Eric Zemmour dissenso

Puntare su Eric Zemmour, senza calcoli

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Eric Zemmour è l’ultimo nome interessante nella lotta contro il dominio progressista dell’Occidente. E lo è non per astruse utopie, ma semplicemente perché è venuto fuori dopo un periodo di enorme stallo della politica francese ed europea. Dopo che Marine Le Pen aveva – da tempo – tirato i remi in barca, dopo che lo stesso Matteo Salvini ha fatto lo stesso in Italia. Si affacciano, ottengono consensi, poi vengono istituzionalizzati. Continuerà ad essere così anche in futuro, ma non possiamo prevedere quando verrà fuori la “ciambella giusta”. Il dato assolutamente positivo è che, mai come per il sovranismo, il detto “morto un Papa se ne fa un altro” sia assolutamente valido. Dopo ogni caduta, emerge sempre una nuova figura o un nuovo movimento. E non può che essere un bene.

Eric Zemmour, nuova forma di dissenso: vedremo dove arriverà

La cosa più interessante di Eric Zemmour è che non è un francese purosangue, ma tutt’altro. Il giornalista è infatti un ebreo di origine algerina, sebbene nato a Montreal, quindi in terra transalpina. Nonostante la sua provenienza esotica, Zemmour ha preso in carico, ma forse a cuore, pienamente la battaglia per la salvezza del popolo francese dall’estinzione e dalla “grande sostituzione” (un concetto forse estremo e – probabilmente – più corretto nella versione della “grande trasformazione” di Alain De Benoist).

Lo si evince dal suo discorso di candidatura alla presidenza della Repubblica Francese, pronunciato il 5 dicembre e tradotto dal Centro Machiavelli:

Per mesi ho attraversato la Francia, incontrando i francesi. Due paure li tormentano. Una è quella del grande declino, con l’impoverimento dei francesi, il declino della nostra potenza e il crollo della nostra scuola. L’altra è quella della grande sostituzione, con l’islamizzazione della Francia, l’immigrazione di massa e l’insicurezza permanente.

Sappiamo che la Francia è diventata più povera negli ultimi anni. Sentiamo le difficoltà di tanti francesi a sbarcare il lunario. Comprendiamo il dolore che i dirigenti d’azienda provano in mezzo a tasse, leggi e regolamenti. Soffriamo per il declino del nostro potere nel mondo. Voglio affrontare queste paure. Per evitare che i nostri dipendenti diventino più poveri, voglio vedere una retribuzione più alta. Non è normale avere un tale divario tra i salari netti e lordi. Non è normale che lo stipendio lordo sia così alto per i capi e lo stipendio netto così basso per gli impiegati. Voglio ridare potere d’acquisto ai dipendenti più umili: ridurrò quindi i contributi che pagano, per restituire ogni anno una tredicesima ai dipendenti che guadagnano il salario minimo. Ogni mese riceveranno 100 euro in più. Ciò è giusto: si tratta del frutto del loro lavoro.

Non posso pensare che i nostri lavoratori, soprattutto i più poveri, debbano finanziare a spese loro un modello sociale che è diventato obeso perché aperto a tutto il mondo. La solidarietà deve ridiventare nazionale e, nel corso di questa campagna, non smetterò di ripeterlo, affinché i francesi possano uscire dalla spirale negativa.

Affinché le nostre imprese smettano di essere impoverite, fin dalle prime settimane del mio mandato, ridurrò massicciamente le imposte di produzione per tutte le imprese, perché non è normale tassare un’impresa prima ancora che abbia potuto realizzare un profitto. Voglio che le piccole imprese beneficino di una riduzione sull’imposta sulle società: perché le grandi imprese, con i loro eserciti di esperti fiscali, riescono a pagare meno rispetto alle nostre piccole e medie imprese? Voglio che riacquistino un margine di manovra per avere la capacità di investire e assumere!

Perché non ha senso arrendersi

Atteggiamenti sfiduciati non servono a granché. Zemmour potrà, come altri prima di lui, essere marginalizzato, depotenziato, ostacolato, o potrà sottomettersi e farsi corrompere. Si tratta di una consapevolezza che dovremo sempre tenere viva nella mente, perché il nemico è molto – ma molto – più forte di noi, dispone di mezzi culturali e istituzionali infiniti, è in grado di censurarci e perfino truccare votazioni senza colpo ferire, se ne ha voglia. Quando si ha a che fare con un dominus, funziona così. Da sempre.

Zemmour è già stato messo in difficoltà con la solita formula-trucco dell’ “incitamento all’odio” un paio di anni fa. In immigrazionese, significa “vietato criticare l’immigrazione”. Per ora, ancora non si è piegato, anzi. Ma sappiamo bene che tutto diventerà più ostico man mano che le possibilità di arrivare al potere si faranno più concrete.

In ogni caso, non è un buon motivo per mollare. Negli ultimi dieci anni abbiamo acquisito diversi risultati “stabili”, nonostante l’estrema volatilità dei leader politici e la loro costante sottomissione ai dominus ogni qualvolta i consensi elettorali diventino importanti. Abbiamo visto che metà della popolazione europea è ora ostile all’Ue o quanto meno profondamente scettica a riguardo. Abbiamo visto la Brexit. Abbiamo visto le “secessioni giuridiche” polacche e le sempreverdi resistenze ungheresi. Ci sono delle stabilità e dei punti ormai acquisiti, nel dissenso. In dieci anni, non è poco.

Molto altro si dovrà fare e siamo solo all’inizio. Di certo, si dovrà supportare senza farsi troppe domande il leader politico dissidente “di turno”, nella speranza che arretri meno dei predecessori e – chissà – magari che non arretri affatto. E nel caso di una delusione, avanti il prossimo. Perché, sembrerà banale, ma il discorso è sempre lo stesso: non c’è niente da perdere.

(di Stelio Fergola)

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