Il mito della Russia come minaccia per l'Europa

Il mito della Russia come minaccia per l’Europa

Il luogo comune degli americani è quello di dipingere la Russia come un paese pericoloso, con ambizioni territoriali quasi illimitate. Ma i fatti dimostrano che questa visione allarmistica è completamente falsa. Infatti, il comportamento della Russia si può meglio identificare come quello di una potenza regionale sotto assedio che sta cerando di difendersi dalle intrusioni di una NATO ostile a guida americana.

Il mito della Russia maligna ed aggressiva, tuttavia, continua a crescere – con potenziali pericolose conseguenze per la pace europea e globale.

L’idea che il comportamento di Mosca ponga una minaccia seria, addirittura esistenziale, all’Europa e all’intero occidente democratico è nata molto prima che Donald Trump diventasse presidente. É emersa soprattutto nel 2008, quando sono scoppiati i conflitti tra la Russia e la vicina Georgia – anche se è stata quest’ultima nazione a iniziare l’aggressione. Il senatore John McCain dichiarò che “è molto chiaro che le ambizioni della Russia sono quelle di restaurare il vecchio impero”.

Tali accuse sono diventate ancora più insistenti quando Mosca ha annesso la penisola di Crimea nel 2014 a seguito della rivoluzione di Maidan guidata dall’occidente, che ha rovesciato il governo eletto filo-russo. Il giornalista ultra-falco Ralph Peters ha accusato Putin di avere un piano dettagliato per reclamare i territori del fu impero russo. “Non cadete in errore”, ha detto Peters, “Putin crede davvero di essere autorizzato a reclamare il territorio ucraino, e non solo. Dal suo punto di vista, le capitali indipendenti da Varsavia (si, Varsavia) a Bishkek [capitale del Kirghizistan] sono parti integrali e naturali dell’impero russo. Le vede come proprietà rubate al suo legittimo proprietario: Mosca”. La retorica di Hillary Clinton è stata ancora più apocalittica: le azioni di Putin, ha detto, sono “come quelle che ha fatto la Germania negli anni ‘30”.

Simili iperboli hanno continuato, e sono perfino aumentate, negli ultimi cinque anni da entrambe le parti dell’Atlantico. In un’intervista del marzo 2017, Dalia Grybauskaitė, presidente della Lituania, ha detto: “La Russia non è solo una minaccia per la Lituania, ma per tutta l’Europa”. Il ministro degli esteri polacco, Witold Waszczykowski, è stato altrettanto allarmista, sostenendo che il comportamento della Russia sia una “minaccia esistenziale” perfino più grande dell’ISIS.

La condotta della Russia è stata talvolta aggressiva, ma non ci sono prove che Mosca oggi coltivi mire espansionistiche comparabili a quelle della Germania nazista o dell’Unione Sovietica. Infatti, le azioni del Cremlino suggeriscono che stia seguendo un’agenda molto più limitata, forse anche difensiva. Come hanno detto su Foreign Affairs i professori Adrei Shleifer e Daniel Treisman, “per molti occidentali, l’invasione russa della Georgia nel 2008 è stata la prova delle mire espansionistiche del Cremlino”.

Ma tale conclusione è errata: “Se al Cremlino avessero voluto espandersi, avrebbero certamente ordinato alle truppe di attaccare Tbilisi per deporre il presidente georgiano Mikheil Saakashvili. O almeno, avrebbero preso il controllo degli oleodotti e dei gasdotti che attraversano la Georgia. Invece, i russi non hanno toccato gli oleodotti e si sono ritirati rapidamente sulle montagne”.

Shleifer e Treisman sollevano una questione molto importante: se Putin ha davvero dei grandi obiettivi espansionistici, perché avrebbe dovuto rinunciare ai territori che le forze russe avevano occupato? Infatti, con un piccolo sforzo, avrebbe potuto catturare Tbilisi e il resto della Georgia. Ma non lo ha fatto. Hitler non ha mai rinunciato a nessuna delle sue conquiste, e l’Unione Sovietica, fino al collasso nel 1989-1991, aveva rinunciato soltanto alla parte di Austria che stava controllando alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e perfino quella modesta ritirata è stata preceduta da lunghe negoziazioni per garantire che l’Austria rimanesse neutrale.

Se Putin coltivasse ambizioni espansionistiche simili a quelle di Hitler e Stalin, perché avrebbe dovuto rinunciare a conquistare la Georgia, quando avrebbe potuto farlo facilmente? La sua decisione di consolidare il trattamento di Mosca verso le due regioni secessioniste della Georgia, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, come protettorati russi, suggerisce che le sue ambizioni sono molto più limitate.

Un altro aspetto del comportamento russo è decisamente inconsistente con la sua presunta ambizione espansionistica: le sue spese militari sono modeste e in declino. Vero, Putin ha cercato di ricostruire e modernizzare le forze belliche russe, e ha ottenuto anche molti successi. La marina russa oggi ha delle navi moderne, e anche l’aeronautica dispone di aerei all’avanguardia. Il regime di Putin si è concentrato sullo sviluppo di armi di precisione a lungo raggio, e sta portando avanti sforzi di ricerca e sviluppo per la creazioni di missili e aerei ipersonici.

Ma anche questi sviluppi devono essere posti in prospettiva. La restaurazione e la modernizzazione dell’esercito nascono da un decennio di declino che si è generato negli anni novanta durante la presidenza di Boris Yeltsin. Il budget militare di Mosca rimane tuttavia piuttosto modesto, 66.3 miliardi di dollari: nulla rispetto ai giganteschi 716 miliardi di dollari di budget dell’esercito americano, e molti meno dei 174 miliardi di dollari dell’esercito cinese.

Il budget russo è soltanto leggermente superiore a quello degli eserciti di Francia e India. Oltretutto, al contrario dei continui aumenti di budget delle forze americane, le spese militari russe stanno scendendo, non aumentando. Il budget del 2017 era di 69.2 miliardi di dollari, circa 2.9 miliardi in più di quello attuale. Un trend piuttosto strano, per un governo che avrebbe delle ambizioni espansionistiche così vaste.

L’unica risorsa bellica che non è diminuita è il largo arsenale nucleare di Mosca. Ma come hanno dimostrato diversi studiosi, anche se le armi nucleari rappresentano il deterrente finale, non sono molto utili in caso di guerra, eccetto nell’improbabile evento che la leadership di un paese intenda correre il rischio di un suicidio nazionale e personale. E non ci sono prove che Putin e la sua oligarchia meditino il suicidio. Al contrario, sembra che abbiano fatto di tutto per accumulare ricchezza e vantaggi personali.

Troppi americani si comportano come se stessimo ancora affrontando l’Unione Sovietica al culmine del suo potere e delle sue mire. Sarebbe tragicamente ironico se, dopo avere evitato la guerra con un avversario messianico e totalitario, adesso finissimo in guerra con un potere regionale convenzionale a causa delle nostre idee datate. Ma, a meno che i leader americani non cambino le loro idee e le loro politiche verso la Russia, quel rischio è ancora concreto.

(da American Conservative – traduzione di Federico Bezzi)

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