Mayotte: la colonia dimenticata dalla Francia

Mayotte: la colonia dimenticata dalla Francia

Cosa ci fa Marine Le Pen in campagna elettorale a 8mila chilometri da Parigi? E perché in un isolotto sperduto dell’Oceano Indiano, a metà tra il Madagascar e il Mozambico, quasi completamente musulmano, il Front National ha ottenuto il 43% alle ultime presidenziali?

L’isola di Mayotte è un dipartimento francese a tutti gli effetti, nonché il più remoto avamposto dell’Unione Europea, di cui fa parte a pieno titolo. Per comprendere questi aspetti bisogna tornare indietro al 1974, quando nell’arcipelago delle Comore, fino a quel momento colonia francese, si tiene un referendum che sancisce l’indipendenza formale dall’Eliseo.

La Francia, però, distorce retroattivamente il risultato della consultazione: interpretando il risultato per ogni singola isola, decide di mantenere la propria sovranità sull’isola di Mayotte, unica delle quattro isole maggiori a votare contro l’indipendenza. Separandola così dal resto dell’arcipelago.

La storia di Mayotte, incredibilmente dimenticata dai grandi organi di informazione, è rivelatrice sia dell’atteggiamento francese verso lo stato di diritto sia della sua ipocrisia riguardo all’argomento migratorio. Com’è prevedibile, infatti, dall’epoca del referendum sull’isola si è registrato un enorme flusso di immigrazione clandestina degli altri comoriani, desiderosi da una parte di godere dello stato sociale francese e, dall’altra, di poter usufruire dello ius soli.

Al punto che oltre un terzo dei residenti sull’isola è composto di immigrati, soprattutto comoriani. Una tendenza che non accenna a fermarsi: nel 2016 il 73% delle donne che ha partorito a Mayotte aveva origine straniera.

Una situazione a cui la Francia ha cercato di porre rimedio con metodi brutali. Innanzitutto, nel 1995, sospendendo i visti dalle Comore, quindi bloccando di fatto l’immigrazione regolare. Da allora un numero indefinito di persone è affogato nell’attraversamento dei 70 km di oceano che divide Mayotte da Anjouan, la più vicina isola comoriana: la Francia sostiene che siano 10mila, mentre le Comore parlano di 50mila morti.

Non solo: avendo “allentato” le regole sulle espulsioni, il governo di Parigi deporta ogni anno oltre 20mila clandestini, più del 10% dell’intera popolazione di Mayotte. Per dare un’idea delle proporzioni, è come se Salvini riportasse in Libia 6 milioni di immigrati all’anno. Espulsioni che riguardano anche donne gravide e minori non accompagnati, i cui casi non vengono quasi mai sottoposti all’attenzione di un giudice o di un avvocato.

L’ONU aveva inizialmente condannato la distorsione del risultato del referendum del 1974, con una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza prontamente affossata dal veto francese. Da allora, però, la situazione è praticamente scomparsa dai radar dell’informazione, nonostante si tratti di territorio europeo con tanto di euro come valuta ufficiale.

Nell’arcipelago, nel frattempo, la contrapposizione tra Mayotte e le altre tre isole si è radicalizzato. I comoriani fanno leva sulla sostanziale omogeneità etnica e religiosa per denunciare quello che ritengono un sopruso francese ai danni di una parte del proprio territorio: è facile, passeggiando per le Comore, imbattersi in cartelloni propagandistici sull’unità delle quattro isole.

In questo conflitto che cova sotto le ceneri, per contrastare lo strapotere francese le Comore hanno cercato – e trovato – alleati potenti. Dapprima con l’ingresso nella Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale (Southern African Development Community), poi avvicinandosi sempre più all’Arabia Saudita, sempre pronta a stringere legami con piccoli paesi islamici al fine di radicalizzarli sotto l’egida del salafismo, come accaduto ad esempio con le Maldive.

L’amicizia coi sauditi potrebbe essere collegata inoltre anche alla scoperta di grandi giacimenti nelle acque territoriali comoriane: si parla di depositi di gas naturale stimati per oltre 10 miliardi di barili e di petrolio per 7 miliardi di barili.

Mayotte, al contrario, è molto gelosa dei vantaggi acquisiti grazie alla Francia, anche perché, dall’epoca dell’indipendenza, le Comore hanno vissuto una situazione politica estremamente fragile, con una ventina di colpi di stato e un dilagare di violenza e povertà. Mansour Komardine, uno dei due deputati di Mayotte nel parlamento francese, da anni lancia l’allarme sulla fragilità dell’isola, parlando apertamente di “sostituzione etnica” e di rischio concreto di guerra civile.

In questo contesto appare coerente l’appoggio di massa degli abitanti di Mayotte al partito sovranista di Marine Le Pen. Che da parte sua ha indicato nelle Comore una “minaccia all’integrità del territorio francese”, accusando l’Eliseo di sottovalutare la crisi migratoria nell’isola e tutte le sue conseguenze, dall’aumento incontrollato della criminalità all’esplosione della disoccupazione.

La Le Pen si è rammaricata del fatto che non esista “alcuna volontà politica di restituire gli immigrati clandestini alle Comore”, suggerendo che la vicinanza di queste ultime all’Arabia Saudita sia la causa dell’atteggiamento “clemente” di Parigi.

Da parte sua, Macron non pare avere la questione di Mayotte tra le priorità. E quando, un paio di anni fa, si recò in visita sull’isola, si produsse in una delle sue arroganti gaffes che lo hanno reso famoso. Portato di fronte ad alcune kwassa-kwassa, le imbarcazioni da pesca tipiche della zona, il presidente francese sogghignò: “Più che barche da pesca servono a trasportare comoriani”. Intanto Mayotte rimane il dipartimento più povero di Francia, e il consenso popolare per Marine Le Pen non potrà altro che aumentare.

(di Roberto Bargone)

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