Il Sudafrica va in pezzi ma Obama applaude

Il Sudafrica va in pezzi ma Obama applaude

Celebrare i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela, in Sudafrica, con l’ex presidente USA Barack Obama: folle oceaniche, arena stracolma, labari al vento, fanfare gloriose. Acclamare Mandela, da morto, e celebrare la fine dell’apartheid è un compito molto semplice da realizzare, mentre uno sguardo cosciente ed analitico a ciò che il Sudafrica sta vivendo nella realtà è senza dubbio meno “entertaining” come direbbero Oltreoceano.

Partiamo però dai ditirambi e dalle frasi pompose che Obama ha prodotto in quest’occasione, a Johannesburg in Sudafrica martedì scorso. È riuscito, innanzitutto, a lamentarsi per tutti i quattrini che ha messo da parte e che gli garantiscono una vita sin troppo lussuosa; abbiate fede, non è una critica mossa dal sottoscritto a Obama, ma sono le sue testuali parole a confermarlo: “Devo aggiungere, comunque, che sono sorpreso dalla quantità di soldi che ho… Puoi mangiare così tanto, puoi avere una casa grande, puoi fare tanti bei viaggi. Voglio dire che può bastare”. Quanta umanità, che modestia, roba da rigore benedettino.

Ha proseguito criticando indirettamente Donald Trump senza mai nominarlo, e ha avuto persino l’ardire di sottolineare la vittoria della nazionale francese come esempio preclaro di quanto multiculturalismo e idiozie propagandistiche simili siano “vincenti”. Adoperare una vittoria sportiva come strumento di lotta politica non era considerato “inadeguato” o roba da “regimi dittatoriali”?

Senza dover ricordare la condizione nella quale ha lasciato gli Stati Uniti, Barack Obama si è dimostrato rampante nel corso del centenario di Mandela; la domanda sorge facilmente: il Sudafrica, oggi, in che condizioni è? La risposta, nonostante le sinfoniche overture nelle quali l’ex presidente Usa si è esibito, è amara e velenosa: la nazione alla fine del continente africano ha una pessima salute.

Questa considerazione non può ovviamente portarci a glorificare l’odioso sistema dell’apartheid, che non è stato comunque un unicum nella storia mondiale e ha visto le sue applicazioni anche all’ombra della Statua della Libertà e tutt’oggi vive sotto mentite spoglie altrove, ma deve farci necessariamente scontrare anche con forza con ciò che la realtà dei fatti ci comunica. Celebrare Mandela e oscurare il fallimento di una nazione è un atto ipocrita.

Da Città del Capo, sulla costa occidentale sudafricana, giunge notizia che per volontà di un sovrano khoisan, ossia di popolazioni originarie del Sudafrica ma non di etnia bantu, si è autocostituito lo “Stato sovrano di Buona Speranza” compiendo una sorta di atto di secessione dallo stato centrale sudafricano. Il re, Khoebaha Calvin Cornelius III, ha fatto ammainare la bandiera nazionale sostituendola con quella del suo nuovo stato secessionista, ha affisso una sorta di sfratto per il governatorato locale e ha invitato, tramite un video pubblicato anche dal giornale sudafricano The Citizen, l’attuale presidente Ramaphosa a mostrare il rispetto che generalmente si è sempre tributato per i re come per quelli zulu.

Nell’atto di “notifica dello sfratto”, si legge quanto segue: “Vi informiamo della decisione del Re e del popolo khoisan di secedere dal Sudafrica… Poiché non avete ritenuto opportuno rispondere, secondo un principio del diritto internazionale, ciò sta a significare non solo che avete comunque ricevuto tale comunicazione ma che avete tuttavia accettato le condizioni del nostro atto di secessione”. Sicuramente un atto provocatorio di chiara matrice politica, ma che denota quanto una parte dell’opposizione organizzata sudafricana sia non solo sul piede di guerra ma rappresenti una reale frattura sociale nella nazione.

Punto preoccupante del testo, e che denota lo stato nel quale versa la società “liberata” sudafricana, è il seguente: “Gli altri cittadini della Repubblica del Sudafrica che rimarranno nello Stato Sovrano di Capo di Buona Speranza devono registrarsi entro 48 ore dichiarando che sono ‘alien’. Dovranno regolarizzare il loro status di ‘alien’ col nostro dipartimento per l’immigrazione affinché la loro permanenza sia estesa o per stabilire in quali casi dovranno andarsene immediatamente”.

Diamo ora uno sguardo all’economia, per comprendere se vi è un “successo”: no, nel modo più radicale. Il Financial Times, già 5 mesi fa, se ne occupava: la corruzione è considerata un vero e proprio cancro, lo sviluppo è stagnante, la disoccupazione sebbene ufficialmente sia al 26,7% arriva nei fatti al 30%.

Come se non bastasse, nell’analisi si trova la palla al piede che frena lo sviluppo sudafricano e cioè la mancanza di produttività e progresso della stragrande maggioranza del Paese: le zone progredite sono rallentate nello sviluppo dal resto della nazione, dove 17milioni di persone (un terzo della popolazione) ricevono sovvenzioni mensili per sopravvivere e galleggiare al di sopra dell’oscuro oceano della povertà. I pescecani della finanza già girano attorno al corpo del Sudafrica, come gli avvoltoi, riducendo il “rating” del debito mentre la crescita è statica all’uno per cento.

“La terra agli africani” e “Solo chi è nero è africano”? Mal gliene incolse: il politico australiano Andrew Board, membro del parlamento australiano per il Partito nazionale e già presidente della Victorian Farmers’ Federation, è stato laconico circa le innumerevoli richieste di agricoltori bianchi del Sudafrica di volersi trasferire in Australia. “Se portassimo via i contadini dal Sudafrica, li rapineremmo della loro capacità di poter coltivare quella terra e dunque sfamare la popolazione. Perciò sarebbe meglio che collaborassimo col governo sudafricano per far valorizzare questi contadini bianchi, piuttosto che aiutarli a scappare”.

Come riporta l’Australian Broadcasting Corporation riportando le parole di Board, l’esempio negativo dello Zimbabwe è dinanzi agli occhi: se questi contadini proprietari fuggiranno, nei fatti si vaporizzerà l’insieme delle loro conoscenze e della loro esperienza nel settore agricolo. Un fenomeno terrificante, se si pensa che dopo furti, minacce e violenze, ci sono 15mila contadini bianchi boeri pronti a fuggire verso la Federazione russa e a chiedere accoglienza: la regione attorno alla città russa di Stavropol’, a 7 ore di auto da Volgograd e non molto distante dal Mar Nero, sembrerebbe la meta preferita per il clima favorevole all’agricoltura. La paura dei contadini bianchi è cresciuta soprattutto dopo la decisione politica di riformare l’articolo 25 della Costituzione sudafricana, permettendo l’esproprio senza indennizzo delle terre.

A Obama e al circo del “politicamente corretto” piacciono i disastri, forse, ecco perché festeggiano; probabilmente Mandela non avrebbe perso tempo a celebrare chissà che: ci sarebbe molto lavoro da fare per risollevare il Sudafrica e il suo destino.

(di Pietro Vinci)

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