Thomas Carlyle

Thomas Carlyle, il culto degli eroi e l’eroico nella storia

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Thomas Carlyle, uno studioso da approfondire

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” così affermava il noto poeta, drammaturgo, regista teatrale e saggista tedesco Bertold Brecht nato ad Augusta il 10 febbraio 1898 e morto a Berlino Est il 14 agosto 1956, in una frase che rende evidente il carattere egualitario e livellatore dell’ideologia comunista, in cui tutti gli individui sono omogeneizzati e le differenze tra di loro sono annullate, nel tentativo di sostituire all’uomo la massa informe e anonima.

Thomas Carlyle, le origini

Nel 1841 un pensatore, storico e matematico scozzese nato il 4 dicembre 1795 nel piccolo villaggio di Ecclefechan – situato nella zona di Dumfries e Galloway – morto a Londra il 5 febbraio 1881, Thomas Carlyle, proveniente da una famiglia di umili origini di stretta osservanza calvinista, pubblicava un’opera che è in netto contrasto con l’ideologia comunista e l’affermazione brechtiana pessimista sul ruolo dell’eroe nella storia dei popoli: essa si intitola appunto On heroes, hero-worship and the heroic in history e costituisce uno dei libri più noti di Carlyle che può essere annoverato a giusta ragione tra i più importanti filosofi europei conservatori dell’Ottocento.

Nella sua intera opera possiamo trovare una critica del mondo moderno che, proiettato verso “le magnifiche sorti e progressive”, sta perdendo di vista i valori più profondi della vita.

Potremo definirlo, molto approssimativamente, uno “Julius Evola dell’Ottocento”, un radicale conservatore nemico di quel mondo uscito vincitore dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, che ha portato sì al progresso tecnico-scientifico ma anche ad un’aridità in campo pirituale e al fiorire di ideologie atee e materialiste come il marxismo comunista e l’economicismo liberalcapitalista per il quale l’uomo è solo un produttore-consumatore e i moderni fenomeni come il mondialismo e la globalizzazione non sono solo che l’ultimo stadio del loro sviluppo.

Ecco allora Thomas Carlyle delineare il suo concetto di eroe che, sollevandosi dalla massa per doti eccezionali che la natura gli ha concesso, ha avuto l’arduo compito di essere un profeta, un sovrano, un legislatore, un poeta, un sacerdote, un letterato, una divinità che ha determinato e mutato il corso della storia salvando il suo popolo dal pericolo.

Infatti, che cosa sarebbe stata la storia dell’umanità senza personalità eccezionali quali Maometto, Napoleone Bonaparte e Oliver Cromwell, Dante Alighieri e William Shakespeare, Martin Lutero, Odino? Sono questi, infatti, i personaggi principali analizzati da Carlyle a cui potrebbero aggiungersi altri nomi che conosciamo bene per aver avuto un ruolo di primo piano nella storia del XX secolo come Winston Churchill, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Iosif Stalin, Franklin Delano Roosevelt e Hideki Tōjō, l’importante generale e uomo politico nipponico che ebbe rilevanza durante la Seconda Guerra Mondiale. Della “teoria del grande uomo” a cui si associa il nome di Carlyle, è proprio il Führer che nel Mein Kampf scrisse nel 1925:

“Non si comprese mai, che la forza di un partito politico non si trova nella grande e singola intelligenza nei componenti ma in una ordinata subordinazione dei componenti verso il comando intellettuale. Ciò che decide è la medesima direzione. Se due eserciti combattono, non trionferà quello dove ogni componente ha la più elevata cultura militare, ma quello che ha un comando più forte e contemporaneamente la truppa più obbediente e resa più abile”.

Oltre alla presenza tra gli eroi di personaggi realmente vissuti vi figura anche Odino-Wotan, dio principale del paganesimo e della miti nordici, e ciò dimostra che anche figure leggendarie e mitologiche assumono presso i popoli valenza di guida spirituale allo stesso livello di condottieri quali Carlo Magno o Napoleone, e che la religione e una superiore idea politica possono davvero mobilitare masse enormi pronte a sacrificarsi per la loro vittoria, e quello che più conta, a fondersi col proprio capo.

