La guerra alla "mascolinità tossica" diventerà una lotta politica

La guerra alla “mascolinità tossica” diventerà una lotta politica

Thomas B. Edsall del New York Times ha pubblicato un articolo provocatorio riguardo le recenti “Linee guida per la pratica psicologica con i ragazzi e gli uomini” rilasciata dalla American Psychological Association. La guida, che sembra un attacco a ciò che alcune persone chiamano “mascolinità tradizionale”, ha sollevato diverse polemiche tra gli accademici e gli opinionisti. Era alquanto prevedibile. Ma Edsall prevede che tali linee guida diventeranno “un elemento integrale del conflitto politico contemporaneo”.

Edsall nota come, fino a tempi recenti, le discussioni sul ruolo dell’uomo e della donna e nella società si confrontassero principalmente sui problemi che affrontavano le donne. Ma le cose stanno cambiando radicalmente. Gli americani iniziano a temere e valutare come tali questioni, sostenute dagli esperti di scienze sociali e dalle attiviste femministe, stiano colpendo i maschi. Le “Linee guida”, suggerisce Edsall, molto probabilmente aumenteranno queste preoccupazioni.

Alcuni esempi di ciò che hanno scritto gli psicologi: “La mascolinità tradizionale – caratterizzata da stoicismo, competitività, dominazione e aggressione – è, nel complesso, dannosa”. Gli psicologi dovrebbero “riconoscere che le mascolinità sono costrutti basati su norme sociali, culturali e contestuali”.

La guida suggerisce anche che molti dei problemi della società – omicidi e altri crimini violenti, suicidi, cattivi comportamenti a scuola, declino dell’aspettativa di vita, e perfino i disordini di attenzione e iperattività – derivino dalla mascolinità tradizionale.

In altre parole, la mascolinità tradizionale sarebbe il prodotto di cattivi costumi della società, la quale deve essere riformata in modo che ragazzi e uomini vengano ri-condizionati e diventino, essenzialmente, più femminei e meno problematici per la società.

Edsall scrive: “I repubblicani e i democratici hanno visioni molto polarizzate riguardo questo argomento”. Egli nota che un rapporto del Pew Research Center dell’ottobre 2017 indicava che un quarto dei repubblicani credeva che il paese non avesse fatto abbastanza per dare uguali diritti alle donne, mentre il 54% diceva che aveva fatto abbastanza, e il 18% che aveva fatto troppo. Tra i democratici, per contrasto, il 69% diceva che il paese non aveva fatto abbastanza, mentre il 26% che si era già fatto abbastanza, e solo il 4% che si era fatto troppo.

Tra i repubblicani, una parte inferiore rispetto ai democratici crede che il cambiamento nei ruoli di genere abbia facilitato il successo dei matrimoni – 26% repubblicani contro 47% democratici. I sondaggi dicono anche che il 36% dei repubblicani crede che i cambiamenti nei ruoli di genere abbia reso più facile per le donne vivere vite soddisfacenti, contro il 58% dei democratici. E il 48% dei democratici crede che i cambiamenti nei ruoli di genere abbia reso possibile agli uomini vivere vite più soddisfacenti, contro il 30% dei repubblicani.

Questi numeri suggeriscono che le politiche di genere hanno ottenuto un consenso abbastanza bipartisan tra gli americani. La questione fondamentale riguarda il dogma dell’APA secondo il quale la mascolinità è essenzialmente cattiva, e un prodotto della società e non della natura o dell’evoluzione.

Qui c’è una divisione ben più netta. Come Claire Caine Miller del Times ha evidenziato, i data del Pew Research Center indicano che più della metà dei repubblicani crede che la biologia determini le differenze nel modo in cui gli uomini fanno i genitori, esprimono i sentimenti e spendono il proprio tempo libero. Due terzi dei democratici ritiene che queste differenze siano da attribuire, invece, alle regole sociali.

Natura VS Cultura è un tema che le scienze sociali dibattono fin dai tempi di Darwin, e forse anche prima. È stato un tema parodiato nel celebre film del 1983 “Una poltrona per due”, con Dan Aykroyd e Eddie Murphy. Ma a quei tempi era facile riderne, perché allora era un tema essenzialmente accademico, che non aveva quasi nessun impatto sulla gente comune e le loro vite di tutti i giorni.

Ora la APA sta cercando di cambiare le cose. Queste “linee guida” intendono influenzare la professione psicologica nella cura dei problemi dei ragazzi e degli uomini. Il dogma sottinteso probabilmente diventerà un potente fattore nelle decisioni degli psicologi, dei terapisti, degli insegnanti e delle altre professioni. Non le chiamano “linee guida” per niente.

Ciò potrebbe creare dei potenziali problemi ai genitori che non sono d’accordo con le linee guida e l’ideologia che le sostiene. Più questa ideologia diventerà maggiormente accettata nella coscienza dell’establishment educativo e psicologico, più coloro che vi si oppongono saranno emarginati. L’obiettivo è quello di fare in modo che i genitori dei ragazzi abbiano sempre meno influenza su come i loro figli debbano essere trattati.

