Zaki pescatori

Zaki è tutto, i pescatori poco o nulla: i media fanno la loro scelta

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Per Zaki ogni solidarietà e appello, per i pescatori poco o nulla. Almeno a giudicare dai titoli ed evidenze sulle pagine online, le quali pongono decisamente in secondo piano il fatto che da 97 giorni 18 marittimi, fermati a bordo dei pescherecci Antartide e Medinea da una motovedetta libica al largo di Bengasi, siano ostaggio del governo libico.

Un governo che – considerata anche la caratura di chi siede sulla poltrona più alta alla Farnesina – si arroga il diritto di ricattare il nostro Paese. Scafisti assassini in cambio di pescatori. Questa era la richiesta avanzata a settembre.

Esiste solo Zaki, pescatori “seconda scelta”

Certo, sono solo pescatori, mica si chiamano Zaki. Non sono mica studenti di importanti università con un nome esotico, o giovani e sprovvedute (?) cooperanti facili alle fascinazioni dell’Islam.

Nessuno di loro, peraltro, pare appartenere alla comunità LGBT. Sono solo uomini che svolgono uno dei lavori più umili e faticosi per provvedere alle proprie famiglie. Decisamente privi di appeal per i crocieristi da ONG.

Se si chiamassero, per esempio, Patrick Zaki, la notizia della loro prigionia aprirebbe i telegiornali, riempirebbe le homepage dei quotidiani online, affollerebbe le bacheche dei politici che “si battono per i diritti” (Quali? Di chi?).

Se si chiamassero Patrick Zaki, il presidente del Parlamento europeo Sassoli avrebbe ricordato “alle autorità egiziane che la UE condiziona i suoi rapporti con i paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili, come ribadito da molte risoluzioni approvate dal parlamento” (così twittava il 12 febbraio 2020, una settimana dopo l’arresto).

Se si chiamassero Patrick Zaki, la conferenza dei Rettori Italiani sarebbe intervenuta a sollecitare un intervento del Ministero degli Affari Esteri “a tutela dei valori di civiltà che costituiscono il proprium della vita universitaria”.

Se si chiamassero Patrick Zaki, le dame della carità un tanto al chilo della sinistra italiana si starebbero stracciando le vesti a reti unificate per la loro liberazione, parlando di “tribunale antiterrorismo [egiziano] che ha dimostrato la sua inaffidabilità” (così, ieri, l’Onorevole Laura Boldrini).

Ma non si chiamano Patrick Zaki.

Sono solo pescatori

Sono solo “i 18 pescatori”. Patrick Zaki, invece, è un egiziano, detenuto in Egitto, accusato di reati afferenti al terrorismo da un Tribunale egiziano. Già questo basterebbe a chiudere la questione.

Invece si susseguono gli appelli da sinistra per un intervento italiano. Una vera e propria ingerenza in una questione che non ci vede parte in causa, da qualunque parte la si voglia guardare. Allora, perché il TG3 apre con il notiziario con il mancato rilascio di Zaki?

Perché mai il Governo italiano segue “con la massima attenzione” – così il Ministro D’Incà all’indomani del suo arresto – una vicenda che riguarda uno straniero accusato di un reato nella sua nazione?

Perché Zaki è diventato una questione italiana, una bandiera della sinistra al caviale?

Perché quella stessa sinistra si straccia le vesti per un cittadino egiziano detenuto in Egitto ma di Chico Forti, ad esempio, pare non importargli alcunché?

Perché David Sassoli, il Presidente del Parlamento Europeo, arriva a minacciare, neppure troppo velatamente, di sanzionare l’Egitto per ottenere il rilascio di Zaki e non esorta pubblicamente i Paesi UE ad intraprendere un’azione congiunta per riportare a casa i 18 marinai di Mazara del Vallo in ostaggio?

Forse perché Zaki è uno studente di Women’s and Gender Studies, che lavora per una ONG e “si batte per i diritti”.

Insomma, roba loro.

Mica un volgaVe pescatore.

(di Dalila di Dio)

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