The Economist: è legittimo essere pro o contro l'immigrazione

The Economist: è legittimo essere pro o contro l’immigrazione

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Con la sua formazione di storico, Yuval Noah Harari ha ottenuto grande fama grazie ai suoi due best-seller. “Sapiens” ha descritto il passato dell’umanità, e “Homo Deus” il suo futuro. Il suo nuovo libro, “21 Lessons for the 21st Century”, considera invece il presente, spaziando dalla tecnologia al terrorismo, dal populismo alla religione.

Nell’estratto che segue, l’autore prende in esame le premesse dell’immigrazione e cosa i migranti e le società debbano “pretendere” l’uno dall’altro, per concludere: “È sbagliato etichettare tutti gli anti-immigrazionisti come fascisti, così come è sbagliato etichettare tutti i pro-immigrazionisti come dediti al suicidio culturale. È una discussione tra due legittime posizioni politiche, che deve essere decisa attraverso le comuni procedure democratiche”.

* * *

La discussione europea sull’immigrazione degenera spesso in uno scontro nel quale nessuno dei due lati ascolta l’altro. Per fare chiarezza, sarebbe probabilmente utile vedere la questione dell’immigrazione come un patto basato su tre condizioni base:

CONDIZIONE 1: il paese ospite permette ai migranti di entrare.
CONDIZIONE 2: in cambio, gli immigrati devono aderire, quanto meno, alle regole e ai valori basilari del paese ospite, anche se ciò significa dovere rinunciare ad alcuni dei loro usi e costumi.
CONDIZIONE 3: se gli immigrati si integrano in grado sufficiente, nel tempo diventano membri pienamente uguali della società del paese ospite. “Loro” diventa “noi”.

Queste tre condizioni danno animo a tre distinti dibattiti sul significato preciso di ogni termine:

DIBATTITO 1: La prima clausola del patto sull’immigrazione dice semplicemente che il paese ospite permette ai migranti di entrare. Ma questa cosa va intesa come un obbligo o come un favore? Il paese ospite è obbligato ad aprire le proprie porte a tutti, o ha invece il diritto di scegliere, e anche di bloccare del tutto l’immigrazione? I pro-immigrazionisti sembrano pensare che i paesi abbiano il dovere morale di accettare non solo i rifugiati, ma anche le persone provenienti dai paesi poveri in cerca di un lavoro e di un futuro migliore. Specialmente in un mondo globalizzato, tutti gli umani hanno degli obblighi morali verso gli altri umani, e coloro che vogliono sottrarsi a questi obblighi sono egoisti, o perfino razzisti.

Gli anti-immigrazionisti rispondono che, eccetto nei casi di rifugiati che fuggono da persecuzioni brutali in un paese vicino, non siamo mai obbligati ad aprire le porte. La Turchia poteva avere l’obbligo morale di fare entrare i rifugiati siriani, ma se questi stessi rifugiati vogliono spostarsi in Svezia, gli svedesi non sono costretti ad accettarli. Proprio come per i migranti in cerca di lavoro e di welfare, è totalmente nelle mani del paese ospite decidere se farli entrare o no, e a quali condizioni.

Gli anti-immigrazionisti insistono nel dire che uno dei più basilari diritti di ogni collettività umana è quella di difendere sé stessa dalle invasioni, siano esse in forma di eserciti o di migrazioni. Gli svedesi hanno lavorato sodo e compiuto grandi sacrifici per costruire una democrazia liberale prospera, e se i siriani non hanno fatto altrettanto, non è colpa degli svedesi. Se gli elettori svedesi non vogliono fare entrare più siriani – qualunque sia la ragione – è loro diritto non permettergli di entrare. E, anche se accettano alcuni immigrati, deve essere assolutamente chiaro che la cosa è fatta come favore, non come obbligo. Ciò significa che gli immigrati ai quali è permesso entrare devono sentirsi estremamente grati per tutto ciò che ottengono, invece di arrivare con una lista di richieste, come se fossero a casa loro.

Oltretutto, dicono gli anti-immigrazionisti, un paese può avere qualunque politica sull’immigrazione essa desideri, scremando gli immigrati non solo in base alla loro fedina penale o alle loro capacità professionali, ma anche per cose come la religione. Se un paese come Israele vuole fare entrare solo ebrei, e un paese come la Polonia è d’accordo nel prendere rifugiati del Medio Oriente a condizione che siano cristiani, la cosa può sembrare sgradevole, ma è perfettamente nel diritto degli elettori israeliani o polacchi.

