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Il Dio nascosto: storia del mutamento e dell’eclissi del divino

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Vivono certo gli Dei, ma sopra il nostro capo, in un diverso mondo. Operano senza fine e poco sembra si curino se noi viviamo…” (1), scriveva il poeta Hölderlin  nel  suo poemetto “Pane e vino” (che impressionò pure Heidegger per la sua preveggenza), notando con sgomento, come gli Dei presenti nella natura si fossero allontanati, forse per sempre, dal nostro mondo. Una fuga che in quel tempo ci risparmiò  una terribile punizione, che è stata rimandata, e lo si vede, in periodi più recenti.

 

L’eclissi del sacro

Quasi un secolo dopo, Friedrich Nietzsche annunciava, nel celeberrimo aforisma 125 della “Gaia scienza”, la morte di Dio. Nel primo caso riguardante il poeta, era presente la profonda nostalgia del mondo antico, in cui fiumi, boschi, monti, laghi, mari erano sacri per i più. Egli, per primo, avvertì sentimentalmente il pericolo incombente della distruzione della natura per opera di una cultura scientifica meccanicistica legata al nuovo modo di produzione capitalistico, comprendendo in modo allegorico il dramma universale di tale evento.

Nel secondo caso Nietzsche prendeva atto che non solo il sacro stava scomparendo, ma anche tutta la teologia e la metafisica del Cristianesimo erano ormai cadute verso un irreversibile declino. Al loro posto, egli prediceva (Nietzsche più che un filosofo è da considerarsi un profeta) che anche i surrogati di Dio, ovvero le venture ideologie pervasive come fascismo, nazismo, socialismo e comunismo sarebbero state spazzate via, e che sarebbe subentrata l’età del nichilismo attivo, quella che sarebbe stata dominata dal superuomo.

 

La scomparsa nichilista delle ideologie

Ma anche il superuomo artista e creatore, che per un ventennio ha cercato di imporsi in modo talvolta artefatto, ha fallito: per cui oggi, come è facile osservare, rimane solo la cappa di un nichilismo passivo che permea le società nella sua copertura totalitaria, all’interno del quale nulla è vero. La distruzione della memoria, della memoria storica dei singoli popoli, l’omologazione del pensiero ottenuta con il pensiero politicamente corretto, il dominio di pochissimi oligarchi che con le loro enormi ricchezze controllano tutti i mass-media a livello mondiale, l’imposizione di un macchinismo tecnico sono il carattere universale del nostro tempo.

La volontà di potenza dell’oligarchia finanziaria è al massimo grado, visto che possiede quasi tutte le ricchezze della terra. In effetti tutte le ideologie sono quasi interamente scomparse. Le religioni superstiti sono prive di un qualsivoglia fervore, e solo il nulla esistenziale si palesa. Le uniche eccezioni, pur anch’esse in difficoltà, sono rappresentate da una parte dell’Islam tradizionale che ancora resiste grazie al suo senso della comunità dettata dalla dottrina della verità unica (Et-tawhid-wahid), che implica la sottomissione incondizionata a Dio, e il cristianesimo ortodosso russo, ancora indistruttibile per il suo legame con il fortissimo spirito nazionale vissuto dai Russi a causa della loro storia drammatica. Quindi Dio, ci si domanda, è proprio morto, e tutti gli Dei del tutto scomparsi? La risposta richiede alcuni chiarimenti.

 

La via che conduce all’ateismo

Quando si parla di Dio ci si riferisce sia a quello delle religioni (adorato per fede), sia al Dio dei filosofi (creduto per ragione). Se Dio è davvero morto, Egli è da considerarsi, perciò, soltanto la più grande alienazione dell’uomo, del suo pensiero e del suo sentimento, che ha trasferito fuori di sé l’idea dell’onnipotenza e dell’infinitudine, cristallizzandola in una specie di dio ottativo, ovvero di un dio che l’uomo avrebbe voluto essere, come pensava Feuerbach? Oppure è stato il Dio inteso come infinito trascendente ed eterno che è stato solo un’immagine distorta e allucinata  che nasconde il “vero” dio, il dio finito, immanente e coincidente con la Natura, ossia il Dioniso predetto da Nietzsche-Zarathustra che ama la terra e il suo destino tragico?

