Giovanni Gentile, faro dell'idealismo italiano

Giovanni Gentile, faro dell’idealismo italiano

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Il 29 maggio 1875 nasceva a Castelvetrano, provincia di Trapani, Giovanni Gentile. Attualista ed idealista nell’ambito della sua visione filosofica, Gentile rivendica fervidamente l’unione tra spirito e materia, ispirandosi (per il primo caso) a Fichte, secondo il quale lo spirito è un “pensiero puro“, cioè la contrapposizione tra la soggettività rappresentata dall’arte e l’oggettività rappresentata dalla religione.

Oltre al fascismo, Giovanni Gentile è vicino al liberismo, ma solo nella concezione hegeliana di esso, poichè in sede di stesura, nel 1932, insieme a Benito Mussolini, della Dottrina del Fascismo, dal liberismo ottocentesco tipico degli ambienti medio ed alto-borghesi ne prende completamente le distanze.

La visione liberista di Giovanni Gentile ha come corollario la valorizzazione dell’individuo e la maturazione delle sue libertà all’interno dello Stato e dai limiti da esso imposti. Fondamentale la questione dello Stato etico, portato in auge da Giuseppe Mazzini e dal Risorgimento, quel Risorgimento tradito – secondo il filosofo siciliano – dalla democrazia liberale del periodo giolittiano e ripreso, nei suoi valori più patriottici e primordiali, da fenomeni storicamente importanti ed eroici come l’arditismo durante la I Guerra Mondiale, che fece da sottobosco alla futura nascita, il 23 marzo 1919, del fascismo.

In merito a quest’ultimo, stando alle teorie di Augusto del Noce, politologo e filosofo italiano, fu proprio Gentile il primo ideologo assoluto del movimento sansepolcrista e diciannovista, con la pubblicazione de ” La Filosofia di Marx” nel 1899, in cui fa una critica severa al materialismo di matrice marxista ma, al contempo, spende parole entusiastiche e di elogio nei confronti dell’ideologia della prassi legata alla sua visione filosofica idealista che susciteranno l’approvazione e le ammirazione da parte di Vladimir Lenin, il leader della Rivoluzione d’Ottobre, compiutasi il 7 novembre 1917.

In materia di neo-hegelismo (uno dei temi maggiormente discussi all’interno degli ambienti filosofici agli inizi del ‘900) a differenza del liberale Benedetto Croce – il quale si fa promotore della visione storicista di esso nel suo Saggio sullo Hegel del 1913 – il fascista Giovanni Gentile è fautore della visione della coscienza, spiegata per filo e per segno nel saggio “La Riforma della Dialettica Hegeliana”, sempre del 1913.

Il 15 aprile 1944, a Firenze, viene crivellato di colpi da una banda di affiliati ai GAP guidata da Bruno Fanciullacci. Nel capoluogo toscano, per assecondare la squallida retorica resistenziale e non rovinare l’immagine di “medaglia d’oro della resistenza” non è presente tuttora alcuna targa commemorativa che ricordi questo gigante della cultura italiana.

Eppure per un pieno studio ed una comprensione del fascismo, distante dalle propagande ad-hoc dei soliti prezzolati piazzati ad arte nelle facoltà universitarie italiane, diventate luogo di potere invece che luogo di ricerche a 360 gradi senza pregiudiziali alcune, oltre a figure come Berto Ricci, Niccoló  Giani, Giorgio Chiricho, Julius Evola ed Alessandro Pavolini, bisogna rivolgersi proprio a lui, ai suoi scritti e alla sua cultura. Quella cultura che il conformismo antifascista odierno e la sua violenza verbale e fisica possono solo sognarsi.

(di Davide Pellegrino)

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