La cosa complicata è che in molti casi le persone vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Numerosi paesi chiudono un occhio sull’immigrazione clandestina, o addirittura accettano lavoratori stranieri su base temporanea, perché vogliono beneficiare dell’energia, del talento e del lavoro a basso costo degli stranieri. Nonostante ciò, i paesi rifiutano di legalizzarli, dicendo che non vogliono immigrazione. Nel lungo periodo, la cosa può creare una società gerarchica nella quale la classe superiore di cittadini con pieni diritti sfrutta la sottoclasse di stranieri senza potere, come succede oggi in Qatar e altri stati del Golfo.

Finché questo dibattito non sarà risolto, sarà estremamente difficile rispondere a tutte le domande successive sull’immigrazione. Dal momento che i pro-immigrazionisti pensano che le persone abbiano diritto di emigrare in un altro paese se lo desiderano, e che i paesi ospitanti abbiano il dovere di farli entrare, reagiscono con rabbia quando il diritto delle persone ad emigrare viene violato e quando i paesi non adempiono al loro ruolo. Gli anti-immigrazionisti sono sbalorditi da tale pensiero. Essi vedono l’immigrazione come un privilegio, e l’ingresso nel paese come un favore. Perché accusare le persone di essere razziste o fasciste solo perché si rifiutano di fare entrare qualcuno nel loro stesso paese?

Ovviamente, anche se permettere agli immigrati di entrare costituisce più un favore che un obbligo, una volta che l’immigrato si stabilisce, il paese ospite incorre in diversi obblighi verso di lui e i suoi discendenti. Non si può giustificare l’antisemitismo negli Stati Uniti dicendo: “abbiamo fatto un favore alla tua bis-bisnonna facendola entrare nel paese nel 1910, ora possiamo trattarti come ci pare”.

DIBATTITO 2: La seconda clausola dell’immigrazione dice che, se gli è permesso entrare, gli immigrati hanno l’obbligo di assimilare la cultura locale. Ma quanto in là deve spingersi l’assimilazione? Se gli immigrati si spostano da una società patriarcale a una società liberale, devono diventare femministi? Se vengono da un paese profondamente religioso, devono adottare una visione del mondo secolare? Devono abbandonare il loro abbigliamento tradizionale e i loro tabù alimentari? Gli anti-immigrazionisti tendono a piazzare l’asticella in alto, mentre i pro-immigrazionisti a piazzarla in basso.

I pro-immigrazionisti sostengono che l’Europa stessa sia estremamente diversa, e che le sue popolazioni native abbiano un ampio spettro di opinioni, abitudini e valori. Questo è ciò che rende l’Europa forte e viva. Perché gli immigrati dovrebbero essere obbligati ad aderire a un’immaginaria identità europea che pochi tra gli stessi europei sentono? Dovremmo obbligare gli immigrati musulmani a diventare cristiani, quando molti cittadini britannici neanche vanno più in chiesa? Se l’Europa possiede dei valori di base, questi sono i valori liberali di tolleranza e libertà, i quali implicano che gli europei dovrebbero mostrarsi tolleranti verso gli immigrati, e permettergli di essere liberi di seguire le proprie tradizioni, a condizione che queste non danneggino la libertà e i diritti degli altri.

Anche gli anti-immigrazionisti sono d’accordo nel dire che la tolleranza e la libertà siano i più importanti valori europei, e accusano molti gruppi di immigrati – specialmente dai paesi musulmani – di intolleranza, misoginia, omofobia e antisemitismo. Proprio perché l’Europa ha a cuore la tolleranza, non può permettere di fare entrare troppe persone intolleranti. Anche se una società tollerante può gestire piccole minoranze illiberali, se il numero di tali estremisti eccede una certa soglia, l’intera natura della società muta. Se l’Europa fa entrare troppi immigrati dal Medio Oriente, finirà per assomigliare al Medio Oriente.

Altri anti-immigrazionisti si spingono oltre. Sottolineano come una comunità nazionale sia molto più di un gruppo di persone che si tollera a vicenda. Dunque non è sufficiente che gli immigrati aderiscano agli standard europei di tolleranza: devono anche adottare molte delle caratteristiche uniche della cultura britannica, tedesca, svedese, o di ovunque si trovino. Facendoli entrare, la cultura locale si assume un grosso rischio e un’enorme spesa. Non c’è ragione per cui dovrebbe distruggere sé stessa. Essa offre piena eguaglianza a condizione di piena assimilazione. Se gli immigrati hanno problemi con certe caratteristiche della cultura inglese, tedesca, o svedese, sono liberi di andare da un’altra parte.

Le due questioni chiave di questo dibattito sono il disaccordo sull’intolleranza degli immigrati e sull’identità europea. Se gli immigrati sono davvero colpevoli di essere incurabilmente intolleranti, molti liberal europei a favore dell’immigrazione, prima o dopo cambieranno idea e vi si opporranno ferocemente. Viceversa, se la maggior parte degli immigrati dimostra di essere liberale e di mentalità aperta nei confronti di religione, genere e politica, la cosa disarmerà alcuni dei principali argomenti contro l’immigrazione.