E’ chiaro che entrambe queste due vedute filosofiche conducono inevitabilmente all’ateismo. Infatti in Feuerbach, e dopo di lui Marx, il finito-essere (l’uomo), estraniandosi da sé, produce l’infinito divino, per cui, una volta che si è compreso che Dio è una creatura dei bisogni umani, e non viceversa, si stabilisce che il fondamento del tutto è l’uomo stesso, in quanto ente finito pensante. E in Nietzsche il risultato è lo stesso, poiché il superuomo è comunque un ente finito che celebra se stesso in una apoteosi dionisiaca. Con queste due teorie si ha conseguentemente il risultato che quando l’essere finito o un ente finito sono concepiti come il fondamento di tutto, il nichilismo ateo è il necessario approdo logico: tutto ciò che finisce, nasce e muore; per cui senza un fondamento eterno, il fondamento diventa nullo, ossia pura trasformazione in divenire, caotica e insensata, scaraventata verso un abisso oscuro in cui il tutto transeunte può scomparire per sempre.

 

I tentativi di dimostrare l’esistenza di Dio

D’altro canto, tutte le prove che sono state architettate per dimostrare l’esistenza di Dio, anche con estremo ingegno, sono state tutte smontate per la loro insufficienza logica. E ciò che è illogico, non è mai vero, come aveva dimostrato il grande Aristotele.

Ad esempio le cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio presentate nella “Summa theologiae”  di San Tommaso sono inficiate dal fatto che da una causa finita, presa a posteriori, ovvero empirica, non si  può pervenire ad un effetto infinito (ad es. dal movimento non si può ricavare l’immobilità): sarebbe un salto ontologico e logico impossibile da accettare, come spiegheranno in modo inoppugnabile Spinoza, Hume e Kant. La stessa prova ontologica di Sant’Anselmo, molto più acuta e sottile, risultava esposta alla critica che considerava come il concetto astratto  di perfezione era in contrasto con la realtà concreta dell’esistenza, che non è mai in sé puro pensiero; fra l’altro il perfetto in quanto tale è immobile, poiché se si muovesse sarebbe imperfetto e questo non spiegherebbe l’esistenza del mondo, che essendo in divenire, è imperfetto per struttura.

In base a questi brevissimi cenni si giunge alla conclusione che la mente umana è limitata ed è perciò inadeguata a conoscere Dio.

 

Osho ed il ragionamento su Dio

Le domande che scaturiscono da tali considerazioni sono: vale la pena ragionare su ciò che è indimostrabile ed ineffabile? E come si può affermare che Dio c’è, se non possiamo provarne l’esistenza e tanto meno conoscerlo? Domande che tutti coloro che si sono aperti, anche superficialmente a questo tema, si sono necessariamente posti. Una indicazione figurativa, per aiutarci a comprenderlo, può esserci fornita da Shree Rajneesh, detto Osho,  in suo aneddoto: un guru fu sfidato da il famoso filosofo ateo del suo tempo a discutere sull’esistenza o meno di Dio.

Di fronte ad un folto pubblico il filosofo argomentò per circa due ore cercando di convincere gli astanti che Dio non esisteva e che era appunto una invenzione umana. Al termine della lunga prolusione, diede poi la parola al guru, affinché questi potesse, se ne era capace, di superare, contrastandoli, tutti gli argomenti profusi. Il guru tacque. Il filosofo, convinto delle proprie ragioni, si ritenne vincitore della sfida. A questo punto il guru rispose con la seguente frase: “Non ho bisogno di dimostrare l’esistenza di Dio, poiché tu l’hai spiegata benissimo da solo ed io non potrei fare di meglio”.

