Francesco Maria Ricci

Francesco Maria Ricci, una vita per la cultura

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Il 10 settembre scorso si è spento, serenamente, il dottor Franco Maria Ricci; a dicembre avrebbe compiuto 83 anni.

Nato a Parma da nobile famiglia genovese, laureato in geologia; dopo un primo lavoro con la Gulf in Turchia, aveva fatto delle sue passioni per l’editoria e la grafica (suscitate dallo studio d’un illustre concittadino: Giambattista Bodoni, gloriosissimo stampatore ‘700sco) una professione. Già autore di manifesti, marchi e pubblicità di successo (particolarmente bella l’elegante campagna per Alitalia), ristampa il “Manuale tipografico” appunto del Bodoni: l’inizio d’una portentosa carriera editoriale.

Francesco Maria Ricci: una grande avventura editoriale

Dall’alto d’una cultura enciclopedica e raffinatissima, Franco Maria Ricci si è imposto come uno degli editori più intelligenti di tutto il mondo.

Fondata nel 1965 a Parma la sua casa editrice, FMR, l’avrebbe poi trasferita a Milano, nella faraonica sede di via Durini: con essa realizzò collane d’indiscutibile e indiscusso pregio, tanto nella fattura quanto nei contenuti. Il successo internazionale (subito richiestissimo, FMR, dall’alta società di New York) di Ricci editore avrà almeno due culmini: la collaborazione, immediatamente diventata amicizia indissolubile, con Jorge Luis Borges (convocato dall’Argentina per affidargli la curatela di “La Biblioteca di Babele”, collana di testi del fantastico e dell’orrore) e il lancio, nel 1982, di FMR, accompagnata dallo slogan “la rivista più bella del mondo” (dalle celebri copertine con sfondo nero – secondo Ricci, il nero è sinonimo d’eleganza): a nessuno sembrò una spacconata arrogante, perché non lo era affatto (un paio d’anni dopo la cessione, nel 2002, ad Art’è, la rivista ha purtroppo terminato le sue uscite).

Non solo il grandissimo letterato e scrittore cieco (con il quale il rapporto era tanto confidenziale, che fu Ricci a convincere Maria Kodama a sposare Borges nel 1986, per dargli l’ultima grande felicità): tante e diverse sono state le intelligenze riunite in nome dell’amicizia con Ricci. Pier Carlo Bontempi con la sua elegantissima architettura classicheggiante, Luigi Serafini col suo enciclopedismo immaginario, folle e precisissimo, Sgarbi e il Mercante in Fiera. Più indietro nel tempo: la grande arte emiliana dal ‘500 al ‘700, le sculture (fra i “connoisseur” era detto “il Bustomane”), l’Encyclopédie.

Una testimonianza culturale contro il degrado

Condivisibilissima l’esternazione di Vittorio Sgarbi: “Francesco Maria Ricci non doveva morire. Ci lascia in balia della truffa dell’arte contemporanea, dei suoi artefici e dei suoi seguaci; la Abramovic e Bansky, la Biennale di Venezia e i flashmob. Ma non ci lascia soli: perché di Ricci resta la testimonianza d’una grande resistenza. Lanciando le sue imprese editoriali negli anni ’60, e frequentando New York, FMR non si è mai accodato alle pessime mode dell’epoca e del luogo: Andy Warhol, la pop-art, l’arte concettuale, le installazioni. Per lui il Novecento era Erté, Ligabue, Wildt. Era convinto che l’arte debba innanzitutto essere bella – una volta sarebbe sembrata un’ovvietà, ma la sciagura dell’arte contemporanea l’ha fatto diventare indicibile. Ricci ha avuto il coraggio di non piegarsi al conformismo della critica d’arte dominante da oltre mezzo secolo, e ci ha lasciato la sua collezione per far sopravvivere la bellezza. Facciamone tesoro”.

Francesco Maria Ricci per sempre

La vita e le imprese di Franco Maria Ricci non sono però riducibili a questo, FMR non era soltanto “contro”. Era uno dei migliori esponenti della grande cultura italiana, un formidabile catalizzatore d’intelligenze, un cultore di bellezza che non viveva soltanto circondato da essa: la realizzava.

La speranza è che il labirinto, la sua galleria e la migliore casa editrice d’arte di sempre restino un caposaldo, in difesa della grande arte e della grande cultura italiane.

Il Labirinto della Masone

Ho svolto, l’estate di due anni fa, un breve tirocinio presso quella che è la sua ultima (in senso cronologico – è stato inaugurato nel 2015) creazione: la più ciclopica, la più curiosa, la più nota. Il Labirinto della Masone, guidato da Laura Casalis (la splendida moglie di Ricci), tra i campi di Fontanellato, a ridosso della Via Emilia e dell’Autostrada del Sole che tanto detestava (sulla quale però incombe il capannone d’una fabbrica di cucine, col marchio da lui realizzato). Frutto del genio di Ricci e d’una promessa fatta all’amico Borges (realizzare il più grande labirinto – artificiale, data l’obiezione del vate cieco: in natura ne esiste già uno immenso, il deserto – del mondo), non è soltanto il luogo magico in cui percorrere un bellissimo percorso fra migliaia di piante di bamboo (scelto per la sua robustezza e le sue qualità esteriori ed ecologiche), e così arrivare alla piramide di mattoni che sovrasta la struttura; è anche la galleria (divisa in tre parti: collezione permanente, mostre temporanee, uffici della casa editrice) che testimonia il culto artistico di Ricci. Sono debitore a Franco Maria Ricci (che a volte incontravo: evidentemente sofferente, ma ostinatissimo nel presentarsi vestito da autentico principe, nonostante l’estate emiliana lo renda proibitivo) di un momento particolarmente felice, in un ambiente meraviglioso, fra personaggi adorabili (andava meno bene con tanti visitatori: cafonissime comitive di sezioni milanesi del Rotary, palpatori di statue, toccatori di dipinti, zaini bellamente schiaffati sulle tele, foto col flash, cicche di sigaretta gettate accese fra le siepi percorritori di labirinto resi isterici dalla difficoltà del percorso, “portoghesi” con la faccia tosta, molestatori della povera Jaguar nera di FMR, anche detta “l’automobile di Diabolik”, esposta nella prima sala). Da allora, al computer scrivo col carattere Bodoni.

Grazie di tutto, marchese Franco Maria Ricci.

(di Tommaso de Brabant)

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