Lo scrittore che falsifica la storia per la propaganda UE

Lo scrittore che falsifica la storia per la propaganda UE

Lo scrittore viennese Robert Menasse è un autore di talento, e un propagandista per l’Unione Europea. Ha vinto numerosi premi letterari, incluso il German Book Prize (equiparabile al Booker Prize) per il suo romanzo del 2017 “La Capitale”, una crime story ambientata a Bruxelles che è stata elogiata come “il primo grande romanzo dell’Unione Europea” e “una cronaca politica sull’importanza dell’Europa rispetto agli egoismi nazionali”.

Ma, a gennaio, proprio mentre Menasse stava per ricevere un altro prestigioso premio, questa volta dal governo della Renania – Alto Palatinato, hanno cominciato a ricomparire le accuse di avere usato false citazioni e fatti inesistenti nei suoi libri, sia in quelli di fiction che quelli non-fiction. “Un premio di stato per il re delle frottole”, ha titolato il magazine Cicero.

Lo scrittore che falsifica la storia per la propaganda UE
Robert Menasse

I fatti che l’autore avrebbe falsato riguarderebbero il politico tedesco Walter Hallstein, un membro dell’allora nascente Unione Cristiano Democratica (CDU) dopo la Seconda guerra mondiale. Da Segretario di stato, Hallstein è stato uno dei pionieri del progetto di integrazione europea, e nel 1958 è diventato il primo presidente della Comunità Economica Europea. Hallstein era una persona pragmatica, la cui carriera non ha affatto sofferto durante il periodo nazista (anche se non è mai stato iscritto al NSDAP, lo è stato in altre organizzazioni nazionalsocialiste).

Nel libro “La Capitale”, Menasse descrive Hallstein come un visionario riformista che, dopo due guerre mondiali, aveva capito che la causa di tutti i mali dell’Europa era lo stato-nazione. Per rimarcare il messaggio, Menasse si è inventato delle citazioni e le ha attribuite a Hallstein, come ad esempio: “L’abolizione dello stato nazione è l’idea europea”. Non le ha usate solo nei suoi lavori di fiction: la stessa frase appare anche nel Manifesto per una Repubblica Europea, che Menasse ha scritto con lo scienziato politico e attivista pro-UE Ulrike Guérot nel 2013.

Menasse, in un’intervista nel 2017, ha anche falsamente dichiarato che Hallstein avrebbe dato il suo discorso inaugurale come presidente della CEE ad Auschwitz: “Auschwitz è il posto dove l’energia criminale del nazionalismo e del razzismo è diventata più radicalmente visibile… e questo è il motivo per cui il primo presidente della Commissione Europea, Walter Hallstein, ha dato lì il suo discorso inaugurale”.

I sostenitori di Menasse dicono che, anche se lui ha sbagliato a scrivere cose false, le sue intenzioni erano buone. “Menasse non è colpevole”, ha titolato il settimanale di sinistra Der Freitag. “Queste questioni filologiche rischiano di farci dimenticare il messaggio di Robert Menasse, il tema fondamentale: l’Europa ha un futuro solo con o solo senza lo stato-nazione?”, ha scritto lo scienziato politico Winfried Böttcher.

Una nota stampa dal governo della Renania – Alto Palatinato, che gli ha conferito il premio nonostante le critiche, ha recitato così: “Robert Menasse ha reso grande servizio alla lingua tedesca, ha creato un’impressionante opera letteraria negli anni recenti, per la quale ha giustamente ricevuto grandi riconoscimenti. Il suo impegno per l’idea europea risuona in tutta Europa e ha contribuito ad arricchire il dibattito politico sul futuro dell’Unione Europea”.

Menasse è uno scrittore divertente e spiritoso. Ma ciò che lo distingue veramente – e che fa in modo che i suoi difensori chiudano un occhio sulle sue distorsioni storiche – è l’essere diventato il volto dell’ideologia europeista e del mito fondante dell’Unione Europea: propaga l’idea che l’UE sia un progetto di pace, e il suo elogio di Hallstein come un visionario pacifista nasce direttamente dalla visione storica preferita dalla UE. Un sito pro-europeista elogia Hallstein come uno dei padri fondatori, “senza la cui energia e volontà oggi non vivremmo in quello spazio di pace e stabilità che diamo per scontato”.