Tutti rimasero sbalorditi da quelle parole, e solo pochi all’inizio ne capirono il senso: il guru voleva dire che l’intelligenza del filosofo-antagonista nel tentare di dimostrare la non-esistenza di Dio era stata così sottile e sagace, che era appunto quella sua grande intelligenza che dimostrava la stessa esistenza di Dio. L’intelligenza del resto è ovunque, essa è l’anima del mondo che tutto forma: la si può notare inconfutabilmente nell’estremo piccolo e nell’estremo grande.

 

L’osservazione di Dio con l’intelligenza umana

Le leggi universali della fisica, la gravitazione, l’elettromagnetismo, i quanti, gli insetti, le leggi logiche, insomma tutto, rivelano la presenza di una Intelligenza universale che noi umani possiamo solo osservare, ma non spiegarne il perché ultimo, poiché essendo noi enti limitati, non possiamo comprendere, per l’appunto,  né le essenze ultime, nè tantomeno Dio. Per cui l’intelligenza pura, o se si vuole, l’Io penso intellettuale concepito da Kant,  cade in antinomie logiche insuperabili.

C’è però da dire che da Cartesio in poi il pensiero moderno concepisce solo la preminenza di una ragione calcolante che, sia pure coi i suoi limiti, può rivelare la verità (relativa) dei fenomeni naturali esteriori. Tuttavia essa è puramente descrittiva. Infatti tutti i filosofi e scienziati che hanno concepito, facendola prevalere, la visione tecnico-matematica dell’Essere come dominante nella nostra epoca, disconoscono il fatto che ci sia da parte dell’uomo pensante una capacità che vada oltre l’intelletto astratto calcolante: ossia essi negano che egli possieda la capacità di una intuizione intellettuale che trascenda i limiti imposti dall’intelletto kantiano, che sono vincolati all’esperienza. Una negazione che implica in sé la distruzione di una qualsiasi metafisica o teologia: in altre parole ci si accorda con Hume, Wittgenstein, col circolo di Vienna, i quali  promuovono la pretesa di distruggere il pensiero pensante ed ogni forma di logica che non sia matematica-calcolante.

 

L’intuizione intellettuale

Ma, ammesso che ci sia, che cosa si intende per intuizione intellettuale? Di solito si dice banalmente che quando un filosofo non sa spiegare il senso profondo di una sua dimostrazione, egli ricorra spesso all’uso di questo termine, che per la sua vaghezza, può, almeno parzialmente, giustificare la sua tesi. In realtà il termine intuizione deriva dal latino “intuere”, che significa  veduta immediata ed anticipatrice, ossia un “guardare dentro”. Lo stesso Kant usava il termine tedesco “Anschauung”, che significa proprio “sguardo, veduta”.

Ora, nella storia della filosofia questa parola si è legata ad aggettivi qualificativi, come intuizione empirica, pura ed intellettuale. I primi due aggettivi la collocano sempre nel mondo dell’esperienza legata ai sensi, mentre l’intuizione intellettuale trascende i limiti di questa, ponendosi su di un piano sovra-empirico. Per cui essa è ineffabile e indefinibile. In sintesi il problema è: essa è una chimera, oppure è la componente spirituale più potente del nostro spirito?

 

Dio ed i concetti dell’Essere

L’aurora del nostro pensiero europeo nasce con Anassimandro di Mileto il quale affermava che il principio degli esseri viventi, ossia Dio, era l’Infinito. L’Infinito è l’illimitato, che comprende tutto ciò che è manifestato e ciò non è manifestato. In quanto tale l’Infinito, non avendo fine, non ha un inizio, per cui è eterno (senza tempo), indeterminato (non può essere parte di un qualcosa perché sennò sarebbe finito), unico (se fossero due sarebbero limitati). Leibniz prima, poi Guènon affermarono inoltre che Dio è Possibilità Totale, per cui l’impossibile non è possibile perché una qualsiasi impossibilità implica una limitazione dell’infinitudine. Possiamo aggiungere anche che Dio è Necessità assoluta, in quanto se non ci fosse tutto sarebbe contingente, e la contingenza in sé non ha un fondamento, ossia è nulla assoluto.

