Un saggio contro la storiografia revisionista neoborbonica

Un saggio contro la storiografia revisionista neoborbonica

Il “passato che non passa” in Italia assume anche la forma di una polemica sempre più surreale contro gli uomini e le dinamiche che portarono all’unità d’Italia. Certo, la revisione documentata è il sale della storiografia, a patto che non si ecceda con la fantasia e con recriminazioni che poco hanno a che fare con la ricerca seria.

Giancristiano Desiderio col suo saggio “Pontelandolfo 1861. Tutta un’altra storia”, edito da Rubbettino, cerca di porre un argine alla vulgata che trasforma i briganti in eroi di una resistenza civile, il Regno dei Borbone in un eldorado perduto, i protagonisti del difficile processo di unificazione nazionale addirittura come gli artefici di un genocidio.

Un saggio contro la storiografia revisionista neoborbonica

La storia è fatta anche di numeri e le fonti documentarie citate da Desiderio dimostrano che a Pontelandolfo nel cuore del beneventano furono uccisi dalle truppe italiane 13 abitanti in seguito all’incendio mirato di alcune case del comune. Tredici, e non centinaia o migliaia come sostengono Pino Aprile e altri autori “neoborbonici”. Quella cruda azione di guerra avvenne dopo che i briganti avevano fatto irruzione nel paese di Pontelandolfo e in quello vicino di Casalduni e soprattutto in concomitanza al massacro di 42 militari appartenenti all’esercito unitario. Desiderio, cultore del pensiero di Benedetto Croce e storico di formazione liberale, nega che ai briganti si possa attribuire lo status di combattenti civili, esclude che fossero animati da una chiara idea di patria.

Il brigantaggio fu certamente espressione di un disagio profondo che attraversava la società rurale meridionale nella transizione dal regime borbonico al nuovo Stato unitario, ma sembra difficile scorgere nelle gesta efferate dei vari briganti un disegno alternativo al nuovo ordine statuale.

Tuttavia, ciò che è difficile per gli storici non è impossibile per gli ideologi. Cominciò la sinistra a creare la leggenda nera di una Italia fatta con la violenza e senza alcun consenso, ponendo le basi di un odio per lo Stato nazionale che oggi prosegue nella retorica di Lampedusa o nell’auspicio di una devoluzione di sovranità a Bruxelles. Alla sinistra si aggiunsero gli autori di una destra tradizionalista, seriamente convinti che il regime borbonico avesse reso il Sud Italia “la terza potenza economica d’Europa”.

Siccome, parafrasando von Clausewitz, “la storiografia è la prosecuzione della politica con altri mezzi”, ecco nel 2011, nel corso delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell’unità d’Italia, Giuliano Amato chiedere scusa “a nome del presidente Giorgio Napolitano”, delle violenze compiute dalle truppe unitarie. Ma “i morti sono una cosa seria” dice Giancristiano Desiderio e la tragica serietà di tredici morti non deve essere messa in ridicolo da saggisti faziosi che aggiungono uno o due zeri. Alla moltiplicazione fantasiosa si aggiunge la dimenticanza dei quarantuno soldati trucidati, la mitizzazione dei briganti, la violazione delle elementari regole della ricerca storiografica.

Nel suo saggio Desiderio ricostruisce le vicende che seguirono a quella che fu anche una guerra, ricordando i diversi soggetti in campo. Il sindaco liberale, espressione di un voto censitario che comunque era cosa nuova nei territori dell’ex regno borbonico, i briganti – che non avevano propriamente la fisionomia di liberi pensatori – il prete di Pontelandolfo, ostile allo Stato unitario, come in fondo certi suoi colleghi in tonaca di oggi, che solo hanno sostituito il mitico brigante col santo migrante.

(di Alfonso Piscitelli)

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