La cosa lascia aperta, tuttavia, la questione sulle identità nazionali europee. La tolleranza è un valore universale. Ci sono altre norme unicamente francesi che devono essere accettate da chiunque emigri in Francia, o norme unicamente danesi che chiunque emigri in Danimarca deve accettare? Finché gli europei saranno così divisi riguardo tale questione, difficilmente potranno avere una politica chiara sull’immigrazione. Viceversa, una volta che sapranno chi sono, 500 milioni di europei non dovrebbero avere problemi ad assorbire pochi milioni di rifugiati –  o a respingerli.

DIBATTITO 3: La terza clausola dell’affare sull’immigrazione dice che se gli immigrati compiono uno sforzo sincero per integrarsi – e, in particolare, adottare i valori della tolleranza – il paese ospite ha il dovere di trattarli come cittadini a tutti gli effetti. Ma quanto tempo deve passare prima che gli immigrati diventino membri a tutti gli effetti della società? Gli immigrati di prima generazione provenienti dall’Algeria devono sentirsi offesi se non sono visti come francesi dopo vent’anni nel paese? E gli immigrati di terza generazione, i cui nonni sono giunti in Francia durante gli anni ’70?

I pro-immigrazionisti tendono a chiedere un’accettazione rapida, mentre gli anti-immigrazionisti vogliono un periodo di prova molto più lungo. Per i pro-immigrazionisti, se gli immigrati di terza generazione non vengono visti e trattati come cittadini alla pari, significa che il paese ospite non ha rispettato i propri obblighi, e se la cosa sfocia in tensioni, ostilità e perfino violenza, allora il paese ospite deve solo incolpare sé stesso e il proprio bigottismo.

Per gli anti-immigrazionisti, queste aspettative troppo inflazionate costituiscono il problema più grande. Gli immigrati dovrebbero essere pazienti. Se i tuoi nonni sono arrivati qui solo quarant’anni fa, e ora tu manifesti nelle strade perché credi di non essere trattato al pari dei nativi, allora tu hai fallito la prova.

La questione principale del dibattito riguarda il gap tra la scala temporale personale e collettiva. Dal punto di vista delle società umane, quarant’anni sono un periodo breve. È difficile aspettarsi che una società assorba completamente dei gruppi stranieri entro pochi decenni. Le civiltà del passato che hanno integrato gli stranieri e resi cittadini alla pari – come l’Impero Romano, il Califfato Islamico, gli imperi cinesi e gli Stati Uniti – ci hanno messo secoli per ottenere questo risultato.

Da un punto di vista personale, invece, quarant’anni possono essere un’eternità. Per un adolescente nato in Francia vent’anni dopo che i suoi nonni sono emigrati lì, il viaggio da Algeri a Marsiglia è storia antica. È nato qui, tutti i suoi amici sono nati qui, parla più francese che arabo, e non è mai stato in Algeria. La Francia è l’unica casa che conosce, e ora la gente dice che non è casa sua, e che dovrebbe “tornare indietro” in paese nel quale non ha mai abitato?

Finché non sappiamo dire se l’ingresso in un paese sia un obbligo o un favore, o quale livello di integrazione sia richiesto agli immigrati, e quanto velocemente i paesi ospitanti dovrebbero riconoscerli come cittadini, non possiamo giudicare quale delle due parti stia rispettando i propri doveri o meno.

Sorge un altro problema. Quando si valuta l’affare sull’immigrazione, entrambi i lati danno molto più peso ai lati negativi rispetto a quelli positivi. Se un milione di immigrati rispetta le leggi, ma un 1% di loro si unisce a gruppi terroristici e attacca il paese, significa che nel complesso gli immigrati rispettano il patto sull’immigrazione, o che lo sta violando? Se un’immigrata di terza generazione cammina per la strada mille volte senza essere molestata, ma una volta qualche razzista le urla addosso, significa che la popolazione nativa sta accettando o rifiutando gli immigrati?

Qualunque sia la risposta a queste domande, dovrebbe essere quantomeno essere evidente che il dibattito europeo sull’immigrazione è ben lontano dall’essere una battaglia tra bene e male. È sbagliato etichettare tutti gli anti-immigrazionisti come “fascisti”, proprio come sbagliato indicare tutti i pro-immigrazionisti come dediti al “suicidio culturale”. Dunque, il dibattito sull’immigrazione non deve essere ridotto ad una battaglia senza compromessi che ruota attorno a qualche imperativo morale non negoziabile. È una discussione tra due posizioni legittime, che devono essere decise attraverso le normali procedure democratiche.

(da The Economist – Traduzione di Federico Bezzi)

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