Ora, se ci si domanda che cosa siano, l’infinito, l’eterno, l’unico, l’indeterminato e così via, non potremmo mai dare una risposta convincente ed esaustiva. Questi “concetti”, come anche quelli di Essere e Non-essere sono talmente astratti che sono indescrivibili, perché non accertabili con l’esperienza diretta. Essi sono, più che concetti, le intuizioni intellettuali della nostra mente. Tuttavia, pur nella loro astrattezza,  senza di esse non potremmo pensare. Facciamo alcuni esempi: se non ci fosse l’intuizione dell’infinito, si potrebbe ragionare in termini matematici, basati sull’infinito numerico? Oppure avvertire il senso indefinito del tempo che scorre? O, ancora, potremmo avere la capacità di sintesi che riporta il molteplice fenomenico all’unità autocosciente che ordina tutti i dati percepiti? Ecco, queste semplici domande implicano risposte che dovrebbero far capire che i principi fondamentali del nostro conoscere non sono in sé conoscibili, ma sono necessari per la nostra conoscenza.

 

Il pensiero umano nel suo sviluppo totalizzante

Da queste considerazioni possiamo dedurre altresì che  pensiero non è un  prodotto evolutivo, dovuto a fortunate e casuali mutazioni biologiche, come affermavano Monod e Gould nella loro critica a Darwin, ma è un evento improvviso che si rivela solo poche migliaia di anni fa. Infatti il pensiero non nasce dalla evoluzione biologica delle specie avvenuta in milioni di anni: è un evento recentissimo, di cifra sostanzialmente estatica.

L’aspetto biologico evolutivo riguarda solo la grandezza e il peso del cervello, e nient’altro. Il pensiero è un fulmine, una luce improvvisa. Dio infatti significa luce.  Gli Dei originari delle prime civiltà sono Dioniso, Shiva, Osiride, che sono gli Dei dell’ebbrezza e della sfrenatezza, ma anche dell’estasi mistica e del pensiero contrastante. Da questa estasi è scaturito poi, grazie alla meditazione dei grandi geni filosofici dell’origine, un ordine logico e una compostezza apollinea: Eraclito e Parmenide prima, e Platone ed Aristotele poi, hanno saputo porre la definizione dei principi logici basilari con cui pensiamo (principio della dialettica dei contrari, principio di identità, di non-contraddizione, di causa, ecc.). Così è nata l’autocoscienza umana.

 

Il Dio nascosto

Dio allora c’è, ma non sappiamo, né possiamo dire nulla di lui. Da qui nasce il tema del Dio nascosto, reso famoso da Cusano. Questo grande filosofo del 1.400 scrisse, fra i tanti saggi, il “Dialogo di un gentile ed un cristiano su Dio nascosto” (2), in cui dimostra in poche pagine come Dio sia anteriore ad ogni affermazione e ad ogni negazione, e pertanto non è nominabile né innominabile, poiché esso è l’assoluto semplice che trascende tutto ciò che è e non è. Una concezione teologica del negativo che aveva le sue radici in Plotino, Proclo e in Dionigi l’Aeropagita, da cui si ricavava che l’uomo non possiede la verità che è sempre Una, e che è quella di Dio, ma che è aperto alla verità stessa come finalità, che comunque resta irraggiungibile. Cusano espresse tutto questo in modo più completo nel suo capolavoro che è “La dotta ignoranza”. Il Dio nascosto era inteso che richiamo  alla libertà e alla verità per l’uomo.