Menasse ha imbellettato e arricchito quei miti, per quanto in un modo molto elegante. E la forza relativa della lobby pro-UE tra le élite culturali gli ha permesso di passarla liscia, nonostante l’ovvia falsità delle sue dichiarazioni.

L’idea che un politico di professione come Hallstein usasse Auschwitz per legittimare l’unificazione europea negli anni ‘50 è assurda. Il suo contemporaneo Kurt Schumacher, primo leader della SPD, che ha passato il periodo nazista in un campo di concentramento, definiva Hallstein un carrierista che non aveva alcun interesse nelle vita delle persone comuni.

Lo scrittore che falsifica la storia per la propaganda UE
Walter Hallstein

Infatti, come ha scritto il giornalista Ingo Way sul settimanale ebraico Jüdische Allgemeine, Auschwitz non ha mai giocato un ruolo particolarmente importante per i padri fondatori della CEE. “È perfido”, scrive, “strumentalizzare Auschwitz per dare peso morale alle proprie posizioni politiche nel dibattito odierno… è uno schiaffo in faccia a coloro che da Auschwitz hanno tratto conclusioni diverse, che non pensavano che lo stato nazione dovesse essere superato: lo stato di Israele è stato fondato tre anni dopo quei crimini contro l’umanità, così che eventi del genere non accadessero mai più”.

Altrettanto incredibile è l’idea che la generazione post-bellica, il cui obiettivo fu quello di ristabilire la Germania Ovest (la nuova Repubblica Federale), volesse distruggere lo stato-nazione. Nel 2017, quando Menasse ha ricevuto il German Literature Prize, lo storico Heinrich August Winkler ha pubblicato un articolo su Der Spiegel intitolato “I falsi amici dell’Europa”.

Da nessuna parte Hallstein dice, scrive Winkler, che l’obiettivo era “il superamento della nazione e l’organizzazione di un’Europa post-nazionale” (un’altra delle false citazioni di Menasse). In realtà, evidenzia Winkler, Hallstein stesso si opponeva all’idea di uno stato europeo sovranazionale.

Lasciando da parte le distorsioni storiche di Menasse, colpisce la nonchalance con cui tanti hanno elogiato la sua retorica anti-democratica. In uno dei suoi saggi, Menasse ha scritto che “sarebbe un sollievo” se le politiche non fossero più condotte attraverso elezioni popolari. Ciò ha spinto Hans Magnus Enzensberger – una delle poche figure culturali che ha criticato Menasse molto prima degli attuali scandali – a concludere che quello che veniva eufemisticamente definito “deficit democratico” dell’UE era del tutto intenzionale.

In un altro dei suoi saggi, Menasse ha scritto: “Dovremo cambiare tutto quello che potremo cambiare, se il progetto europeo avrà successo. Dobbiamo rompere questo ultimo tabù delle società illuminate: quello per cui la nostra democrazia sarebbe un bene sacro”. Immaginate le reazioni, ha scritto Jacques Schuster su Die Welt, se un politico di AfD, il partito populista di destra tedesco, avesse detto le stesse identiche parole.

In una confusa e incoerente difesa di sé stesso, sempre pubblicata su Die Welt, Menasse ha presentato sé stesso come la vittima: “Perché le critiche contro uno scrittore sono così dure, perché accusarlo di frode?”. Riferendosi alle sue stesse distorsioni storiche, preferisce usare il termine orwelliano “allungamento del concepibile”. Ogni punto di vista politico, dice, ha degli oppositori politici, e “per quanto riguarda le politiche europee, gli avversari sono i nazionalisti”.

Se non altro, lo scandalo Menasse ci ha ricordato che la distruzione dello stato-nazione da parte delle élite va di pari passo con l’erosione della democrazia. E della verità.

(da Spiked Online – traduzione di Federico Bezzi)

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