha detto. Ma proprio Snowden ci ricorda che «a volte, per fare la cosa giusta, occorre infrangere la legge». Ciò che entrambi ci insegnano è insomma che la verità e il dovere morale di diffonderla sono le uniche cose che contano. O, per dirla con Assange, «si deve cominciare dalla verità. […] Perché nessuna decisione presa basandosi sulle bugie o sull’ignoranza può portare a una buona conclusione». Tant’è vero che, in nome di questo ideale, di questa profonda convinzione morale, hanno sacrificato tutto. Per noi.

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