Heidegger, poi, fu il primo filosofo moderno a capire che già nei primi filosofi, come Eraclito e Parmenide, la verità fosse da intendere come alètheia, ossia come svelamento o non-nascondimento di ciò che è nascosto. Essa è il Lògos (il Discorso) dell’Essere a cui l’uomo è del tutto subordinato. Una veduta che fu sempre presente nello spirito greco, nonostante Platone avesse cercato di costruire un sistema filosofico che tendeva alla conoscenza perfetta delle Idee, intese, nel loro insieme, come Essere.

Su tale atteggiamento culturale e religioso dei Greci fu molto significativo il discorso dell’Aeropago di Atene, pronunciato  da San Paolo di Tarso. Egli i narra che: “ …osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: AL DIO IGNOTO. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (3). I Greci veneravano molti Dei, ma in particolare ne onoravano Uno: il Dio Ignoto. Essi avvertivano nella loro profonda spiritualità che  c’era un Dio al di sopra tutte le cose. Il Dio Ignoto. Paolo, come cristiano, invece annunciava di riverso l’evento di un Dio che si era rivelato: ossia Gesù Cristo, il Dio che s’era fatto uomo.

 

Il Dio rivelato, in opposizione a quello ignoto

Quando l’Impero Romano stava per crollare nel III secolo, soprattutto dopo la terribile pestilenza all’epoca di Decio (249-251), il Dio rivelato prese il sopravvento. Nei momenti di agonia e di declino gli uomini si aggrappano alle certezze, vere o presunte che siano. Il Dio dei cristiani, aperto alla compassione e alla carità, seppe entrare a poco a poco nel cuore dei pagani. Gli imperatori Costantino e Teodosio ne decretarono il trionfo. Dio fu concepito come Uno e trino nel concilio di Nicea (decreto di Costantino 325 d.c.) e Gesù figlio di Dio ed Egli stesso Dio (concilio di Calcedonia 451 d.C., detto concilio di Leone Magno). Con questi concili fondamentali per il Cristianesimo, Dio apparve come presenza immanente all’uomo in ogni sua singola manifestazione: ci si alzava al mattino con la preghiera e si andava a letto con la preghiera. Tutto era scandito dal sentimento religioso. Per più di mille anni gli Europei vissero così.

Eppure durante questo millennio ci furono pensatori come Dionigi l’Aeropagita, Meister Eckhart, Cusano, Bruno che ritennero che il vero Dio, il vero Uno, fosse al di là di tutte le cose e perciò inconoscibile. Il vero Dio era e stava nascosto. Del resto lo stesso Sant’Agostino, fondatore della teologia cristiana, credeva che l’uomo non possiede la verità, poiché solo Dio è la verità.  Lutero poi e i mistici tedeschi come Böhme e Silesio si rivolgevano a Dio con tale sentire.

In breve sintesi si può osservare come la veduta del Dio nascosto sia stata sempre presente nella cultura millenaria europea, soprattutto nelle anime degli uomini più inclini alla spiritualità.

 

L’Essere heideggeriano

Heidegger stesso ha parlato  del Dio nascosto e dell’ultimo Dio  sia nei “Contributi alla filosofia” e sia nella famosa intervista “Ormai solo un dio ci può salvare”, sebbene egli non abbia mai scritto un vero trattato teologico. Ad  ogni modo resta decisiva la sua puntualizzazione nell’affermare che Dio non è l’Essere. Infatti Dio, in sé, è infinita Possibilità totale indeterminata, mentre l’Essere è la prima manifestazione di Dio che contiene tutti gli esseri viventi, e in quanto tale è sì indefinita, ma pur sempre finita: infatti la somma di enti finiti non ci dà mai l’Infinito. Quindi Dio può rivelarsi solo nella dimensione dell’Essere, o come dio incarnato, o come avatara o semidio.

