Il sovranismo e la battaglia culturale

Il sovranismo e la battaglia culturale

Uno dei punti cardini ai quali il “movimento populista/sovranista”, nella sua accezione più generale, dovrà mettere mano è la “battaglia per la cultura”. Una battaglia “prioritaria”, visto che una delle strategie ipotizzate da alcuni suoi settori è quella del “gramscismo”, in versione “demarxistizzata” e “conservatrice”. Costruire un’“egemonia culturale” con contenuti a carattere “conservatori” e per certi versi “rivoluzionari”!

La “battaglia per la cultura” deve però trovare un terreno di concretizzazione preciso all’interno dei meccanismi politici e delle “istituzioni di potere”. Innanzitutto, dobbiamo partire dalle scuole e dalle università. Uno dei punti principali sarà lo scalfire il predominio pressoché assoluto del “baronato”, ma più propriamente di tutta la narrazione storico-scientifica che rientra nella concezione da “ideologia del progresso”. Una categoria che va in realtà estesa e sviluppata a partire dalla revisione della “storiografia illuministica” e “liberale”, dell’influenza dei vincitori del “secondo conflitto mondiale” e del “piagnisteismo politicamente corretto”, che vede nel “pacifismo” e nelle cosiddette “repubbliche liberal-democratiche” il punto massimo di civiltà.

La battaglia dovrà essere talmente radicale in sede accademica e universitaria da rivedere sostanzialmente tutto il paradigma fondativo della cultura “insegnata”, a partire da “positivismo”, “evoluzionismo” e “scientismo”. Una contraffazione della realtà “vera” poiché capovolge l’“elemento ordinatore spirituale”, dando priorità al “percorso evolutivo della materia”. Altro caposaldo di questa battaglia è la “questione mediatica”.

Basta col “monocolore liberal”, “progressista”, “post-marxista” e “cattolico-sociale” nei programmi culturali delle televisioni pubbliche! Bisogna iniziare a concepire trasmissioni dove la cultura e l’attualità non vadano divulgate dai soliti Paolo Mieli e Corrado Augias, oltre ai vari Lucia Annunziata, Fazio, Saviano, Littizzetto e “radical chic” vari – dobbiamo dire che il nuovo Tg2 sta ben cominciando nell’impresa. Ma al di là del conduttore è proprio l’impostazione ideologica che va radicalmente rivista. È incredibile che su Rai Storia la programmazione debba ancora essere: “Storia del movimento operaio”, “Storia del ’68”, “Storia del femminismo”, “Storia della CGIL”, “Mille papaveri rossi”, “Africa rossa”, ecc. Una programmazione frutto di chi ha visto il mondo attraverso quel 5% che ritiene sia verità, pure “assoluta” talvolta.

Inoltre, tornando all’impostazione “storiografico-liberale” e da “piagnisteismo politicamente corretto”, la storia viene spesso inquadrata sotto forma di semplificazioni storiche. Il fascismo è “male assoluto”, il nazismo è il regno di Satana, il comunismo scusato per la sua “presunta bontà ideologica” (salvo Stalin e altri cosiddetti tiranni, anch’essi “maligni”). Il terrorismo degli anni ’60-’70 ha rovinato un “bellissimo progetto di pace”, l’Impero romano come qualcosa da cui prendere le distanze, “antiquato” ed “oppressivo”.

Una capacità storica tutta “emozionale”, incapace di giudicare i fatti con “distacco” e di comprendere che le esperienze politiche si muovono anche, o soprattutto, attraverso il “dominio” e la forza più “bruta”. Tutto ciò che non appartiene all’alveo della concezione liberal-democratica è automaticamente “tirannico”, “cattivo”, “razzista”, “fascista”, “portatore di oppressione” e “negatore di diritti” – esclusivamente quelli delle fantomatiche “minoranze”.

In realtà la battaglia dovrebbe andare ancora più a fondo, rivedendo, come dicevo, la versione storica propinata dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi. Uno degli strumenti di diffusione di tale “concezione”, nelle “menti” e nei “cuori” degli italiani, è il “neorealismo” e più in generale la cinematografia “americana” – con tedeschi, russi, cinesi e indiani quasi sempre “disumanizzati”. Ma prima di andare a toccare opere che sono indubbiamente “belle” e “portatrici di cultura”, seppur di parte, andrebbero rivisti completamente molti dei palinsesti di film, trasmissioni e serie TV.

Bisogna regolamentare tutto questo magma di “contenuti”, e “metacontenuti”, nonostante siano trasmessi su televisioni private – anche in questo consta la sovranità di uno Stato. Non è possibile assistere a qualunque ora del giorno a programmazioni televisive “nichiliste” nelle forme più “grette” e “oscure”. Certe di queste potrebbero semplicemente passare, come fino a pochi anni fa, in “seconda serata” o dopo la “mezzanotte”, per gli “appassionati” del settore.

Una continua sovraesposizione, oltre che di “banalità orrorifiche” e “alteranti”, di nudità e “modelli edonistici di vita”, che però hanno come contraltare il paradosso espresso dal filosofo Slavoj Zizek, di una società di individui “impotenti” e “sterili”.

Anche la produzione cinematografica nostrana va rivista. Basta col leitmotiv dell’italiano in psicanalisi, del maschio perennemente malato (prevalentemente psichico), delle famiglie “sull’orlo di crisi di nervi”, di “pazze gioie” femminili in continue “irruzioni umorali”. Una buona produzione in alternativa è quella de “Il primo re”, un film di un regista italiano, finalmente dal contenuto elevante e non il solito “smielamento introspettivo” al quale siamo abituati.

(di Roberto Siconolfi)

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