Il risultato inevitabile sarà che le divisioni politiche sulle questioni di genere, come ha scritto Edsall, diventeranno sempre più ampie.

Si consideri anche la questione delle politiche sui transgender. Una scrittrice californiano di nome Abigail Shrier ha scritto, alcune settimane fa, un articolo per il Wall Street Journal riguardo ciò che lei definiva “disforia di genere a insorgenza rapida”. Questa sarebbe diversa dalla tradizionale disforia di genere, che generalmente inizia nella prima infanzia e comporta la grave e duratura sensazione di essere nato nel sesso sbagliato. La “disforia di genere a insorgenza rapida” emerge all’improvviso durante l’adolescenza, e colpisce adolescenti che prima di allora non avevano mai manifestato alcuna confusione riguardo il loro genere.

Shrier descrive le ricerche del fisico e ricercatore Lisa Littman della Brown University, la quale nel 2016 aveva notato un incremento nel numero di genitori che riportavano come le loro figlie, all’improvviso, insistevano nel dire che la loro identità di genere era diversa dal loro sesso biologico. Dopo avere intervistato 256 genitori riguardo la salute mentale dei loro figli, le loro interazioni sociali, le loro abitudini sui social media, Littman ha concluso che molti di questi casi potrebbero essere stati causati da “contagio sociale”.

Dopotutto, come ha riportato un genitore alla Littman, “essere eterosessuali, a tuo agio nel genere che ti è stato assegnato alla nascita, non appartenente a minoranze, ti piazza nella categoria più cattiva tra i tuoi gruppi di amici”. Un altro ha detto: “essere trans, agli occhi degli altri adolescenti, è come essere speciali”.

Forse questa sensibilità da parte dei giovani deriva, in certa misura, da una cultura giovanile basata sul bisogno della gente di “controllare i propri privilegi”. Se uno non si inserisce all’interno di qualche minoranza, finisce nella categoria “più cattiva”, quella del “privilegio bianco”.

Forse i ricercatori determineranno che quest’ultima disforia di genere non è diversa da quella tradizionale. Il lavoro della Littman ha sollevato questioni che potranno essere approfondite in successivi studi. Ma ciò non succederà mai, se gli ideologi professionali avranno la meglio. Hanno lanciato un attacco così violento alla Littman che perfino la Brown University ha dovuto prendere le distanze dai suoi studi. Un’attivista ha definito la ricerca della Littman “un tentativo di legittimare la transfobia”. Un’altra ha definito la sua ricerca “una diagnosi fasulla”.

Le conversazioni della Shrier con i genitori di adolescenti affetti da disforia di genere a insorgenza rapida dimostrano che la comunità non vuole sentire parlare di distinzioni tra quest’ultima e la disforia tradizionale. “Lo standard per trattare gli adolescenti che asseriscono di essere transgender”, dichiara la Shrier, “è quello di di riconoscere immediatamente la nuova identità del paziente”, senza alcuna valutazione psicologica. Come dice il motto di un noto attivista transgender, “il personale è empirico”.

Ciò solleva due importanti questioni. Primo, è possibile che ad alcune giovani donne sia permesso compiere dei trattamenti irreversibili senza alcuno sforzo per determinare con certezza tale sindrome? Shrier crede che ciò avvenga, grazie a “alta chirurgia” (un eufemismo per definire la doppia mastectomia), dosaggi ormonali, e così via. Lei evidenzia come Planned Parenthood fornisca testosterone alle donne sulla base del “consenso informato”, senza alcuna valutazione psicologica, e aggiunge che i piani sanitari di 86 college, incluse molte scuole della Ivy Leage, coprono non solo le cure ormonali, ma anche le operazioni chirurgiche.

La seconda questione è: qual è il ruolo dei genitori, quando le loro giovani figlie si identificano come transgender e cercano aiuto dagli esperti? La risposta è che, in molti casi, i genitori non hanno voce in capitolo. Scrive Shrier: “Quasi tutte le forze di questa società sono allineate contro i genitori: le chiese riscrivono le loro liturgie per essere più inclusive; i terapisti e gli psichiatri minano l’autorità genitoriale riconoscendo immediatamente le auto-diagnosi di questi adolescenti; i counselor dei campus sono felici di mandare queste ragazze dalle cliniche che gli dispensano ormoni alla prima visita”.

Il problema è così politicizzato che molti genitori si sentono impotenti, quando le loro figlie vanno verso quella che può essere una decisione disastrosa avvallata dai cosiddetti esperti. Come ha riferito alla giornalista una madre, “se mia figlia si unisse agli estremisti religiosi, avrei un sacco di empatia. Ma di questo non ne posso parlare con nessuno. Ne parlo a mio marito e basta”.

Ovviamente, la questione transgender non farà tanto rumore, come questione politica, quanto quella della mascolinità. Ci sono molti più ragazzi che transgender. Ma la crescente audacia degli attivisti di scienze sociali in questi ambiti della vita familiare genererà certamente delle reazioni negative. Emergeranno nell’unico posto in cui possono sfociare, come predice Tom Edsall: l’arena politica.

(da American Conservative)

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