Bisogna poi sottolineare che l’Essere, secondo Heidegger, si manifesta come pensiero, tempo, intuizione, volontà, ecc…, e i suoi svelamenti più profondi ed elevati si palesano in noi umani grazie alla nostra coappartenenza con Esso, in quanto anche noi partecipiamo ai suoi attributi  suaccennati. Come direbbe Platone, col bello, col bene e col giusto l’Essere si rivela nella pienezza della sua presenza partecipativa nell’esserci umano. Lo stesso sentimento della sacralità non può sgorgare se non al di dentro di questa pienezza. Il Dio nascosto aveva quindi il significato recondito di una apertura da parte dell’esserci umano verso la Trascendenza. Una apertura che lo nobilitava e lo spingeva verso finalità spirituali di ordine superiore.

 

Il declino del divino nel mondo

Da alcuni secoli si nota però il declino di queste presenze divine. Il sacro si è addirittura eclissato. Il bene etico è scomparso; il bello è svanito e il giusto è una inutile invocazione in un mondo in cui le differenze sociali sono diventate spaventosamente enormi. C’è ormai da pensare che Dio non solo si nasconda più, ma che si sia definitivamente ritirato. L’ultimo Dio è solo una espressione vaga, come lo è una indistinta attesa di un sua nuova apparizione.  In questo attuale mondo sembra che l’unico Dio rimasto sia quello Sepolto.

Del resto cosa aspettarsi da un mondo dominato da una Quantità irrefrenabile di uomini e merci che tutto coinvolge? La netta maggioranza della popolazione mondiale, composta da circa 8 miliardi di individui, ormai vive in città mostruosamente popolate: ci sono più di 50 megalopoli che superano abbondantemente i 10 milioni di abitanti. Il sentimento idilliaco col mondo naturale è ormai avvertito solo dai pochi umani rimasti nelle campagne o nei piccoli centri. Questo è. In quanto Anti-natura le grandi città sopprimono ogni afflato spirituale.

Molti ritengono che la nostra epoca sia quella del Kali yuga, dell’età oscura in cui tutti i valori tradizionali vengono rovesciati. Altri pensano che questa sia invece l’epoca dell’Anticristo, come annunciava l’Apocalisse. Altri ancora sono convinti che questa sia l’epoca del trionfo di Satana.

 

Satana in luogo di Dio

In verità, Satana, che in ebraico significa l’Oppositore che simboleggia l’Angelo caduto, sembra oggi il Dominatore. Egli, durante la storia degli ultimi due millenni, ha incarnato nell’immaginario collettivo la sostanzialità del male, esibendosi come il re del peccato e della menzogna (4). Viene perciò da dubitare se non sia proprio Satana il Dio nascosto. Affermare ciò comunque non avrebbe nessun senso, poiché Satana è in realtà l’Anti-Dio, che in assenza di Dio “governa” il mondo.

Inoltre, se si credesse per davvero  in Satana, egli sarebbe oggetto di culto, il che implicherebbe la presenza di milioni di seguaci. Seguaci che in realtà  appartengono solo a pochi gruppi “elitari”.

C’è da ritenere che la cifra del nostro tempo sia definitivamente segnata dall’abbandono  dell’Essere, col quale non coapperteniamo più. Per cui ogni possibile configurazione della divinità, sia religiosa che filosofica, sta scomparendo. Non c’è più il Dio nascosto, né quello Ignoto o tantomeno quello Ultimo. Manco Satana, l’Anti-dio, c’è. Solo il virus del nulla è rimasto presente e ci conduce verso un buco nero senza fondo, in cui anche la fede e la ragione si dissolvono perdutamente. Il vero Dio è, si diceva, quello Sepolto.

Note:

(1) HÖLDERLIN, Le liriche, Adelphi ed. Milano 1993, p.525.

(2) CUSANO, “Dialogo di un gentile e di un cristiano sul Dio nascosto”, sta in Antologia filosofica, vol. II, Ed. La Scuola, Brescia 1990.

(3) Atti degli apostoli, 17, 2.

(4) Su Satana si vedano le lezioni di F.W.J. SCHELLING. Esse stanno in “La filosofia della rivelazione”, ed. Bompiani Milano 2002, pp.1260-1341.

(di Flores Tovo)

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