Non dobbiamo tuttavia considerare Carlyle un reazionario tout court, certamente avversario della democrazia, del liberalismo oltre che del marxismo, quali espressioni di relativismo e utilitarismo, ma leggendo bene la sua biografia il filosofo manifesta la propria simpatia per le classi meno abbienti, proponendo la partecipazione degli operai agli utili delle aziende, soluzione davvero innovativa per la fine dell’Ottocento, idea ripresa poi da Mussolini con il programma approvato in Piazza San Sepolcro a Milano dei Fasci Italiani di Combattimento il 23 marzo 1919 e rilanciato durante i seicento giorni di vita della Repubblica Sociale Italiana come punto programmatico del Manifesto di Verona durante il primo e unico congresso del Partito Fascista Repubblicano.

Thomas Carlyle può essere ritenuto un aristocratico dello spirito, nel senso di un’aristocrazia che sia etimologicamente intesa «governo dei migliori».

Le critiche a Carlyle

Una delle critiche più aspre della formulazione della “teoria del grande uomo” proposta dal filosofo scozzese fu quella di Herbert Spencer, (1820-1903), filosofo britannico di formazione liberale e teorico del darwinismo sociale, il cui pensiero è ben espresso in questa affermazione:

“L’intero sforzo della natura è di sbarazzarsi dei falliti della vita, ripulendo il mondo della loro presenza e facendo spazio ai migliori.”, e che riteneva l’attribuzione degli eventi storici alle decisioni di qualche individuo fosse una posizione sconfortantemente primitiva, puerile e non scientifica. Credeva che gli uomini che secondo Carlyle erano “grandi” fossero semplicemente i prodotti del loro ambiente sociale; al proposito, scrisse in The Study of Sociology del 1896:
“Si deve ammettere che la genesi del grande uomo dipende dalla lunga serie di complesse influenze che ha prodotto la razza in cui egli appare, e lo stato sociale in cui quella razza è lentamente cresciuta […] Prima che egli possa rifare la sua società, la sua società deve fare lui”.

Un’altra critica della teoria di Thomas Carlyle, quella di Friedrich Nietzsche (1844-1900), merita di essere trattata separatamente, in quanto spesso si è spesso portati a credere, per motivi plausibili, che ci siano delle affinità di vedute tra la filosofia di Carlyle e quella nietzscheana del superuomo e della morale aristocratica. Tuttavia, ad un’attenta e completa lettura, le cose possono apparire diversamente. Vale la pena, dunque, di riportare alcune citazioni di Nietzsche
nei riguardi di Carlyle tratte da Ecce Homo3 del 1888: “La parola ‘superuomo’, che designa un tipo ben riuscito al massimo grado, in contrapposizione all’uomo ‘moderno’, all’uomo ‘buono’, ai cristiani e altri nichilisti […] è stata intesa quasi ovunque, con totale innocenza, nel senso proprio di quegli stessi valori il cui opposto si è manifestato nella figura di Zarathustra, cioè come tipo ‘idealistico’ di una specie superiore di uomo, mezzo ‘santo’, mezzo ‘genio’ […].

Altri dotti bestioni mi hanno sospettato per questo di darwinismo; hanno persino trovato segni di quel «culto degli eroi», da me così duramente respinto, di quel grande falsario inconsapevole e involontario, Carlyle.»

“Ho letto la vita di Thomas Carlyle, questa farsa inconsapevole e involontaria, questa interpretazione eroico-morale di stati dispeptici. Carlyle, un uomo dalle parole e dagli atteggiamenti vigorosi, un retore per necessità, costantemente punzecchiato dal desiderio di una fede robusta e dal sentimento della propria incapacità a conseguirla (in questo un tipico romantico!). Il desiderio di una fede robusta non è la prova di una fede robusta, ma piuttosto il contrario. […] Carlyle stordisce qualcosa in se stesso con il fortissimo della sua adorazione per gli uomini di fede robusta e con il suo furore contro i meno sempliciotti: gli è necessario lo strepito”

La lettura de Gli eroi, il culto degli eroi e l’eroico nella storia4 è quindi consigliata a chi, nel compiere il proprio dovere, si dona alla comunità con sentimenti di sincerità, purezza e disinteresse e, più in generale a chiunque si senta investito di una “missione” particolare, trascendendo i compromessi e i sotterfugi che la civiltà del benessere ha visto crescere in seno come un cancro, da estirpare il più presto possibile.

(di Franco Brogioli)

Note:
1. Edizioni di Ar, Padova, 2009. (Ristampa anastatica dell’edizione Valentino Bompiani,
Milano, 1941). Nuova traduzione: Thule Editrice Italia, Roma, 2019.
2. Scholarly Publishing Office, University of Michigan Library, 2005
3. Adelphi, Milano, 1991.
4. BUR, Milano, 1992. Nuova Edizione, Gli eroi, Oaks Editrice, Sesto San Giovanni (MI), 2018.

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