La sinistra muore nel "progressismo"

La sinistra muore nel “progressismo”

I mali della sinistra sono cominciati allorché essa ha disertato i ranghi delle “forze progressive” per arruolarsi nelle fila delle “forze progressiste”. Questa è solo la fantasia ermeneutica di un arcigno lettore delle Edizioni Rinascita, ma il salto concettuale è palese e le sue implicazioni si rivelano catastrofiche.

Prima si parlava comunque di progresso, di lotta fra il vecchio e il nuovo, ecc., ma sempre con un giudizio a posteriori in funzione degli interessi della classe lavoratrice, titolare del sovrano diritto di soppesare il valore del “nuovo che avanza”; «il nuovo deve essere migliore del vecchio, altrimenti non ha ragion d’essere», diceva il grande Ždanov. «L’innovazione non coincide sempre con il progresso».

Poi il progresso si è a poco a poco trasformato in un “-ismo”, in un’ideologia autonoma che scavalca e soppianta la prospettiva di classe, in una metafisica del tempo storico che sostituisce la dialettica fra continuità e mutamento con l’idolatria del nuovo in quanto tale, invertendo i rapporti razionali fra logica e cronologia.

Nei Grundrisse, Marx spiega che la successione cronologica dei fatti e dei fenomeni sociali di regola non coincide affatto con l’ordine logico-casuale, che quindi occorre dapprima indagare i concreti nessi di causa ed effetto e poi, su questa base, dedurre ed esplicare l’effettivo corso della storia. In altri termini, la logica può far luce sulla cronologia, ma non viceversa.

Il progressismo dimentica questo principio basilare della scienza e identifica acriticamente la novità in mero ordine di tempo con il progresso, il bene, la giustizia, il miglioramento delle sorti dell’umanità. Ciò significa rinunciare ad ogni facoltà di giudizio indipendente, trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti e barattare i propri ideali con i doni del caso. Così lo sviluppo creativo della teoria non consiste più nello studio dei problemi nuovi e nell’elaborazione di strategie e tattiche funzionali al raggiungimento degli obiettivi di classe, bensì nella passiva ricezione delle mode e delle idee dominanti che, marxianamente, sono sempre le idee della classe dominante.

Non stupisce che con un’ideologia così arcaica e primitiva, non appena la storia prese una piega imprevista nel 1989, la sinistra occidentale abbia voltato le spalle all’“umanità progressiva” del socialismo in ritirata per abbracciare l’“umanità progressista” del capitalismo trionfante.

«Focalizzandosi sulla lotta contro il “vecchio mondo” e le “forze del passato”, per il “progressismo” di sinistra è diventato sempre più difficile qualsiasi approccio critico della modernità liberale», sottolinea Jean-Claude Michéa. «Fino al punto di confondere l’idea che “non si può fermare il progresso” con l’idea che non si può fermare il capitalismo».

In ultima analisi, il progressismo era un’autentica bomba ad orologeria deposta nelle fondamenta del pensiero socialista, e la sua deflagrazione spianò la strada ai bardi del pensiero unico liberal-liberista in marcia sulle rovine della sinistra che fu.

Assimilare le vere lezioni della storia e della filosofia, riflettere criticamente sugli errori e sulle illusioni del passato, liberarsi dalle scorie del progressismo che hanno sepolto la dialettica e apprendere di nuovo a pensare con la propria testa: – questo è il vero progresso ideologico cui deve aspirare una sinistra socialista che voglia dimostrarsi all’altezza delle sfide del XXI secolo.

(di Francesco Alarico della Scala)

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