L'immigrazione di massa e la crescita delle disuguaglianze

L’immigrazione di massa e la crescita delle disuguaglianze

L’idea che l’immigrazione sia benefica per l’economia è un oggetto di fede tra coloro che si considerano progressisti. Tuttavia, i semplici cambiamenti nel PIL complessivo spesso non hanno un grande impatto sulla vita reale della società. É molto più importante definire se l’immigrazione di massa cambi o meno la struttura sociale e il sentiero della disuguaglianza economica.

La disuguaglianza economica nella distribuzione del reddito e della ricchezza è cresciuta in praticamente tutte le società sviluppate. É ovvio che non vi sia una causa singola, ma un fattore molto importante sono i cambiamenti nella struttura occupazionale. In alcuni paesi, ma specialmente in Inghilterra e Stati Uniti, la crescita occupazionale si è polarizzata: ci sono più lavori ultra-specializzati altamente pagati, ci sono più lavori malpagati, ma nel mezzo ci sono molti meno lavori sicuri e moderatamente pagati.

Una ricerca di scienza sociale suggerisce che la ragione dell’esistenza dei lavori malpagati sia da ricercare precisamente nella disponibilità di una larga disponibilità di lavoro da parte degli immigrati. I lavori meno pagati sono aumentati perché ci sono più persone disposti a farli. Se questa forza lavoro non esistesse e non ci fosse un’altra forza lavoro alternativa alla quale attingere, questi lavori semplicemente non esisterebbero. L’idea che gli immigrati siano “necessari” per riempire i posti di lavoro vacanti prende i lavori esistenti, e dunque la struttura occupazionale, come dati di fatto esistenti da sempre; oltretutto, accetta il fatto che gli immigrati siano l’unica risorsa disponibile di lavoro aggiuntivo.

In alcuni settori il modello di impresa dipende dai lavori poco pagati. La trasformazione dell’agricoltura negli USA, e più di recente in Inghilterra, ha richiesto un cambiamento verso forme di produzione che sono sostenibili solo grazie agli stipendi bassi. I datori di lavoro, spesso supportati dai sostenitori dell’immigrazione, sostengono che la produzione di cibo possa avvenire solo se c’è il lavoro poco pagato degli immigrati.

L’IMMIGRAZIONE DI MASSA E I NUOVI DOMESTICI

Fino agli anni ‘80, il numero di domestici stava declinando. Oggi i professionisti e i manager impiegano collaboratori domestici per pulire le loro case, curare i bambini, etcetera. Questi impieghi sono quasi completamente presi da immigrati, spesso clandestini. Curiosamente, i maggiori beneficiari sono le donne al vertice della distribuzione del lavoro – avere una domestica permette loro di dedicare maggiore tempo alla propria carriera. Quindi, come dimostra uno studio, nelle aree con un’alta popolazione immigrata, le donne che occupano lavori altamente pagati spendono più tempo al lavoro rispetto ad aree dove ci sono meno immigrati. Questi impieghi domestici privati permettono che ci sia meno pressione affinché gli uomini contribuiscano alle faccende di casa – e certamente riducono la domanda di asili pubblici.

La nuova disponibilità di lavoratori a basso costo ha contribuito alla sopravvivenza e addirittura all’espansione della manifatturiera a bassa tecnologia. Uno studio americano dimostra che le imprese sono meno disposte a investire capitali negli stabilimenti posti in aree con alta popolazione immigrata. Infatti, in alcune zone la disponibilità di lavoro poco pagato sta contribuendo alla regressione tecnologica – la sostituzione del capitale attraverso il lavoro. Invece di portare la macchina a lavare da un autolavaggio self-service, la porti da un autolavaggio a mano, dove i lavoratori non usano niente di più avanzato che un secchio e uno straccio. Lontano dagli occhi del pubblico, in molte città europee c’è un revival dell’industria della moda, basata su micro-fabbriche che usano le tecnologie più semplici e lavoratori immigrati che lavorano per lunghe ore e poco stipendio.

Questa relazione tra immigrazione di massa e cambiamento occupazione non può essere generalizzata per tutti i luoghi e tutti i periodi. L’immigrazione europea verso gli Stati Uniti, e altre aree di nuova occupazione, della seconda metà del diciannovesimo secolo, non ha avuto questo risultato; né tanto meno l’immigrazione verso l’Europa occidentale nel periodo post-bellico. É chiaro, tuttavia, che coloro che oggi chiedono i “confini aperti” – l’ingresso incontrollato di lavoratori non qualificati verso l’Unione Europea – stanno contribuendo affinché la struttura occupazionale sia sempre più polarizzata: sempre più lavoratori malpagati, maggiore disuguaglianza sociale ed economica.

(di James Wickham, già direttore del TASC (Think-tank for Action on Social Change) di Dublino, Irlanda. Precedentemente è stato Jean Monnet Professore di studi europei e mercato del lavoro al Trinity College di Dublino. Traduzione di Federico Bezzi)

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